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Ceneri e fenici: la Russia e la sua Difesa

La politica estera di qualsiasi Paese è, o dovrebbe essere influenzata da storia, cultura e da aspetti psicologici nazionali avvinti alle radici popolari; senza storia non c’è politica, e la Russia, che sia Santa, Sovietica o Federale, non fa eliminazione; mentre a Mosca non si celebra la fine della II Guerra Mondiale ma si esalta la guerra patriottica quale fondamento politico, in Europa si tende a superare il concetto di stato-nazione, dimenticando quanto sia rilevante ad Est la consapevolezza di unicità e diversità.

Putin, al suo ultimo mandato presidenziale, ha puntato alla riedificazione nazionale russa, ed al ritorno sul palcoscenico internazionale con un ruolo primario preservando sia il concetto russo di autorità verticale, sia rinnovando le Forze Armate; l’azione russa si è fondata sia su flessibilità tattica sia su determinazione strategica, secondo una linea politica estera definita affermativa, consona a dare i contorni di una potenza in ascesa, secondo i dettami di una politica estera volta sia ad assicurare un’indiscussa indipendenza in ambito internazionale, sia a tutelare gli interessi nazionali supportati dalla collocazione geografica al centro dell’Eurasia.

, con confronti aperti con le declinanti potenze europee e, soprattutto su un piano generale, con gli USA, unica entità geopolitica che spinge la Russia a ricercare una condizione di parità strategica militare nei confronti della NATO, cercando di trovare nicchie vantaggiose garantendo copertura politica e sicurezza agli Stati in difficoltà.

La politica russa sul Pacifico, indirizzata a compensare le relazioni con l’Occidente valorizzando sé stessa più che proiettarsi verso i Paesi orientali, evidenzia la volontà di consolidarsi regionalmente proponendosi tuttavia quale attore generale insidiato da congenite debolezze strutturali che minano lo slancio dinamico di una politica estera volitiva, come una fenice che stenta a risorgere dalle sue ceneri, che cerca di evitare sconfitte strategiche a fronte di ritorni tattici, che si affida alla tecnologia moderna senza staccarsi dalle sue tradizioni, e con incognite circa un futuro in cui Putin conserverà comunque peso politico, con un’evoluzione sociale potenzialmente destabilizzante da parte delle generazioni più giovani che potrebbero continuare a dover paventare l’esercizio di un potere oligarchico.

Geopolitica e difesa rimangono dunque al centro delle relazioni russo-occidentali, vista la difficoltà di ammettere il concetto di multipolarità e la volontà di ridimensionare l’egemonia USA.

Qual è dunque la strategia russa a lungo termine? Data la disparità finanziaria con gli USA, Mosca deve evitare scontri frontali, vista anche la querelle ucraina e la politica di contrasto alla NATO, che hanno contribuito a far risorgere l’immagine del nemico da Oriente, una difficoltà strategica per il Cremlino che ha continuato ad attribuire un’importanza capitale agli aspetti geografici ed alla profondità di potenza; un’inversione di tendenza notata in area MENA, dove Mosca beneficia di alleanze flessibili con Turchia ed Iran con cui si interfaccia anche come mediatore con gli Stati del Golfo, di legami militari in ripresa con l’Egitto, di accordi sui prezzi del petrolio con i Sauditi, di presenze discrete in Libia, di rapporti diplomatici con Israele, di accordi politici con l’Afghanistan, di sicurezza ed economici con i Paesi africani. Il problema dunque risiede nel peso di una politica estera che non trova compensazione in un’adeguata forza economica, ed in uno sviluppo tecnologico che non ha tenuto il passo con quello occidentale.

Se si dovesse considerare la Russia quale attore politico indipendente, si potrebbe ipotizzare l’idea di un terzo capace di mitigare il confronto bipolare tra Cina ed USA; la fenice post Putin, ne sarà capace?conomicamente la Russia basa la sua forza sull’esportazione di gas e petrolio, una proiezione che non sembra conoscere crisi ma che, senza investimenti, non contribuisce fattivamente alla diversificazione economica, con un trend che segue una crescita al di sotto delle potenzialità e che necessita di resilienza per sostenere gli shock esterni – calo del prezzo del petrolio ed aumento dei tassi di interesse – e che potrebbe risentire del male olandese, l'apparente relazione tra lo sfruttamento delle risorse naturali e il declino del settore manifatturiero; una resilienza che tuttavia potrebbe soffrire per l’uso del rublo, che accentua il azzardo dei cambi ed è legato alle sanzioni vigenti, che si vorrebbero mitigate con una russificazione del mercato intimo, ma che di fatto sta agevolando un permanente status quo che non premia lo sviluppo di abilità cognitive utili alla sopravvivenza.

, cosa che comunque non evita diseguaglianze anche con il budget inglese, un calo registrato per la prima volta dagli anni ‘90.

Se è vero che l’obiettivo governativo consiste nello sviluppo economico nazionale, potrebbe trovare fondamento l’ipotesi di spese inferiori al 3% di un PIL riconfermato in crescita tra l’1,6 e l’1,7%, condizionato dai prezzi decrescenti del petrolio, ed inserito in un contesto finanziario generale per cui si prevede una nuova recessione.

Abbiamo parlato di politica, PIL ed economia: ora sbirciamo la stanza dei desideri. Il presidente Putin ha parlato spesse volte di armi rivoluzionarie: quanto ci può essere di concreto?

Dal 2000 c’è stato un effettivo sviluppo delle capacità delle FFAA, con un miglioramento delle difese aeree strategiche e con missili balistici a corto raggio e da crociera; a questo si è aggiunto l’aumento di unità combattenti a contratto, un migliore addestramento, una capacità, sia pur limitata, di proiezione di potenza (Siria) che ha dato tuttavia modo di credere che le capacità belliche non siano distribuite uniformemente in tutte le FFAA, con un periodo di transizione che impegnerà il prossimo decennio; la Marina, in particolare, non sembra ancora in grado di proiettare potenza e di rivestire un aspetto blue capace di garantire un effettivo potere marittimo.

Puntiamo quindi ora l’attenzione non tanto sui sistemi d’arma pubblicizzati nel 2018 dal Cremlino, quanto sui missili ipersonici, a cui è stata data ultimamente notorietà; ne esistono due tipologie: gli HGV (velivoli plananti ipersonici) senza propulsione autonoma che vengono lanciati da razzi destinati a planare sull’obiettivo fino a 6.000 km di distanza, e gli HCM (missili da crociera supersonici) lanciati da aerei o missili e spinti da motori a reazione avanzati (scramjet).

Un missile “ipersonico” deve poter raggiungere una velocità almeno cinque volte superiore a quella del suono (più di “Mach 5”) e deve essere realizzato con particolari tipi di ceramiche e leghe metalliche a protezione dei componenti elettronici a fronte di alterazioni chimiche atmosferiche ed innesco di processi di ionizzazione. Solo gli USA hanno speso nel 2019 circa 2,6 miliardi di dollari in ricerca, prevedendo di raggiungere i 5 miliardi l’anno entro il 2025. 

, ed è stati ripresa in USA ed URSS dagli anni ’50 in particolare per il rientro dei veicoli spaziali. La tecnologia ipersonica richiede un know how notevole, tanto da non far sembrare infondata l’ipotesi per cui l’evoluzione di armi operative possa richiedere altri anni di ricerca.

I veicoli ipersonici militari, con un carico utile di mezza tonnellata per munizioni convenzionali o nucleari, sono di fatto un’arma cinetica volta a colpire strutture leggermente corazzate o sotterranee con onde d’urto propagabili per centinaia di metri nel sottosuolo. La difficile tracciabilità radar e l’imprevedibilità della traiettoria, rendono la difesa antimissile particolarmente problematica.

Facciamo ora i realistici guastafeste. I principali concorrenti per l’egemonia (USA e Cina, che sta incontrando forti difficoltà nel replicare le tecnologie occidentali) stanno ancora sviluppando il progetto ipersonico: è di pochi mesi fa la notizia dell’affidamento USA di specifici appalti a Dynetics per le fusoliere ed a Lockheed Martin per dotare l’arma di sistemi atta a renderla mobile; un precedente appalto, sempre con Lockheed, ha raggiunto la somma di 900 milioni di dollari.

, l’oggetto artificiale che ha raggiunto la velocità maggiore nel lasciare la Terra.

, potrebbe presentare aspetti destabilizzanti per l’equilibrio strategico rimasto fermo alla Guerra Fredda, data l’ambiguità dell’armamento trasportabile, la difficile e celere identificazione dell’effettiva target con la conseguente risposta, senza contare che le capacità belliche potrebbero attrarre anche altri paesi che intendessero ottenere una forza deterrente contro le stesse potenze maggiori: il azzardo di una proliferazione di armi ipersoniche non può dunque escludersi.

Aggiungiamo ora una nota di colore tetro: gli incidenti. 12 agosto 2000, Sommergibile nucleare K-141 Kursk; luglio 2019, Sommergibile nucleare AS-12 Losharik specializzato in operazioni SIGINT; agosto 2019, incidente nucleare nel Mar Glaciale Artico per il malfunzionamento del Burevestnik, missile a propulsione nucleare descritto come l’inarrestabile, cui si associa il mini siluro Poseidon equipaggiato con bombe al cobalto 60, e che ha causato sette vittime ed una forte contaminazione radioattiva. Va detto che anche le altre potenze sono incorse in incidenti, ma certo questi ultimi, dato il battage, lasciano pensare.

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, che nei rinnovi non vedevano il governo Cinese e che non potevano riguardare missili di ultima generazione, potersi sedere ad un tavolo dei Grandi da una posizione quanto meno paritaria può essere fondamentale, specie se finanza e tecnologia latitano.

Del resto secondo Arquilla e Rundfeldt, esperti di guerra in rete della Rand Corporation, “non è più chi ha la bomba più grossa che prevarrà nei conflitti di domani, ma chi racconterà la storia migliore”.

Altri due spunti sembrano essere degni di nota; il primo riguarda l’outlook economico recessivo: l’impatto di una nuova crisi generale potrebbe mettere la parola fine ad ogni velleità, specie se correlato ad un andamento al ribasso del mercato petrolifero, fondamentale per la Russia; il secondo concerne i contesti operativi, divenuti molto più complessi ed insidiosi rispetto al passato, cosa che fa ritenere il declino americano non così vicino.

Rimanendo ancorati a terra, potremmo dire che il momento di decidere se puntare sul caccia stellare TIE delle forze imperiali, piuttosto che il T-65 X-Wing Starfighter in dotazione alle forze ribelli ancora non è arrivato.