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Siria, la guerra ombra: «Attacco Usa, 100 russi morti»

La testimonianza sulle bombe di Deir ez-Zor. Intanto il consiglio di sicurezza dell’Onu vota per una tregua umanitaria di 30 giorni

L’attacco americano è cominciato con precisione micidiale verso le dieci della sera del 7 febbraio ed è durato quasi ininterrottamente sino all’alba del giorno dopo. Una pioggia di missili e bombe lanciate da jet e droni che non ha lasciato scampo ai soldati di Bashar Assad assieme ai loro alleati russi e alle milizie sciite, tra cui diversi gruppi scelti dell’Hezbollah libanese. Pare che qualcuno tra loro con le prime luci del nuovo giorno abbia provato a sventolare bandiera bianca dal terreno sconvolto dalle esplosioni, i mezzi in fiamme (tra cui una ventina di carri armati) e i resti dei cadaveri scomposti. Ma la zona che abbiamo visto anche noi da lontano è caratterizzata da grandi colline di terra sabbiosa, qualche fattoria isolata e campi coltivati delimitati da spazi alberati che declinano dolcemente sino alle rive dell’Eufrate, qui già largo e maestoso. La visuale è difficile. «Sapevamo che gli americani avrebbero attaccato. Erano settimane che parlavamo con i loro comandi. Il piano era stato architettato a dicembre, quando le truppe pro-Damasco hanno attraversato l’Eufrate sul ponte di Deir ez-Zor da sud verso nord attestandosi nell’area del villaggio di Salahia, larga 15 chilometri e profonda 3. Una chiara violazione delle intese non scritte tra noi e loro: neppure uno avrebbe dovuto oltrepassare il fiume per dilagare il campo degli altri. Ma hanno approfittato del fatto che eravamo occupati a combattere con quel che resta dei militanti di Isis, che scappano verso la nostra sponda perché noi facciamo prigionieri e i filo-Bashar no. La cosa che ci ha colpito è stato scoprire l’alto numero di russi tra i cadaveri. Non li abbiamo ancora raccolti tutti. Valutiamo siano tra i 100 e 150 su circa 300 morti. Gli altri sono per lo più Hezbollah», ci racconta Polat Jan, che è un alto responsabile dello Ypg (le forze militari curde siriane) comandante per il settore di Deir ez-Zor. Ieri il ministero degli Esteri di Mosca ha ammesso che «diverse decine» di russi sono stati feriti in combattimento. Così, in circa tre ore di intervista, questo ufficiale 37enne originario di Kobane fornisce dettagli inediti di quello che la stampa americana ha platealmente bollato come «lo scontro militare più grave tra Stati Uniti e Russia dalla fine della Guerra Fredda» e probabilmente dai tempi del conflitto in Vietnam.

hanno proposto di attuale. «Non ci è chiaro quanti russi tra i caduti siano mercenari contractor della compagnia privata Wagner di Mosca, oppure soldati regolari. Certo è che hanno uniformi simili e le stesse armi, meno sofisticate di quelle degli americani, ma certamente ottime per i livelli delle forze locali», dice l’ufficiale. È però chiaro cosa volessero ottenere: impadronirsi della grande raffineria «Coneco», gli oleodotti vicini e posizionarsi per prendere i maggiori pozzi petroliferi e di gas di tutta la Siria che da sempre sono la ricchezza di Deir ez-Zor. «Erano arrivati a 300 metri dalla Coneco. Noi curdi avevamo perso quattro posizioni nelle ore appena precedenti l’attacco americano». Al Pentagono chiariscono ufficiosamente che il blitz è avvenuto nel quadro di una strategia sia Usa che russa di «tastare» l’avversario. «I russi passando il fiume miravano a capire quanto noi fossimo disposti a sostenere i curdi. Il nostro attacco poteva essere anche di minore intensità e avrebbe sortito il medesimo risultato di costringere le colonne in avanzata a ritirarsi. Ma era importante lanciare un segnale forte», spiegano i comandi Usa alla tv Nbc. Al momento tutte le infrastrutture energetiche della zona sono bloccate. Isis le ha danneggiate l’estate scorsa, dopo che gli era diventato impossibile utilizzarle. Ma la compagnia nazionale petrolifera siriana ne avrebbe già promesso una parte dei proventi a Yevgeny Prigozhin, quello stesso oligarca russo dai trascorsi criminali oggi imputato negli Stati Uniti di avere interferito nella campagna elettorale americana del 2016 con la «guerra delle false informazioni» e soprattutto proprietario della «Wagner». Circa 3.000 suoi mercenari sarebbero ormai da tempo impegnati in Siria con stipendi mensili sui 3.000 dollari, molto simili a quelli che paga ai suoi in Ucraina e in Africa. Un impegno cresciuto col tempo. Putin sa bene che dopo il disastro afghano degli anni Ottanta, dove l’esercito russo perse migliaia di uomini e la campagna sanguinosa in Cecenia, la sua opinione pubblica è poco propensa ad ammettere le avventure militari all’estero. Da qui il suo plauso all’attività di Prigozhin, esperto nel reclutare ultranazionalisti e veterani dei corpi speciali.

e della marina russa nelle zone di Tartus e Latakia. Ma poi nel 2016 e 2017 sono stati in prima linea nella battaglia di Palmira. Le pattuglie dello Ypg li hanno visti stazionare attorno alla loro enclave di Afrin, prima che Putin ne ordinasse il ritiro quando il 20 gennaio la Turchia ha lanciato l’offensiva militare in chiave anti-curda. «A noi è sembrato assurdo che i russi abbiano deciso di attraversare l’Eufrate. Un vero suicidio per chi conosceva il terreno e le regole che ci eravamo dati. Ci è parso ovvio che gli ordini arrivassero da Mosca. A nostro avviso, il massacro dei russi resta un episodio centrale del braccio di ferro tra Mosca e Washington in Siria».