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La Russia apre uno squarcio sulla sorte dei prigionieri

Tenui squarci di luce su una vicenda che a distanza di 70 anni dagli accadimenti riaccende seppur esili speranze di figli e nipoti dei soldati bresciani dispersi in Russia dopo la disastrosa ritirata a cavallo tra dicembre 1942 e il gennaio 1943, culminata nello sfondamento di Nikolajewka. Dall’archivio dell’immenso lager di Karaganda in Kazakhstan - grande quanto Lombardia e vente per dare un’idea - sono emerse le schede di centinaia di soldati italiani fatti prigionieri e tra questi almeno una ventina appartengono a militari bresciani: di Brescia, Cividate Camuno, Concesio, Travagliato, Pontevico, Castegnato, Bedizzole, Treviso Bresciano, Bovegno, Nave, Pontoglio, Paderno Franciacorta, Pisogne, Orzinuovi, Bagolino, Marcheno, Comezzano e Dello. Le hanno scoperte dei ricercatori nell’ambito di un progetto finanziato da Assopopolari, l’associazione italiana della banche popolari, coordinato dal giornalista Rai Stefano Mensurati. La ricerca, a dire il vero, era nata con ben altri intenti: cercare informazioni sulle sorti dei circa 2mila italiani residenti in Crimea, deportati in prigionia per rappresaglia dopo l’invasione dell’Unione sovietica nel 1941 da parte delle truppe dell’Asse. Solo che a Karaganda - un gulag dalle dimensioni impressionati, vasto appunto quanto Lombardia e Veneto messi insieme, senza guardie perchè neppure uno sarebbe riuscito ad allontanarsi - le ricerche negli archivi hanno scoperto insieme agli italiani di Crimea la detenzione di molti prigionieri di guerra italiani. Il tam tam si è rapidamente diffuso tanto che le informazioni raccolte sono diventate oggetto di una mostra itinerante, sia sulle sorti dei civili italiani di Crimea ma anche dei militari italiani, a seconda della provenienza. Così l’iniziativa ha già fatto tappa a Padova ed a Vicenza, e gli organizzatori confidano di poterla spostare anche a Brescia vista la presenza di soldati bresciani. Dal Kazakhstan alla Russia, a Kirov, 800 chilometri a nord-est di Mosca, lungo la ferrovia Transiberiana. Numerosi volontari, tra cui anche una nutrita partecipazione italiana, stanno recuperando da quest’estate le salme contenute in una o più fosse comuni. È il più importante ritrovamento degli ultimi anni, oltre un migliaio i resti già recuperati, di tre nazionalità, probabilmente tedeschi, italiani e ungheresi. La dimensione degli scavi ed i risultati conseguiti hanno indotto le autorità russe ad autorizzare recuperi anche l’anno prossimo. Impressionante la mole di materiale recuperato, mostrine, gavette, portafogli, bottoni, anelli. Mostrine e nominativi dei soldati italiani sono stati consegnati alle autorità russe che provvederanno a consegnarle a Onorcaduti, l’ente del ministero della Difesa italiano che vigila sulle attività di recupero delle salme negli ex teatri di guerra. Le fosse di Kirov, secondo le testimonianze raccolte già da tempo dagli abitanti della zona, risalgono con ogni probabilità al periodo successivo alla disfatta dell’inverno 1942-’43 quando treni carichi di prigionieri viaggiavano alla volta dei campi di prigionia. Kirov posta sulla Transiberiana era uno snodo nel quale i convogli facevano tappa; in quelle fermate i russi provvedevano ad aprire i vagoni per controllare i prigionieri e gettare fuori i cadaveri dei più debilitati dalla disumane condizioni di trattamento: scaricati dai vagoni e subito gettati nelle fosse scavate nelle vicinanze. Di questo luogo i ricercatori erano al corrente da anni, grazie alle indicazioni fornite dalla popolazione, ma nessuna campagna di ricerca era andata in porto. L’anno scorso l’improvvisa accelerazione, le prime ispezioni, la soluzione delle autorità russe di far partecipare agli scavi anche i volontari di altri Paesi. Il materiale finora recuperato costituirà l’oggetto di un’altra mostra itinerante, in fase di allestimento il cui scopo è la raccolta di denaro per finanziare gli scavi.