The Times Russia Siamo il più letto media di informazione con notizie dalla Russia costantemente aggiornate!The Times Russia

Paolo Nori, I russi sono matti

Dopo avere a lungo soggiornato nei territori della narrativa, da un po’ di tempo Paolo Nori ha preso a cimentarsi con un nuovo genere, quello che, in maniera piuttosto grossolana, si potrebbe definire manualistico. Ed essendo Nori un grande specialista di lingua e cultura russa – il suo curriculum di traduttore si è andato allungando, nel corso degli anni, e ha toccato monumenti della letteratura mondiale come Oblomov e Le anime morte –, il suo interesse non può non volgersi alla Russia e ai suoi scrittori. In pratica, Nori si è messo nei panni della guida (e non solo in senso metaforico) e ha deciso di accompagnarci nelle città e nelle grandi distese del territorio russo. Il viaggio si è avviato lo scorso anno, con La Grande Russia Portatile, un Viaggio sentimentale nel paese degli zar, dei soviet, dei nuovi ricchi e nella più bella letteratura del mondo (Salani), resoconto del rapporto d’amore che dai primi anni Novanta intercorre tra lo scrittore e la Russia.

Proprio a partire dalle ultime parole del sottotitolo, quel viaggio prosegue oggi sul terreno di elezione di Nori, la letteratura, con I russi sono matti, un gustoso Corso sintetico di letteratura russa. 1820-1991 edito da UTET. Si comincia dalla classica domanda che si sente rivolgere chiunque abbia studiato il russo: «Come mai hai studiato russo?». Si potrebbe dire che, in fondo, il libro è il tentativo di dare una risposta a questo interrogativo iniziale e a quello che ne discende, ossia «in cosa si differenzia la letteratura russa da quella inglese, o tedesca, o americana, o cubana eccetera eccetera». Interrogativo, soprattutto quest’ultimo, piuttosto problematico, perché in fondo, dichiara subito Nori, lui è «uno che sa molto poco». O meglio, sa che la letteratura russa è diversa dalle altre, ma non sa dimostrarne il motivo; quello che può fare, dunque, è accumulare una serie di indizi e di testimonianze, lasciando al lettore il compito di scovare le differenze, le peculiarità che fanno della letteratura russa una letteratura unica rispetto a quelle dell’Europa occidentale.

Nori indossa i panni della guida inesperta, che accompagna noi lettori soltanto in virtù del fatto che conosce la lingua, mentre noi no; e infatti aggiunge alla fine del libro un’ottima guida all’accentazione dei nomi russi, annunciata in premessa perché sapere come si accentano i nomi russi è «difficilissimo». La sua è la competenza dell’appassionato, non dell’esperto vero e proprio: riprendendo un appunto di Jakobson, Nori osserva che si può essere esperti di tutto, dal cinema alla raccolta differenziata, dall’agricoltura al pattinaggio in linea, ma non di letteratura, perché i grandi libri sono «inabbracciabili». E tanto meno si può essere esperti di Dostoevskij, perché forse non possono nemmeno vivere, gli esperti di Dostoevskij. Il nome dell’autore di Delitto e castigo non è casuale, non tanto per il posto che occupa nel pantheon della letteratura mondiale, quanto piuttosto perché è appunto da quel nome e da quel romanzo che il quindicenne Paolo Nori ha intrapreso il proprio viaggio, allora inconsapevole, dentro la letteratura russa. Del resto, diceva Giorgio Manganelli – in un articolo apparso sulla «Stampa» nel 1979 e poi ripubblicato dieci anni dopo in quella sorta di autoritratto che è Antologia privata – che leggere i russi «è una esperienza che molti fanno nell’adolescenza, più o meno al tempo delle sigarette o dei primi, sani desideri di scappare di casa e andare a fare il mozzo». E aggiungeva che è pressoché impossibile «liberarsi di un Dostoevskij una volta che vi è entrato nel sangue» – ancora Dostoevskij! – e che «è molto più facile dimenticare il numero di telefono del primo amore, che la prima lettura della Sonata a Kreutzer di Tolstoj, o della Steppa di Cechov».