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Nonostante la crisi pandemica generale affligga anche la Russia, Mosca è già al lavoro. Anzi, non si è mai fermata. Il Cremlino ha infatti reso noto il progetto della nuova grande opera nazionale, ribattezzata “Sibirskij Meridian” – la nuova “Transiberiana artica”. Presentato come una gigantesca “ragnatela di ferro”, la nuova infrastruttura dovrebbe creare un network stradale e ferroviario capace di connettere gli angoli più remoti della Russia settentrionale, dai porti artici di Murmansk e Arcangelo sino a Vladivostok, passando per le migliaia di chilometri di steppe della Siberia del Nord. Il progetto, ribattezzato “Arctic Express” dagli addetti ai lavori, non sostituirebbe la mitologica Transiberiana, ma la affiancherebbe, essendo principalmente rivolta al trasporto via cargo di materie prime e beni commerciali.

Gli elevati costi di realizzazione – attestati intorno ai circa 5 trilioni di rubli – saranno quasi interamente coperti dal “Piano comprensivo per la modernizzazione ed espansione dei network infrastrutturali” (CPMI) del Cremlino. Tuttavia, i giganti dell’energia russa Gazprom e Novatek, già attivi nell’Artico nei numerosi impianti estrattivi di Yamal, Sabetta e in Kamchatka, e interessati a velocizzare la costruzione del secondo tratto del gasdotto Power of Siberia, potrebbero contribuire con oltre 100 miliardi di rubli già da quest’estate.

Una volta completato, il “Sibirskij Meridian” realizzerà svariati segmenti ferroviari, molti dei quali sono in realtà ancora in fase di definizione dal comitato tecnico del progetto. Oltre a potenziare le infrastrutture delle Ferrovie del Poligono Orientale (Transiberiana e Baikal-Amur), la nuova grande opera russa porterà anche a compimento tratti ferroviari strategici rimasti incompiuti negli anni, tra i quali le linee tra Sosnogorsk e il porto di Indiga (506 km), tra Lesosibirsk e Igarka (1050 km), o ancora, il collegamento tra Urengoj e la città metallurgica di Norilsk (830 km) e altre linee più lunghe come la Lesosibirsk-Nizhnevartovsk-Belij Jar-Jarki-Ust-Ilimsk (1995 km).

La rivoluzionaria evoluzione del nord russo, da sempre concepito come un improduttivo ammasso di ghiacci, fornirebbe alla regione anche alcuni interessanti spin-off, quali la connessione ed integrazione della Siberia settentrionale alle città uraliche di Ekaterinburg e Krasnojarsk tramite treni passeggeri ad alta velocità. Come dichiarato dallo stesso presidente Vladimir Putin, il progetto cercherà anche di unire tratte ferroviarie minori in snodi più estesi, unendo ad modello Salechard e Ob passando per Nadym, Urengoj, Tjumen’, Perm’ e Jaroslavl’.

La portata mastodontica di un collegamento diretto tra il Mar Bianco e l’Oceano Pacifico non è però limitata al mero ambito nazionale d’import-export; l’intento è, anzi, quello di stimolare ulteriormente l’interscambio commerciale tra i territori del Nord, ricchi di risorse minerali e naturali, e i porti dell’Estremo Oriente (Cina e Corea del Sud in primis).

Tale progetto va del resto pari passo con quello della Rotta del Mare del Nord (NSR), che già connette Murmansk a Vladivostok nel settore artico russo, interamente incluso nella Zona Economica Speciale (EEZ) di Mosca. Oltre che in comunione d’intenti e sullo stesso nodo commerciale, NSR e “Sibirskij Meridian” condividono anche una comune tensione verso l’Asia: mentre i cantieri navali di Seoul si apprestano a fornire nuove rompighiaccio hi-tech alla Flotta del Nord, la Cina continua a irrorare il vicino russo di fondi e investimenti per accrescere la cooperazione commerciale sulle rotte del nord.

Non è dunque un caso che la conclusione dei lavori dell’“Arctic Express” sia prevista per il 2035, anno in cui, secondo numerose stime, l’accresciuto scioglimento dei ghiacci polari durante i mesi estivi spianerebbe finalmente la strada all’ascesa della Rotta del Mare del Nord, oggi solo competitore minore della tradizionale Rotta Suez-Malacca, ma un domani agguerrito concorrente per l’egemonia commerciale sui mari.

L’idea complessiva che scaturisce da questi due progetti è dunque quella di un consolidamento delle relazioni commerciali e industriali russo-cinesi. Il postulato che sorregge tale progetto è fondato sull’idea di trasformare l’Artico russo in un hub della logistica commerciale, capace di convogliare la potenza commerciale di Pechino e di combinarla con l’export minerale ed energetico russo verso Oriente e Occidente.

Il “Sibirskij Meridian” però non si è limitato alle ferrovie; al contrario, la seconda priorità del progetto consiste nell’espansione e nel complessivo rifacimento delle infrastrutture stradali e autostradali della Russia artica entro il 2023. La scadenza è stata anticipata di un anno a causa del drastico crollo dei prezzi del carbone in Europa, che ha reso molto più redditizio l’export del bacino carbonifero siberiano verso l’Asia anche tramite trasporto su gomma.

Un altro fattore non secondario che ha influenzato l’interesse strategico di Mosca per le infrastrutture commerciali via terra è stata la pandemia generale che in questi mesi affligge l’intatto pianeta. A causa del boom della logistica e dei trasporti terrestri, il traffico commerciale con la Cina è cresciuto del 33,4% nel solo mese di marzo. Le criticità e i nodi dei sistemi di trasporto russi oltre l’istmo europeo sono dunque venuti al pettine in maniera repentina, sottolineando l’urgenza di alleggerire il carico e ammodernare le vecchie infrastrutture sovietiche.

Stando alle dichiarazioni, tempistiche e finanziamenti al “Sibirskij Meridian” non dovrebbero risentire alcuna modifica in un futuro a sufficienza prossimo. Sarebbe tuttavia irrealistico non ipotizzare quantomeno la possibilità di una ridiscussione delle deadline e dei contributi alla grande opera infrastrutturale e alla Rotta del Mare del Nord. I danni economici provocati dal Coronavirus, una volta sommati alla battuta d’arresto che il mercato del petrolio sta infliggendo all’economia russa, spingeranno probabilmente a un eventuale ripensamento del “Sibirskij Meridian”.