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East Journal quotidiano di politica internazionale

I rapporti tra Russia e Stati Uniti sono andati sgretolandosi nell’ultimo decennio. Il duro discorso di Putin alla conferenza per la sicurezza di Monaco, il tentato ‘reset’ di Obama, le rivoluzioni colorate, la guerra in Ucraina, la questione siriana, la vittoria elettorale di Trump e il alternativa della Corea del Nord. Tutte questioni che, in un modo o nell’altro, hanno contribuito a scavare un fossato tra le posizioni di Washington e Mosca sulla scena internazionale. Quello che sembra mancare, però, non è solo una comune convergenza politica ma anche, e per certi versi soprattutto, una comprensione e conoscenze dell’altro. L’esordio di Morgan Freeman come mascotte del neonato ‘Committee to Investigate Russia’ è simbolo di una deriva che, oltre alla sua innegabile parte comica, è indizio del più ampio fallimento della comunità di esperti il cui compito dovrebbe essere quello di cooperare la politica e la diplomazia.

Quello che appare interessante del ‘Comitato’ che si definisce imparziale, nonostante le parole piuttosto avventate e tutt’altro che imparziali di Freeman che nel video di presentazione dice apertamente che la democrazia americana “è in guerra” con la Russia, è proprio la mancanza di padronanza della materia che dovrebbe indagare. Basta una breve occhiata al ‘board di esperti’ dell’organizzazione (che comprende il regista e attore Rob Reiner) per capire che neppure uno di essi può vantare esperienze dirette legate alla Russia. La domanda sorge spontanea, come può un’organizzazione “aiutare gli americani a capire e riconoscere l’ambito e la grandezza dei continui attacchi della Russia alla nostra (americana ndr.) democrazia” se il suo comitato scientifico non vanta nessuna esperienza in materia e non ha nemmeno dimestichezza con la lingua russa?

Il video di Freeman offre, però, un’occasione di riflessione generale che, probabilmente, potrà essere annoverata tra i suoi unici meriti. Sono, infatti, svariati anni che nel mondo dei media e degli istituti di analisi che dovrebbero fornire soluzioni a concrete problematiche politiche, si registra uno scadimento dell’expertise del mondo post-sovietico. A farla da padrone sia in Italia che negli Stati Uniti sono analisi spesso di parte, che banalizzano la complessità della condizione internazionale e che marginalizzano, come sottolineato da Mark Galeotti, professore alla New York University e dirigente dell’‘Institute of International Relations’ a Praga, “ogni tentativo di introdurre delle sfumature”, percepite ormai come un “tradimento”.

La attuale ossessione per la presunta dottrina Gerasimov (per un’analisi sull’argomento si consiglia il seguente articolo) che ha colpito anche il panorama mediatico italiano, e le paure, che non trovano giustificazione razionale, legate all’esercitazione Zapad 2017, rappresentano solo un piccolo modello del decadimento dell’expertise in materia. Le accuse piovute di attuale su alcuni corrispondenti americani a Mosca da parte di Molly McKew, colpevoli a suo dire di vedere con occhio di parte la politica del Cremlino, è l’indice del crescente clima di isteria e mancanza di giudizio.

Il problema della penuria numerica e della qualità degli esperti di Russia non ha solo serie ricadute sulle qualità dei media, ma rappresenta soprattutto un grave problema per la gestione pratica della politica estera da parte degli stati. Dalla fine della guerra fredda, ad modello, una delle principali ‘potenze culturali’ nel segmento relativo alla Russia e Unione Sovietica, gli Stati Uniti d’America, hanno visto diminuire drasticamente l’interesse verso la materia. In parte giustificato dal calo d’importanza geopolitica della Russia negli anni ’90, in parte dal mutato interesse di giovani studenti, la capacità dei principali istituti americani di attrarre e formare giovani esperti è calata drasticamente. Anche a causa delle mutate priorità economiche, come sottolinea un attuale report dell’ASEEES, il calo dei dipartimenti universitari e di studenti dedicati allo studio della Russia negli ultimi dieci anni rappresenta “la più grave crisi del settore”.

Una cartina di tornasole dell’andamento generale sono le statistiche relative allo studio della lingua russa negli Stati Uniti, che ha registrato un calo di oltre il 30% rispetto al boom degli anni ’90. Un problema che riguarda certamente anche l’Europa. Come sottolinea Matthew Rojansky, direttore del Kennan Institute, ci sono, ad modello, sezioni della NATO dove non c’è “neppure uno in grado nemmeno di leggere la stampa russa”. Non stupisce, infatti, che le conseguenze di questa crisi appaiano evidenti se si guarda alla politica internazionale degli ultimi anni. La guerra in Ucraina, il ruolo russo in Siria, il suo tentativo (vero o presunto) di influenzare l’andamento delle elezioni americane, sono state tutte sfide che hanno colto alla sprovvista la controparte occidentale, incapace di prevedere e di reagire coerentemente alle mosse del Cremlino.

La speranza è che la discutibile iniziativa del ‘Committee to Investigate Russia’ e la prestazione teatralmente retorica di Morgan Freeman, possano riportare l’attenzione sul punto centrale del problema: la necessità di un approccio di gran lunga più ampio, e meno banalmente parziale e propagandistico, per far fronte alle problematiche e minacce che la politica estera russa comporta per l’Europa e gli Stati Uniti.