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Le prove sull'uso del sarin in Siria piombano sul tavolo diplomatico Russia-Usa a pochi giorni dal G20

Gli equilibri in Medioriente legati al dossier Opac sugli attacchi chimici del regime di Assad

Ora viene il tempo della coerenza tra parole e fatti. Una coerenza che potrebbe trasformare la devastata Siria come campo di battaglia tra le due grandi potenze globali e i loro rispettivi alleati. La Siria come banco di prova del rapporto tra l'America di Trump e la Russia di Putin; un rapporto tutt'altro che amicale come pure una certa narrativa aveva dipinto. Gli esperti dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) hanno confermato in un rapporto d'inchiesta che è stato utilizzato gas sarin o tipo sarin nell'attacco del 4 aprile scorso in Siria, che causò 87 morti e la prima risposta americana contro il leader siriano Bashar al- Assad con il lancio di 60 missili contro la presunta base di partenza dell'attacco. Ora il rapporto servirà come base ad una commissione congiunta Onu-Opac per stabilire il responsabile del raid, che Washington ha attribuito a Damasco.

Un passo indietro di qualche giorno. Ventisette giugno: il presidente siriano Bashar al-Assad starebbe preparando un altro attacco con armi chimiche, in grado di provocare un "omicidio di massa" di civili. E' il rimprovero lanciato dalla Casa Bianca, che ha avvertito che il regime di Damasco pagherà un "prezzo molto alto" se dovesse effettivamente agire in tal senso. Un poco velato rimprovero che ha spinto il Cremlino ha condannato le "inaccettabili minacce" degli Stati Uniti contro il regime siriano. Secondo la Casa Bianca, ci sono preparativi simili a quelli avviati dal regime di Assad prima del sospetto attacco chimico contro Khan Sheikhun, una città controllata dai ribelli, lo scorso aprile. Nei giorni successivi Washington lanciò un raid di rappresaglia contro la base aerea siriana da dove l'attacco chimico era stato lanciato. Ora che conosciamo la verità innegabile – ha dichiarato l'ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite Nikki Haley – puntiamo a un'indagine indipendente per confermare esattamente chi è stato responsabile di questi attacchi brutali, in modo da poter dare giustizia alle vittime". Non c'è "assolutamente nessun dubbio" che il governo di Bashar al-Assad sia dietro l'uso di armi chimiche in Siria il 4 aprile, rilancia il ministro degli Esteri britannico Boris Johnson, intervistato da Sky News, dopo la conferma del Opac.

"L'esatta responsabilità per l'uso di sarin sarà oggetto di un'indagine, ma non ho assolutamente nessun dubbio che il dito sia puntato contro il regime di Assad", conclude Johnson. Quel "dito" potrebbe essere quello che schiaccia il pulsante che dà inizio ad un attacco anglo-americano in Siria: ipotesi tutt'altro che irrealistica, alla luce della determinazione, propria dello stuolo di generali ed ex di cui il presidente Usa si è circondato.

In questo scenario, la guerra all'Isis diviene elemento secondario, a fronte di un conflitto che ha come posta in gioco la ripartizione di quello Stato fallito di nome Siria. E qui entrano in gioco gli interessi dei due schieramenti che si fronteggiano, per il momento sul piano diplomatico e sul campo attraverso una guerra per procura: da un lato il fronte "sunnita-americano" fondato sull'asse Washington-Riad e, dall'altro, il fronte "russo-sciita" imperniato sull'asse Mosca-Teheran. Nel mezzo, ma non come spettatori passivi, c'è la Turchia di Erdogan che vorrebbe avere un ruolo di prima fila nel fronte sunnita ma che non ascia la scelta americana di armare le milizie curde che combattono, con successo, per la riconquista di Mosul e di Raqqa. Non v'è dubbio che al prossimo G20 di Amburgo, il tema della lotta al terrorismo jihadista avrà un ruolo centrale e che in questo contesto, di grande importanza sarà il prevedibile faccia a faccia tra Trump e Putin.

Secondo il giornale di politica estera Foreign policy, ad insistere sull'espansione della guerra in Siria a qualsiasi costo (ingaggiando direttamente il conflitto), è principalmente il direttore del Consiglio della Sicurezza Nazionale della Casa Bianca Ezra Cohen-Valtnick e Derek Harvey, consulente della Casa Bianca per il Medio Oriente. Il cambio di scenario è strategico: la Siria diviene il campo di battaglia di uno scontro che ha come posta in gioco non il futuro di Assad e del clan degli alawiti, ma i rapporti di potenza sullo scacchiere del Grande Medio Oriente, definiti nello scontro sunniti-sciiti, attualizzato in Arabia Saudita (sostenuta dagli Usa) versus l'Iran (al momento appoggiato dalla Federazione Russa).

A chiarirlo molto bene è un editoriale pubblicato nel sito del quotidiano "Al-Arabiya" il 28 febbraio 2017 – scritto da una giornalista del Bahrain, divenuto di fatto un protettorato saudita – nel quale viene anticipata la strategia di Riad e dei suoi alleati del Golfo nella nuova fase di guerra solo nominalmente rivolta contro l'Isis: "L'idea non è limitata al dislocamento di elicotteri e artiglieria a Raqqa e a Mosul o al rafforzamento delle truppe speciali, ma si tratta anche di creare un fronte comune tra gli Stati Uniti e gli Stati del Golfo che contribuiscono a combattere l'Isis, ma a condizione che le aree liberate dall'Isis non vengano occupate dall'Iran oppure dalle milizie associate a questo Paese".

I passaggi successivi sviluppano ulteriormente il concetto: "Il contributo (militare e finanziario) degli arabi e del Golfo richiede in cambio che sia in Iraq che in Siria l'Iran debba essere messo fuori da queste aree. Questo messaggio deve essere mandato in modo chiaro al Governo iracheno (a guida sciita, ndr). Mattis (il generale James Mattis, Segretario della difesa Usa ) ha detto che gli Stati Uniti sosterranno l'Iraq anche dopo la sua liberazione dall'Isis. Se noi associamo questa presa di posizione di Mattis a quella pronunciata dal ministro della Difesa sull'Iran identificato come Stato che sponsorizza il terrorismo, ci rendiamo conto di avere un fronte unito che non solo insiste sull'uscita dell'Iran dall'Iraq e dalla Siria, ma vuole anche porre fine all'influenza iraniana in questi due Paesi". E conclude: "La creazione di un fronte unico tra Stati Uniti e Paesi del Golfo è l'obiettivo della prossima fase. Il suo nome d'ordine sarà l'arabismo (la vittoria dell'arabismo) nelle terre liberate dall'Isis".

Anche il ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubeir ha annunciato in un'intervista che il suo Paese e altri Paesi del Golfo intendono partecipare con l'invio di truppe speciali alleate in una coalizione guidata dagli Stati Uniti alla battaglia contro l'estremismo in Siria: "L'idea di fondo è di liberare aree occupate dall'Isis e garantire che queste aree non finiscano nelle mani di Hezbollah, dell'Iran e del regime siriano, ma che le zone così liberate in Siria siano consegnate nelle mani dell'opposizione".

Un disegno che per essere realizzato deve mettere in conto un conflitto diretto con Teheran. La Siria, spiega Pejman Abdolmohammadi, docente di Storia e Istituzioni dei Paesi del Medio Oriente all'Università di Genova, "è strategica per l'Iran per avere una continuità territoriale dal Golfo Persico al Mediterraneo attraverso le comunità sciite del Bahrain, la maggioranza sciita irachena, l'alleanza con Assad e gli Hezbollah nel Sud del Libano. La caduta di Assad metterebbe a azzardo il sostegno ad Hezbollah in Libano rendendo impossibile la pressione su Israele e minando la creazione del 'triangolo sciita'". Israele ha più volte effettuato bombardamenti in territorio siriano per impedire il trasferimento di armi sofisticate a Hezbollah, suscitando l'allarme di Mosca.

Di certo, una crisi fra Russia e Israele, o lo schianto di un nuovo conflitto fra Israele e Hezbollah a cavallo fra Siria e Libano, porrebbero l'amministrazione Trump di fronte a scelte estremamente difficili, potenzialmente esplosive. Finora gli interessi iraniani hanno convissuto con quelli di Mosca. Si tratta di vedere se questa alleanza reggerà nel tempo con Putin deciso a proseguire nel sostegno ad Assad per salvaguardare gli interessi russi: difendere e ampliare le proprie basi militari in Siria, che fungono da sostegno alla sua proiezione marittima nel Mediterraneo, tutelare e rafforzare il rapporto diplomatico con la Siria, anche per dimostrare così la propria forza e affidabilità agli altri attori regionali e presentarsi come un potenziale alleato e come un'alternativa agli Stati Uniti o, e non è in antitesi, come coprotagonista, assieme a Trump, di una "Jalta mediorientale".