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Arrivano da Usa e Russia le stelle del futuro

Prima la tecnica

di Enzo Anderloni

Novak Djokovic ha voluto affrettare il rientro dopo i malanni al gomito (e l’operazione) ed è finito k.o. contro il giapponese Taro Daniel, n.109 del mondo. Rafael Nadal e Stan Wawrinka si faranno rivedere solo sulla terra battuta. Andy Murray sta lavorando duro in palestra e forse tornerà in campo a fine aprile all’Atp Challenger di Glasgow (duro indoor). Per farla breve, i quattro fuoriclasse del tennis iper-fisico fanno molta fatica a riprendersi dai loro crack. Questo ovviamente dispiace ma fa anche pensare, mentre il loro fenomeno complementare, il quinto uomo (nella foto), quello con più anni da portare in spalla e con gli addominali meno scolpiti di tutti, è ancora lì che fa correre gli altri da un angolo all’altro del campo.
Due sono le riflessioni che vengono spontanee. La prima riguarda il primato della tecnica sul muscolo, di sicuro a medio e lungo termine. Chi ha i gesti più puliti, i tempi giusti, la biomeccanica più vantaggiosa, tira più forte e fa meno fatica. E dunque contemporaneamente si risparmia. Durerà più a lungo. Potrebbe sembrare un’ovvietà ma non è così ovvio che in tutte le scuole tennis e le accademie si lavori con cognizione di causa, metodi e determinazione su questo aspetto. Anche perché in certi momenti della crescita di un giovane tennista una precoce maturazione fisica o psicologica possono supplire (nei risultati) a gesti tecnici non ottimali. E distrarre l’attenzione da quel perfezionamento delle esecuzioni che significa più prospettiva in termini sia di ambizioni, sia di longevità agonistica.
Quello che sta succedendo a tre quarti di Fab Four più Wawrinka (ma anche ai vari Nishikori, Thiem... ) deve far riflettere. Sempre in termini di tecnica, merita anche ragionare più in profondità sull’evoluzione del gesto. L’furore di certe torsioni nell’esecuzione del rovescio bimane o nel diritto con preparazione frontale (open stance), per quanto performanti, a lungo andare non rischiano di essere logoranti? La riflessione sorge spontanea, per analogia, dopo aver discusso con il nostro posturologo, autore di una serie di articoli sugli ultimi numeri della rivista (questa settimana ci parla delle difficoltà di Nadal).
Aveva argomentato sul gesto di un rovescio che a lungo andare più facilmente poteva creare problemi al gomito. Gli abbiamo fatto notare che il disegno da lui proposto della preparazione di questo colpo “affaticante”, non consigliabile, ricordava molto quella di un certo Pete Sampras, vincente di 14 Slam. Non proprio uno scarsone. A questa osservazione ci ha risposto: ”Certamente. È il suo rovescio. Ma non stiamo dicendo che non si tratti di un colpo performante. Il problema è che a lungo andare non fa bene”. Ecco l’altra sfida per il futuro. Verificare la bontà di un modo di colpire la palla anche in prospettiva. Ed eventualmente lavorare per sviluppare nuovi gesti vincenti e sempre meno logoranti.
Se Roger è in piedi (e anzi, vola) mentre gli altri sono a terra a guardare forse un motivo ci sarà. Forse il rovescio a una mano di Shapovalov è meno stressante di quello bimane di Nadal e Murray, forse si può riuscire a spezzare la palla con il fisico- grissino di Rublev se si punta su scioltezza e velocità. In questa partita del futuro un ruolo centrale sarà quello degli insegnanti di tennis, a tutti i livelli, dal mini-tennis ai coach del circuito pro. Vincerla vale tanti Grand Slam. Almeno 20...

Articolo tratto da SuperTennis Magazine n. 10 - 2018

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