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Coronavirus, Ungaro: timori per Spagna, UK, Russia, Turchia, Svezia

Coronavirus, Ungaro: timori per Spagna, UK, Russia, Turchia, Svezia

Roma, 24 apr. (askanews) – In queste settimane abbiamo rivolto una serie di domande ai deputati e senatori eletti all’estero sull’emergenza coronavirus, in particolare in relazione all’impatto e alle reazioni registrate nelle comunità italiane nel mondo. Questa è l’intervista a Massimo Ungaro, residente nel Regno Unito, deputato di Italia viva eletto nella ripartizione Europa. Facendo una disamina delle aree geografiche dove vivono i suoi elettori, Ungaro ha messo l’accento in particolare sulle preoccupazioni per i connazionali che vivono in alcuni Paesi come la Spagna, il Regno Unito, la Russia, la Turchia e la Svezia. Per ragioni diverse (dallo stato dei rispettivi sistemi sanitari al modo in cui i governi hanno affrontato l’arrivo dell’epidemia) sono queste le nazioni che hanno suscitano maggiore attenzione e qualche intervento di tipo diplomatico per sollecitare l’attenzione degli interlocutori internazionali.

D. Il pianeta è stato investito dal coronavirus in tempi diversi e con impatti finora non omogenei in tutti i continenti. Nella ripartizione dalla quale è stato/a eletto/a qual è la condizione, quali sono le aree di contagio che preoccupano maggiormente a più di un mese dalla dichiarazione ufficiale di pandemia da parte dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms)?

R. “In Europa ci sono alcuni paesi che più mi preoccupano: prima di tutto il Regno Unito, non soltanto perché c’è una delle comunità italiane più grandi e più mobili ma perché il governo ha preso molto sottogamba all’inizio il azzardo della pandemia, addirittura invocando l’immunità di gregge poi tragicamente facendo una giravolta, il che sarebbe anche da ridere ma da ridere c’è ben poco perché in gioco c’è la sicurezza non solo degli italiani residenti lì ma anche dei britannici, dei nostri fratelli inglesi. Poi c’è anche la Spagna, che non l’ha presa sottogamba ma ha forse un’altra versione del virus, molto virulento, molto aggressivo e credo che non ci sia la capacità nella capacità nelle terapie intensive a livello di quelle che ha l’Italia, che ha più postio in terapia intensiva di Spagna e Regno Unito. Poi ovviamente nel mio collegio abbiamo anche la Russia e la Turchia che mi preoccupano. Dalla Russia non si hanno informazioni molto chiare ma sia lì che in Turchia il problema è un sistema sanitario da Paese del Terzo mondo in via di sviluppo o da economia in transizione nel caso della Russia, in cui non è chiaro che poi le cure mediche possano essere assicurate nel modo in cui ci si potrebbe aspettare in Italia. Infine la Svezia, che è un Paese del mondo sviluppato ma che ha rifiutato di adottare misure un po’ più serie, all’italiana, del lockdown ed ha avuto alcuni picchi di contagio fonte di ansia: mi hanno scritto un po’ di italiani residenti in Svezia. Questi sono i cinque Paesi dei quali sono più preoccupato”.

D. Restando alla ripartizione della sua elezione, quali sono state le risposte più diffuse da parte dei governi delle varie nazioni? Provvedimenti di chiusura assimilabili a quelli italiani, o anche più drastici, sono stati adottati?

R. “In realtà in Europa la maggior parte dei governi hanno adottato alla fine misure all’italiana, mai più drastiche nei mezzi, a parte magari la distanza di due metri e non di un metro… però meno drastiche: per modello nel Regno Unito si può fare un’ora di ginnastica o di sport all’aperto ogni giorno, anche in Francia è consentito correre; in Spagna no. La Spagna ha adottato misure più drastiche di quelle italiane, è vero. Ci sono dei Paesi che invece le hanno adottate in maniera più celere a parità di contagio: questa è soprattutto l’Austria, che secondo me ha condotto molto bene la lotta alla pandemia perché ha ascoltato l’appello dell’Italia e ha adottato misure forti prima che il contagio si diffondesse troppo. Ha fatto anche delle scivolate: ha chiuso la frontiera con l’Italia, sbagliando, mossa sgradevole, per cui è stata ammonita, come la Slovenia, dall’Unione europea. Però se devo pensare alla salute degli austriaci e dei cittadini italiani in Austria, ha agito bene e infatti sono già in fase di riapertura più avanzata di quella italiana, hanno agito prima”.

D. L’Italia è una delle nazioni più colpite al mondo, e l’emergenza da noi ha preceduto in molti casi la diffusione dell’epidemia in altre zone. In che modo le comunità italiane con le quali Lei è in contatto hanno vissuto le notizie drammatiche che arrivavano dall’Italia nelle scorse settimane?

R. “Sicuramente con molta ansia, molta apprensione: sono stato bombardato di messaggi, chiamate e messaggini. Apprensione per il coronavirus e lo stato in generale del nostro Paese. Abbiamo visto una grande solidarietà delle comunità italiane all’estero per l’Italia, con campagne di donazioni alla Protezione civile e alla Croce rossa italiana. Ma poi ovviamente un senso di pericolo, nei Paesi in cui gli italiani erano residenti ma che non stavano adottando misure forti o severe come l’Italia, quando invece chiaramente il virus non conosce nazionalità o frontiere e infatti si stava espandendo in tutta Europa. E qui questo ha motivato la nostra azione diplomatica in modo a sufficienza forte: non soltanto di noi parlamentari con gli ambasciatori di alcuni Paesi ma anche del Governo, del sottosegretario Scalfarotto in particolare, che ha la delega all’Europa. Abbiamo agito a cominciare dalla Svizzera: la frontiera è rimasta aperta, un fatto molto importante perché ha permesso ai nostri 70mila lavoratori transfrontalieri di poter lavorare in Svizzera. Ma chiaramente lavoravano in condizioni di assoluta insicurezza in confronto alle misure adottate dall’altra parte della frontiera. Da qui la nostra azione sull’ambasciata svizzera e le prime misure adottate dal Canton Ticino e dal Cantone dei Grigioni. Stessa cosa abbiamo fatto col Regno Unito, io con l’ambasciatore britannico a Roma, il sottosegretario Scalfarotto è intervenuto con un membro del governo britannico; e poi con la Svezia, dove si è cercato di intervenire chiedendo all’ambasciatore dei chiarimenti”.

D. Quali sono adesso i maggiori problemi che gli italiani nel mondo stanno vivendo di fronte al diffondersi della malattia anche nei Paesi in cui vivono? E in che modo lo Stato italiano li può supportare?

R. “Domanda molto importante. Chiaramente c’è un tema sanitario, di salute. Qui ovviamente se rimpatriano, c’è poco da fare, ha a che vedere con il sistema sanitario del Paese in cui i cittadini italiani sono residenti. C’è un tema logistico: molti italiani, magari temporaneamente all’estero, studenti, turisti, lavoratori temporanei sono rimasti bloccati e qui bisogna c’è il mio plauso alla Farnesina e a tutto il personale diplomatico che si è mobilitato in maniera molto tempestiva, lavorando anche oltre il dovuto. Ha permesso, anche grazie al coordinamento del Governo e del sottosegretario Scalfarotto, di organizzare una serie di voli speciali Alitalia, soprattutto dalle isole: parlo di Malta, delle Canarie, del Regno Unito, per assicurare di poter ritornare in Italia a molti italiani bloccati. Parlo anche di Miami, dei lavoratori delle varie navi da crociera che sono rimasti bloccati: Il console a Miami, in Florida, è stato molto proattivo. Devo dire che ho sentito una decina di consoli e ambasciatori nelle ultime settimane e ho trovato un grande riscontro, un grande aiuto per i nostri concittadini che erano in difficoltà. Esiste però anche un terzo tema molto importante, molto grande, quello socioeconomico. Ovvero: molti cittadini italiani residenti all’estero perderanno il loro lavoro o vedranno il loro stipendio contrarsi notevolmente. Per loro bisogna agire e già è stato fatto molto da questo Governo, nella fase in cui il Senato ha esaminato il decreto Cura Italia. La maggioranza ha aggiunto una serie di fondi per potenziare i fondi di assistenza dei consolati; sono strumenti antichi ma sono stati potenziati questa volta con cinque milioni di euro. Un milione per sanificare e mettere in sicurezza il personale italiano all’estero, a partire dai consolati ma anche quattro milioni di euro per assistenza sociale. Il capo missione del consolato può, in caso di comprovata e dura indigenza dei nostri connazionali finanziarie il rientro in Italia (di solito si tratta di prestiti in cui il connazionale non iscritto all’Aire deve assicurare di restituire i soldi una volta tornato in Italia). Ma ci sono fondi anche per elargizioni, donazioni, in caso di cittadini Aire per casi specifici di chiare problematiche socio-economiche: è previsto l’aiuto, l’assistenza in loco ai nostri connazionali in difficoltà. Ma c’è un altro tema: per molti italiani all’estero la prima linea di difesa sociale è la rete dello stato sociale del Paese in cui risiedono, dove hanno pagato le tasse negli ultimi anni. Esiste però una categoria di italiani all’estero, che si sono trasferiti magari all’estero di attuale, e quindi non hanno ancora maturato i criteri minimi per godere delle tutele sociali dei Paesi in cui risiedono ma al tempo stesso sono già iscritti all’Aire che è l’anagrafe degli italiani residenti all’estero e quindi non possono godere dei benefici o delle misure adottate in Italia. Per loro bisogna fare qualche cosa, perché non esiste che ci siano cittadini di serie A e di serie B. Non bisogna lasciare neppure uno indietro, Aire o non Aire. Quindi il Governo ha allo studio misure per venirgli convegno e che spero che vadano in porto per aiutare questa categoria di lavoratori italiani residenti all’estero che perderanno il lavoro e non potranno godere di nessun aiuto. L’Italia deve fare qualche cosa per loro”.