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Gas e migranti, l'Italia esposta alla reazione russa. Colloquio con Sergio Romano e Vittorio Strada

Diplomazia degli affari e geopolitica s’intrecciano e proiettano ombre preoccupanti sui rapporti Russia-Europa e ricadute soprattutto sul nostro Paese

Non saremmo, forse, l'anello più debole, ma di certo siamo tra quelli più esposti su due fronti cruciali: quello dell'energia e quello dell'immigrazione. Due carte in mano all'uomo che regna al Cremlino: Vladimir Putin. La "guerra delle spie" aperta dall'Europa e dagli Usa con Mosca può avere dei contraccolpi che vanno al di là dell'aspetto diplomatico, con l'eventuale espulsione dalla Federazione Russa di funzionari dei Paesi occidentali che hanno deciso misure restrittive nei confronti di diplomatici, funzionari, "spie" secondo Washington.

Diplomazia degli affari e geopolitica s'intrecciano indissolubilmente e proiettano ombre preoccupanti sul futuro dei rapporti Russia-Europa. La partita aperta ha un valore strategico che parte da una domanda che investa la considerazione che nelle cancellerie europee si ha del ruolo della Russia sullo scacchiere internazionale: partner o minaccia?

"Non possiamo tralasciare dalla proiezione internazionale della Russia – dice all'HuffPost l'ambasciatore Sergio Romano, che il pianeta russo conosce come pochi altri sia per gli anni trascorsi a Mosca alla guida della nostra sede diplomatica, che per i libri scritti sull'argomento - Una proiezione internazionale che Mosca ha ritrovato, dopo un periodo di appannamento, con Vladimir Putin che, si può considerarlo come si vuole, ma non vi è dubbio che abbia restituito prestigio e autorità al suo Paese". E questo anzitutto in aree calde dello scacchiere internazionale: "Pensiamo al Mar Nero – rimarca Romano – o al Medio Oriente, dove i Russi sono stati decisivi per mantenere in vita il governo di Bashar al-Assad che a un certo punto, prima dell'azione russa, sembrava ormai destinato ad uscire drammaticamente di scena".

Non basta. "La Russia – sottolinea ancora l'ambasciatore Romano – è una potenza energetica che l'Europa e in essa l'Italia non possono marginalizzare. Non possono e, a mio avviso, non devono. D'altro canto, sarebbe sciocco tralasciare dallo straordinario mercato potenziale, come quello russo, che ha 'fame' di modernizzazione e dunque cerca nei Paesi europei più avanzati partner con cui agire con reciproco profitto". C'è poi un altro aspetto che dovrebbe portare l'Italia a considerare la Russia in una ottica di cooperazione e non di scontro. "Se è vero che non tutti i nemici della Russia sono anche i nostri, come Europa, è altrettanto vero – dice ancora l'ambasciatore – che su un terreno doloroso ed estremamente impegnativo, come è quello della lotta al terrorismo jihadista, la Russia - pensiamo ad modello alla Cecenia - ha pagato un prezzo sicuramente superiore a quello di noi Europei".

Dossier caldi, questioni strategiche che dovrebbero consigliare prudenza ed equilibrio. Virtù predicate da uno dei più autorevoli studiosi italiani dell'ex Urss e della Russia: il professor Vittorio Strada. "Da una contrapposizione frontale con la Russia – afferma Vittorio Strada – l'Europa ha molto da perdere e poco, molto poco da ottenere. Se con le misure adottate in questi giorni si pensa di indebolire o condizionare Putin, si è commesso un inammissibile errore di valutazione. Perché – spiega ancora Strada – la propaganda 'putiniana' fa leva sull'orgoglio nazionale che l'Occidente avrebbe ferito. E poi vi sono scenari internazionali nei quali, piaccia o no all'Europa o a Trump – la Russia gioca un ruolo centrale, come in Siria o nei rapporti con l'Africa. Relegare la Russia al rango di potenza regionale, dunque non attore generale, come fece Obama durante la crisi ucraina, non è solo scontrarsi con la realtà ma determinare una condizione esplosiva che potrebbe mettere in discussione la stabilità stessa dell'Europa".

Quanto alle sanzioni, Vittorio Strada non ha dubbi: "Possono rivelarsi un boomerang per chi le attiva piuttosto che per chi le subisce. E questo riguarda in primo luogo Paesi come l'Italia che hanno una bilancia commerciale particolarmente significativa con la Russia". Sono oltre 400 le imprese italiane presenti in Russia, per un totale di 43mila dipendenti e oltre 4 miliardi di euro di fatturato.

Poi c'è la partita energetica, il gas. Mentre Washington, in soccorso del fedele alleato britannico, dava vita alla ritorsione diplomatica, a Mosca, il 20 marzo scorso, si è discusso di gas, rapporti bilaterali e cooperazione. Da un lato del tavolo, Alexey Miller, presidente del comitato direttivo di Gazprom, e dall'altro Pasquale Terracciano, ambasciatore italiano presso la Federazione Russa. L'Italia è attualmente il terzo importatore di gas russo, dati alla mano le forniture da Mosca sono una quota irrinunciabile dell'approvvigionamento nazionale.

E poi c'è il Mediterraneo. Con l'inizio della bella stagione, come è sempre avvenuto, la rotta mediterranea torna particolarmente calda per coloro fuggono da guerre, povertà assoluta, disastri ambientali. I trafficanti di esseri umani hanno diversificato i porti di partenza, e oltre alla Libia si stanno sempre più intensificando le partenze dai porti della Tunisia e dell'Algeria. La stabilizzazione della Libia e il consolidamento del processo di democratizzazione in Tunisia sono per l'Italia asset strategici. Ma per raggiungere questi obiettivi, soprattutto per porre fine al caos (armato) libico, è decisivo il ruolo della Russia. Perché, spiegano ad HuffPost fonti della Farnesina, Mosca ha rapporti privilegiati con due delle potenze regionali che si muovono nel tormentato Paese nordafricano: la Turchia di Erdogan e l'Egitto di al-Sisi. Ankara e Il Cairo hanno puntato sull'uomo-forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, il quale non nasconde i suoi rapporti privilegiati con la Russia. Ed è per questo che il presidente del Consiglio uscente, Paolo Gentiloni, ha più volte sollecitato l'impegno di Mosca per una soluzione politica della crisi libica che porti ad un rafforzamento del governo di unione nazionale di cui è alla guida Fayez al-Sarraj. Non ultimo il 15 gennaio scorso, una "lunga conversazione" tra Paolo Gentiloni e Vladimir Putin si è soffermata proprio sulla Libia e sui rapporti bilaterali fra Italia e Russia.

Alla luce di tutte queste partite aperte – gas, migranti, Mediterraneo, scambi commerciali e lotta al terrorismo jihadista – pensare che l'Italia possa andare oltre l'espulsione di due funzionario di basso rango dell'ambasciata russa, è scommettere sul cavallo perdente. Non è questione di assonanze ideologiche, ma di qualche cosa di molto più concreto: gli affari. E la sicurezza. Per preservarli, guardare a Mosca più che una scelta, è un obbligo.