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RUSSIA, COME CAMBIA L’IMPORT-EXPORT AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

In crescita le esportazioni ortofrutticole nordafricane verso la Russia e il provvedimento dell’Unione economica eurasiatica in vigore dallo scorso 18 aprile (leggi news), serve proprio per evitare l’effetto “collo di bottiglia” che possa ostacolare la continuità delle forniture agroalimentari verso la regione, con l’eliminazione dei dazi fino al prossimo 30 settembre per patate, cipolle, aglio, cavolo, carote, peperoni, segale, riso, grano saraceno, succhi e alimenti preparati per l’infanzia.

Come cambia lo scenario dell’import-export da e per la Russia in tempi di Covid? Ce ne parla Marco Lucchin (nella foto), esperto di geopolitica dell’area Eurasiatica che ha accolto il nostro invito ad un’intervista in videoconferenza.

“La mia impressione è che, con questo provvedimento dell’Unione economica Eurasiatica, la Russia e i Paesi ad essa aderenti, stiano cercando di assicurare la continuità della fornitura alimentare attuando una sorta di back-up plan, in considerazione anche del fatto che le esportazioni dalla Cina, che affluivano attraverso il canale sud-orientale del colosso ex-sovietico, sono ora ferme per via dell’emergenza Covid. D’altro canto bisogna considerare anche la forte inflazione a cui è sottoposto il rublo, la moneta russa”.

Lo sviluppo della produzione interna, secondo quanto riferisce Lucchin, per quanto in crescita tramite la creazione di sempre nuovi impianti serricoli a tecnologia olandese, tedesca e in parte anche italiana, al momento è quasi fermo.

“I lavoratori dei campi a nord del Caucaso – precisa Lucchin – sono stati sottoposti a contumacia. E questo è un problema soprattutto nel Tatarstan fertilissima ed iperproduttiva repubblica della Federazione Russa, con capitale Kazan, terza città per importanza dopo Mosca e San Pietroburgo”. “Nonostante le difficoltà produttive – afferma Lucchin – date dalle misure di sicurezza sanitaria, buona parte di queste produzioni sono state dirottate sul confine sudorientale che rimane ‘scoperto’ proprio per la mancanza, momentanea, delle esportazioni dalla Cina che ogni anno rappresentano circa l’1% del totale delle esportazioni agricole verso la Russia con 453 mila tonnellate pari a un giro d’affari di 370 mln di dollari (Fonte RBC su dati delle associazioni ortofrutticole russe).

Con buona pace della pessima logistica russa sia sul fronte della catena del freddo, che del semplice trasporto su gomma o su rotaia che ancora per buona parte funziona a diesel. “Sul fronte infrastrutturale nel Paese, inoltre, esiste solo un’autostrada ed è quella che collega Mosca a San Pietroburgo – chiosa Lucchin -. Le altre città, ancorché da 1 milione di abitanti ciascuna sono come satelliti dispersi sul territorio e mal collegate tra di loro”.

In buona sostanza, l’Unione Euroasiatica e la Russia insieme ad essa, con il provvedimento del Consiglio della Commissione Economica Eurasiatica, vuole essere sicura di avere le mani libere per gli approvvigionamenti alimentari. Porte aperte non solo ai tradizionali Paesi fornitori, oltre alla Cina anche Israele (139mila tonnellate) e Turchia (136mila tonnellate di prodotto l’anno) ma anche alle emergenti economie agricole del nordafrica, prime fra tutti Marocco, Tunisia ed Egitto.