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Italia, adesso destati! Con Israele serve una

Al di là di tutti i discorsi, alcuni in ritardo, altri inevitabili, non c’è che una cosa da fare: rialzarsi e reagire. In Russia con furore dev’essere lo slogan degli azzurri da qui al 14 novembre, ritorno dei playoff. Non possiamo ammettere altro. Cinque partite — tutte da vincere in prospettiva spareggi e sorteggio mondiale — di nuovo con quel furore mai visto al Bernabeu. La Spagna ci ha messo in ginocchio impietosamente: che fosse più forte si sapeva, che fosse tanto più forte no. Da Parigi (2-0) a Torino (1-1) a Madrid (0-3), in poco più di 14 mesi, un ribaltone inimmaginabile che ha messo a nudo la nostra inferiorità tecnica, la poca forza mentale e qualche ambiguità tattica.

Non è possibile che l’Italia sia quella dell’altra sera e che il lavoro degli ultimi anni – di Ventura con i giovani, di Conte nella mentalità e nell’organizzazione – sia scomparso in 90’. Settembre è un mese malaugurato, gli spagnoli sono gli avversari che subiamo di più, ma niente alibi. Se non troviamo una spiegazione logica al fatto che, a pari preparazione, loro corressero il doppio, alcuni errori del c.t. andranno però evitati.

Poi riprendiamoci dallo shock e leggiamo con attenzione la classifica: se adesso abbiamo paura dell’Albania, siamo messi male. Abbiamo sempre 16 punti: battendo Israele e Macedonia in casa, possiamo anche permetterci di perdere a Scutari. Quindi il secondo posto non può sfuggire. Dopo penseremo ai playoff e alle potenziali rivali. Però qualche riflessione sul sistema e sui singoli va fatta. Se il 4-2-4 è un’idea intrigante, non è la prima volta che tendiamo a lasciare in inferiorità i centrocampisti: era successo anche in Macedonia con la fragile coppia di mezzali Bernardeschi-Bonaventura. Forse nella preparazione delle sfide possiamo essere più realisti.

Ma i sistemi sono composti da uomini e, sinceramente, gli spagnoli, presi a uno a uno, sono sembrati superiori. Confessiamo pure che molti osservatori sono stati sfiorati dal sospetto di una sopravvalutazione di qualcuno (Verratti e Insigne), degli anni che passano per altri (Buffon, Barzagli), dei limiti oggettivi di altri ancora (Immobile, Darmian). Però la nostra forza è il diventare squadra, è fare in modo che la somma degli addendi dia un risultato più alto. Soprattutto qui, c’è bisogno di Ventura.

Il nostro c.t. ha spesso buone idee, anche coraggiose. Sta facendo un lavoro notevole con i giovani e non è mica colpa sua se Gagliardini va in crisi, Bernardeschi e Pellegrini non giocano, Rugani non convince, Romagnoli è infortunato, Berardi non si ritrova: se, insomma, il lavoro di ripartenza è ancora all’inizio, con inevitabili dolori di crescita. Gli stage sono ok. Il sistema di gioco comune nelle giovanili rischia però di far perdere varietà e forse va ripensato finché siamo in tempo: non può essere un dogma. Ma ora dev’essere Ventura a dare un’identità anche emotiva al gruppo: che in Europa è inferiore a Spagna, Germania e Francia, ma se la gioca con Portogallo, Belgio, Inghilterra.