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La questione della ratificazione del confine russo-estone è tornata recentemente al centro delle relazioni tra Mosca e Tallinn dopo che il 18 novembre Sergei Belyayev, diplomatico russo, intervistato per RIA Novosti ha ribadito la posizione di Mosca, affermando che la Russia è pronta a firmare il trattato sul contestato confine a patto che l’Estonia abbandoni le sue rivendicazioni territoriali, illegittime agli occhi del Cremlino. La risposta del Riigikogu, il parlamento estone, non ha tardato ad giungere, rappresentata dal portavoce Henn Põlluaas che non si è risparmiato di accusare la Russia di aver annesso il 5% del territorio estone.

“Non avendo alcuna base storica né giuridica, la dichiarazione è stata fatta a scopo provocatorio”. È così che la portavoce del ministero degli Esteri russo Zakharova chiarisce la posizione di Mosca sulle recenti affermazioni provenienti da Tallinn. Per il momento, Zakharova ha avuto l’ultima parola in una discussione che in realtà ha portato pochi nuovi risvolti sulla vicenda, in quanto entrambe le parti si sono limitate a ripetere posizioni già sostenute in altre occasioni, alimentando un fuoco per il solo gusto di tenerlo vivo.

Per comprendere come mai l’Estonia sia l’unico membro della Nato a non aver ratificato i propri confini con la Russia e perché questa circostanza continui a essere oggetto di contesa tra Tallinn e Mosca, bisogna fare riferimento alla fondazione dell’Estonia come stato-nazione risalente al 1920 con il trattato di Tartu.

Il trattato di Tartu del 1920 venne firmato in seguito alla guerra di indipendenza estone che vide le forze nazionaliste del paese schierarsi contro quelle bolsceviche della repubblica socialista russa. Sancì l’indipendenza dell’Estonia dopo secoli di dominio zarista, ma il paese poté godere della sua nuova condizione solamente per un ventennio, prima di cadere in mano sovietica dal 1940 al 1941 e poi dal 1944 fino a che, con la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, dichiarò la propria indipendenza insieme a Lettonia e Lituania. Il problema del confine russo-estone nasce in questo contesto; mentre l’Estonia riconosce i confini dichiarati nel trattato di Tartu, in quanto prima formazione dello stato estone, la Russia riconosce quelli stabiliti dopo il 1991. Questo ha fatto sì che il nuovo confine de facto vedesse alcuni territori, riconosciuti dal trattato del 1920 come parte integrante dell’Estonia, passare alla Federazione russa. I territori interessati includono a sud-est dello stato baltico la città di Petseri (in russo, Pechory) e la sponda occidentale del lago Peipus, mentre a nord-est la parte orientale del fiume Narva, comprendente la città di Jaanilinn, o l’odierna russa Ivangorod. Per il popolo estone, il trattato di pace è la pietra miliare che pone le basi per il riconoscimento dell’Estonia come stato e le rivendicazioni su questi territori trovano così legalità internazionale e giustificazione storica. D’altra parte, Mosca basa le proprie argomentazioni sulle condizioni attuali, insistendo sulla prevalenza della popolazione russa nell’area. Inoltre, la posizione russa può trovare spiegazione nel fatto che all’inizio del 1991 la Russia si trovò coinvolta in 73 dispute territoriali riguardanti i propri confini, che per altro non godevano di alcun riconoscimento nei trattati internazionali, e per questo qualsiasi concessione territoriale avrebbe implicato l’obbligo di doverne fare delle altre, a spese di Mosca (Claes Levinsson, The Long Shadow of History, 2006). Nonostante ciò, l’Estonia fece la prima mossa nel 1992 lanciando un appello al suo vicino orientale di ritirare le guardie di frontiera fino ai confini stabiliti dal trattato di pace di Tartu, sollecitazione fermamente respinta dal Cremlino che accusò Tallinn di avanzare rivendicazioni territoriali ingiustificate. La condizione si aggravò quando la Russia, senza il consenso dell’Estonia, decise di stabilire la linea di confine della Russia socialista come quella ufficiale della nuova Federazione russa. Da allora, Tallinn accusa Mosca di aver annesso parte del suo territorio.

In ogni caso, il parlamento estone ha cercato in più occasioni di riaprire il dialogo con il Cremlino, ma non avendo un forte supporto della comunità internazionale negli anni ’90 la questione non vide alcun risvolto concreto. Con l’accesso dell’Estonia nell’Unione Europea il problema della ratificazione tornò ad essere affrontato in quanto Bruxelles richiedeva agli stati candidati di non avere dispute territoriali con i propri vicini. Nel 2005 sembrò che entrambi i paesi fossero pronti a firmare la ratificazione dei confini, quando la Russia si tirò indietro dopo che l’Estonia aveva aggiunto un preambolo che si riferiva all’occupazione sovietica e al trattato di Tartu. Da quel momento la condizione è rimasta pressoché invariata, anche se le posizioni del Riigikogu sembravano essersi ammorbidite dopo il 2014.

Tuttavia, recentemente la questione è tornata a essere dibattuta in un contesto particolare per l’Estonia. Infatti, il nuovo governo di coalizione tripartitica eletto la scorsa primavera non ha una chiara posizione sulla Russia: si divide tra il Partito di Centro del primo ministro Juri Ratas, quello conservatore di Isamaa e quello di estrema destra EKRE. Quest’ultimo ha linee apertamente russofobe e lo scorso maggio il suo leader Mart Helme ha paragonato la condizione estone a quella dell’occupazione russa dei territori in Ucraina e in Georgia. Mentre Isamaa ha posizioni diffidenti ma più miti, il primo ministro estone sostiene che un certo grado di Realpolitik sia necessario nei rapporti con la Russia e che bisogna guardare alla condizione attuale del confine, così facendo ammiccando implicitamente alla possibilità di ammettere la posizione di Mosca.

Le affermazioni di Belyayev e il conseguente botta e risposta tra Estonia e Russia non hanno fatto che ribadire le posizioni già note di entrambe le parti. L’elemento di novità è rappresentato dalla voce ostile di EKRE che si pone come principale difensore del trattato di Tartu e che duramente dichiara che il non riconoscimento dei confini stabiliti nel 1920 indica il non riconoscimento russo dello stato moderno estone; tuttavia, queste posizioni sono fortemente mitigate dalla spinta centrista di Ratas, che invece dichiara che il paese è pronto ad andare avanti con l’accordo. Anche a causa di questa divisione politica interna, l’Estonia non è capace di imporsi con la controparte russa, che sminuisce continuamente le posizioni di Tallinn ripetendo che il trattato ha smesso di essere in funzione quando l’Estonia entrò a far parte della struttura dell’Unione Sovietica.

In una partita in cui le posizioni russe sembrano irremovibili e le dichiarazioni estoni sono definite “provocatorie e assurde” e non utili a migliorare le relazioni bilaterali tra i due paesi, come affermato da Zakharova, Tallinn dovrebbe ritrovare l’unità politica sulla questione in modo tale da ripensare il proprio approccio nel porre fine a questa ciclica rivendicazione territoriale.

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