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L'esercitazione Trident Juncture e il...

Il 25 ottobre 2018 è ufficialmente incominciata l'esercitazione NATO denominata “Trident Juncture 2018”. Essa si compone di due “fasi”. La prima, più propriamente “operativa” tra il 25 ottobre ed il 7 novembre e la seconda “simulata al computer” terminerà il 23 novembre. In tutto, “Trident Juncture 2018” ha visto lo schieramento di 51.000 militari, 250 aerei, 65 navi e 10.000 veicoli terrestri. Degno di nota il fatto che, oltre a tutti i paesi della NATO, “Trident Juncture 2018” ha visto anche la partecipazione delle forze armate di Svezia e Finlandia, paesi formalmente neutrali che non fanno parte dell'Alleanza Atlantica.

In particolare, sul versante finlandese del Mar Baltico, la Germania ha portato a compimento, il 29 ottobre, un ramo secondario dell'esercitazione che ha coinvolto 3.600 uomini, 40 unità navali e 30 mezzi aerei appartenenti alla Bundeswehr allo scopo di migliorare il coordinamento tra le proprie forze armate e quelle finlandesi. Anche lo spazio aereo svedese è stato teatro di manovre, così come l'isola di Gotland (della quale, per altro, il governo svedese ha recentemente annunciato la ri-militarizzazione). Tuttavia, la sede principale dei “giochi di guerra” è stata senza dubbio la Norvegia, la quale ha messo a disposizione ben 27 poligoni militari situati in varie località.

Secondo dati pubblicati dal Ministero della Difesa del Regno di Norvegia, l'esercitazione “Trident Juncture 2018” ha comportato l'allestimento di 50 campi situati attorno alle aree di esercitazione e dotati complessivamente di 35.000 posti letto. Sono stati inoltre serviti 2 milioni di pasti caldi e distribuiti 5 milioni di bottigliette d'acqua oltre a 660 tonnellate di vestiario.

Al di là dell'imponente sforzo logistico e degli eventuali disagi per le popolazioni locali, la Norvegia ha potuto beneficiare anche di un guadagno economico da questa esercitazione, infatti i subappalti firmati da varie ditte norvegesi impegnate nella preparazione e gestione dell'evento hanno fruttato circa 1,5 miliardi di corone. Al di là del business in sé e per sé, le vere finalità dell'esercitazione erano di testare la prontezza operativa dei reparti dell'Alleanza e la loro capacità di fornire supporto ai membri della NATO ed ai partners che dovessero trovarsi sotto attacco da parte di una potenza straniera.

Inutile a dirlo, il convitato di pietra al centro di tutte le dichiarazioni ufficiali emesse dai responsabili civili e militari dell'Alleanza in questo arco temporale è stata la Russia, la quale aveva avuto modo di flettere a sua volta i muscoli nel corso dell'esercitazione Vostok 2018. Nonostante le ostentate dichiarazioni sulla natura “difensiva” dell'esercitazione, più di una voce in Russia ha espresso i propri mal di pancia riguardo le manovre NATO. Infine è toccato al viceministro degli Esteri, Aleksander Grushko, l'onere di dare voce alla posizione ufficiale del paese affermando che: “Oggi è chiaro a tutti che se ritornassimo a parlare di relazioni Russia-NATO, non ci potrebbe essere alcuna restaurazione alla normalità a meno che la NATO non rinunci alla sua politica aggressiva”.