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Lunedì 16 giugno, cinque redattori storici del giornale russo Vedomosti hanno rassegnato le dimissioni. La soluzione presa da Dmitrij Simakov, Boris Safronov, Filipp Sterkin, Kirill Charatjan e Aleksandr Gubskij segue la nomina di Andrej Šmarov come neo-direttore della testata. Gubskij lavorava per Vedomosti dal 1999, anno di fondazione del giornale, mentre gli altri quattro giornalisti da circa quindici anni.

Secondo quanto riportato da Reuters, i cinque giornalisti dimissionari non avrebbero affatto apprezzato lo scarso rispetto mostrato da Šmarov nei confronti delle regole del giornale e delle persone stesse. Essi denunciano, in particolare, un regime di censura che sarebbe stato adottato dal neo-direttore nei confronti di articoli critici riguardo alla figura del presidente russo Vladimir Putin.

Demjan Kudrjavtsev, il precedente proprietario che aveva acquistato il quotidiano nel 2015, ha annunciato nel marzo 2020 la volontà di vendere Vedomosti. Tuttavia, nonostante il formale passaggio di proprietà ai due imprenditori Konstantin Zjatkov e Aleksej Golubovič non fosse stato ancora ultimato, Šmarov è stato nominato nuovo direttore di Vedomosti nello stesso mese.

Il 12 maggio 2020, giornalisti di Meduza, Forbes, The Bell e dello stesso Vedomosti avevano pubblicato un’inchiesta sulle transazioni economiche e le negoziazioni per l’acquisto del quotidiano Vedomosti. Le accuse sono numerose, ma è necessario citarne almeno due.

Innanzitutto, l’acquisto di Delovoi Standard Ltd, società offshore proprietaria di Vedomosti, da parte dell’imprenditore Demjan Kudrjavtsev nel 2015 sarebbe stato guidato dal governo russo, in coordinazione con l’imprenditore Dmitrij Bosov, defunto un mese fa. Tra il 2015 e il 2016, il trasferimento di proprietà di Vedomosti da Delovoi Standard Ltd ad Arkan Investment (società in mano alla moglie di Kudrjavtsev) avrebbe valso all’imprenditore un guadagno di circa 14 milioni di euro in pochi mesi. Tuttavia, la somma necessaria per il passaggio di proprietà (circa 24 milioni di euro) sarebbe stata finanziata in toto da fonti esterne, e per la maggioranza da Bosov.

In secondo luogo, le negoziazioni per la vendita di Vedomosti ai due imprenditori nel marzo 2020 sarebbero state gestite da Michail Leontev, portavoce di Rosneft, compagnia petrolifera in mano al governo russo. Infatti, secondo l’inchiesta, Rosneft controllerebbe Vedomosti tramite una concatenazione di debiti che coinvolgerebbe la Russian Regional Development Bank (RRDB), la cui proprietà appartiene a Rosneft, Konstanta LLC, Arkan Investment (unico azionista di Vedomosti) e Business News Media (la casa editrice del giornale). In questo modo, Rosneft avrebbe avuto voce in capitolo nella scelta del nuovo direttore, un uomo che fosse vicino alla presidenza russa e che, di conseguenza, potesse censurare qualsivoglia articolo non gradito al Cremlino. Infatti, secondo Meduza, Šmarov sarebbe “il candidato dell’amministrazione Putin”.

Non è la prima volta che giornalisti russi si dimettono per protestare contro un regime di censura nei loro confronti. In particolare, a maggio 2019, a seguito del licenziamento di due giornalisti della testata Kommersant – rei di aver pubblicato indiscrezioni su un possibile cambio di timone alla presidenza del Consiglio federale russo – una decina di colleghi rassegnò le dimissioni in loro solidarietà. Alle accuse di censura, un portavoce di Ališer Usmanov, proprietario del quotidiano, affermò che il licenziamento non fosse il frutto di una soluzione politica e che Usmanov non interferisse nella linea editoriale di Kommersant.

Le dimissioni dei cinque giornalisti di Vedomosti, esattamente come quelle che hanno coinvolto la testata Kommersant un anno fa, rappresentano un atto simbolico nei confronti del settore editoriale russo. Essi chiedono semplicemente la libertà di esercitare la propria professione senza alcuna censura.