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Dal Messico alla Russia. Intervista a Damián Ortega | Artribune

La nuova esposizione di Damián Ortega a Mosca recupera il modernismo minimalista giocando con i simboli del nostro tempo. Ne abbiamo parlato con l’artista, mentre sul nuovo numero di Artribune Magazine vi attende un denso reportage dalla capitale russa.

C’erano una volta in una città un re e una regina che avevano tre figlie bellissime.
La più giovane, Psiche, veniva paragonata ad Afrodite: onori che resero la dea furiosa, al punto di ordinare al figlio Eros di far innamorare la ragazza di una bestia mostruosa. Quando però lo sguardo di Eros si posò sul bellissimo volto di Psiche il dio puntò il dardo verso il suo stesso petto cadendo fatalmente nell’incanto dell’amore.
Per proteggere la loro relazione dall’ira della madre, Eros proibì a Psiche di guardarlo in volto. I due consumavano nel buio di ogni notte il loro amore, fino al momento in cui Psiche, in preda a un’ingovernabile bramosia di conoscenza, illumina il corpo di Eros, il quale si sveglia scappando via per sempre. Disperata, Psiche decide di chiedere aiuto ad Afrodite, la quale la sottopone a diverse prove per poter tornare a vedere l’amato Eros. Dopo impossibili imprese, sfinita ma vittoriosa, Psiche finalmente riesce a riunirsi con l’amato, con cui avrà una figlia: Piacere.
In una delle più belle rappresentazioni amorose Apuleio traccia il cammino di una ricerca ottica che inizia con la curiosità, una travolgente scoperta e che prosegue cercando l’oggetto scomparso del desiderio. Nella favola l’incanto dell’amore eccede la volontà, ma proprio grazie alla perseveranza nella ricerca è possibile un ricongiungimento.
Un’operazione di sintesi in cui solo passando per il disincanto si riscopre l’oggetto perduto. L’abbandono del mistero non significa obbligatoriamente la dittatura della razionalità a detrimento dell’incanto. L’artista messicano Damián Ortega (Città del Messico, 1967) è un moderno Apuleio, che attraverso le dissezioni anatomiche degli oggetti del mondo intraprende un’analoga ricerca visiva sulla società grazie allo strumento della razionalità cognitiva. Come in un incantesimo chirurgico, Ortega riesce a creare un mondo magico dove niente è più ciò che sembra, scuotendo gli spettatori. Conosciuto in tutto il mondo per l’anamorfismo della sua Beetle Trilogy, esposto per la prima volta alla Biennale di Venezia del 2002, dove il mitico maggiolino della Volkswagen si trasforma nell’epopea dell’uomo contemporaneo: una riflessione sui sistemi di produzione industriale, ma anche l’immaginazione di un mondo in cui la materia si trasforma per oggettivare percorsi alternativi a quelli del nostro.

DAL MESSICO ALLA RUSSIA

Ortega è uno degli artisti contemporanei il cui lavoro è riconosciuto in tutto il globo, conservando però la sua profonda essenza messicana. Lo incontriamo nella sua casa a San Angel, un quartiere costruito con la pietra lavica e scura tipica di Città del Messico. Dal primo momento notiamo l’ordine e un senso di precisione, troviamo dovunque una simmetria: tra le file delle bottiglie d’acqua sullo scaffale di legno, dove ognuna sembra contenere una diversa, calcolata quantità di liquido. Il tavolo di granito attorno a cui ci sediamo è un resto del suo periodo brasiliano, cerchi concentrici aranciati scoloriscono verso il turchese in una sottile alternanza di volumi sporgenti.
Nato in Messico in una famiglia di intellettuali impegnati politicamente, il padre, attore, per dieci anni non recitò e si dedicò esclusivamente al sindacalismo, e i suoi zii fondarono l’importante quotidiano di sinistra La Jornada. Damián inizia la sua carriera come caricaturista: la vena ironica e quella politica non abbandoneranno anche il suo lavoro più maturo. L’ultimo suo sforzo è per l’appunto un’opera pubblica a Mosca. Da settembre 2018 fino a fine febbraio, Garage Square, la piazza del Museo d’Arte Moderna della capitale russa, è occupato da una nuova installazione su grande scala di Ortega. Il suo primo assolo in Russia si chiama The Modern Garden ed è un luogo di convegno e interpretazione delle varie implicazioni associate all’eredità del modernismo, delle sculture di parchi e della natura riciclabile dei materiali, dove ora i visitatori possono passeggiare fra una trentina di sculture minimaliste. Sono loghi commerciali trasformati in oggetti tridimensionali in legno, cemento e metallo. L’imperativo morale modernista traduce il design in linguaggio scultoreo tornando alla definizione di scultura come un corpo astratto con specifiche architettoniche e superfici. The Modern Garden riflette sulla scultura stessa e mette in discussione il suo carattere monumentale nello spazio pubblico. Arriveremo a parlare di quest’ultimo grande progetto, ma siamo curiosi di sapere cosa pensa uno degli intellettuali più influenti del Paese di questo cambio politico che ha visto un leader “progressista” vincere le ultime presidenziali.

L’INTERVISTA

Cosa pensi di queste ultime elezioni presidenziali in Messico?
Dopo aver assistito ad anni di rovina totale con il PRI, Lopez Obrador è un’alternativa politica arrivata dopo una lunga storia di una sinistra che ha creduto in un processo democratico. Ho votato per lui, secondo me è un’opportunità, ma sinceramente non credo in grandi cambiamenti. La politica è un mostro in cui è difficile fermare le dinamiche consolidate di corruzione. Spero si possa creare un antecedente diverso oggi. Per me, un sentimento di vera e grande trasformazione è nato con il movimento neozapatista, che però ora non ha appoggiato AMLO perché non crede in questo sistema democratico. Credo sia stato un errore.

Pero Marichuy, la candidata zapatista alle presidenziali?
La gente era decisa a votare AMLO e credo che anche persone di sinistra, che sempre avevano creduto nell’ EZLN, abbiano scelto il cammino democratico. C’è stato un conflitto d’interessi nell’intellighenzia del Paese, perché era davvero un’opportunità storica. Inoltre, il comandante Galeano (il nuovo subcomandante Marcos) non è mai sceso in campo per appoggiarla apertamente e sento che non è stata un’operazione chiara a livello mediatico. Ed era importante un cambio massivo qui in Messico.

Hai avuto una formazione artistica e scolastica eterodossa, come ha influito sul tuo lavoro?
Ho studiato in una scuola alternativa, KAIROS, fondata dalla mia famiglia, che adesso non esiste più. Fino a dieci anni ci facevano studiare ceramica proibendoci l’inglese perché era la lingua del potere. Ne uscirono persone a sufficienza disadattate. Era un progetto letteralmente folle: insieme ai bambini tra virgolette sani, c’erano molti altri compagni con malattie mentali anche gravi. Un giorno entrai in aula: era piena di fili che penzolavano dal soffitto, un compagno aveva visto un’opera di Duchamp e ci disse che quello era il suo esperimento d’arte moderna.

Qual è stato un convegno importante per la tua vita artistica?
Uno dei fondatori di questa scuola era stato seminarista, ma poi disertò per fare lo psicanalista. Fu lui a includere nella comunità vari bambini con problemi mentali. Lo assassinarono qualche anno fa a Cuernavaca: aveva aperto svariate altre scuole. Fu un delitto inspiegabile, conseguenza della violenza smisurata che esiste nello stato messicano di Morelos. Se da una parte quest’eccesso psicanalitico nella mia infanzia mi ha distanziato dalla psicoanalisi in senso stretto, la follia mi ha sempre sedotto, nel senso che permette di creare relazioni personali non convenzionali, inventare mondi. Ho imparato molto anche dal lavoro in comunità grazie a lui. Gabriel Orozco e Mauricio Rocha hanno studiato in scuole alternative e siamo naturalmente spinti a lavorare insieme per trasformare anche un po’ la vita, liberarci dall’accademia e dall’pesante stigma dell’identità messicana per assumerci come qualche cosa di incidentale, di influenzabile. Quando abbiamo iniziato a lavorare, per l’appunto, anche la nostra identità di messicani era in mutazione, abbiamo rigettato il folkloristico, l’arte classica messicana e pure il muralismo: eravamo una generazione influenzata dal sandinismo, dalla rivoluzione cubana, ma anche dal cinema, dal design italiano e dai dolci americani.

Parlaci del tuo ultimo progetto, The Modern Garden in Russia.
La cosa interessante è lo spazio, così grande, volevo fare qualche cosa che invitasse le persone a transitarlo, instaurando un dialogo storico. A duecento metri c’è un parco dove ci sono sculture sovietiche: un’area condannata, con tutti questi monumenti archivio della cultura sovietica. Uno scultodromo, una discarica di sculture di stato. Nel parco l’intenzione è stata quella di creare sculture basate sui logotipi lasciando intendere lo scarto tra la visione di stato e quella d’impresa convertita in sculture minimaliste e geometriche: il nuovo paesaggio corporativo. Inoltre, le sculture sembrano monumentali ma sono piccole, vivranno un processo in quanto alcune sono di legno e con l’inverno si degraderanno. Sono curioso di sapere cosa succederà loro.
Preciso che non c’è un giudizio morale in questa operazione anzi, forse è più un’operazione di complicità coi simboli logotipici, segni nello spazio di cui ci appropriamo e che entrano nella nostra vita intima, nella nostra cultura quotidiana.

Altri progetti?
Ultimamente sono stato invitato a partecipare a varie biennali, in Libano, in Corea e a una triennale in Giappone, in un villaggio fantasma: case abbandonate i giovani se ne sono andati, hanno riabilitato uno spazio per ripristinare la comunità Echigo Tsumari. Per la quantità di neve è il posto al mondo con più valanghe, hai tunnel nella neve per passare da una casa all’altra. Magnifico.
Mentre i progetti futuri per ora sono a Miami nel museo ICA e in una galleria privata a New York. Non so ancora nulla, non voglio mai ripetermi e il ritmo delle ultime esposizioni è stato così vertiginoso da non lasciare spazio a nient’altro.

Come funziona il tuo processo creativo?
Penso molto a con chi mi piacerebbe lavorare, alle esperienze, e mi isolo tanto. Il disegno è sempre la forma della necessità per incappare cosa voglio. Ora sto guardando libri, uso la plastilina, il fine è cercare di uscire da quello che già conosco per vedere nuovi messaggi.

Camminiamo su un impietrato per spostarci verso il suo taller, tra verdi piante barocche tropicali. Era lo studio di un musicista, tale Julian Carrillo, un eccentrico nell’era nazionalista. Lo studio ha pareti occupate da libri che Damián acchiappa casualmente mentre chiacchieriamo per mostrarci l’architettura tradizionale delle comunità della Sierra o un omonimo Nick Cave artista che traveste animali e materiali. Tutto è pervaso dall’essenza dell’oggetto. Il pennello di crine di cavallo sembra prendere vita al tocco leggero della punta delle dita, l’astuccio argentato con fiocco, sicuramente di una delle sue figlie, giace a fianco di una struttura piccola e semplice composta da rami. Sparse dovunque le creature di plastilina con cui Damián inizia a giocare per poi abbandonare in una decorosa immobilità. Il processo creativo di Damián va dalla cosa al pensiero.

Quali altri artisti segui?
Mi interessa molto quello che fanno Gabriel Orozco e Abraham Cruzvillegas, intuitivamente siamo sempre in dialogo, e so sempre cosa stanno facendo. Un tempo mi interessavano Picabia, Duchamp e Dan Graham: i grandi. Ho un progetto editoriale, Alias, dove parlo di tutti quelli che adoro, però adesso ho un gusto per i giochi materici e la costruzione. Ma ho una regola: cerco di non cadere troppo in nessuna seduzione. Ora sono affascinato da Noguchi, artigiano scultore giapponese e mi interessa il discorso di Anni Albers, i tessuti e l’arte anonima popolare. Non è tanto un artista, forse, a richiamare la mia attenzione adesso, quanto una tradizione.

E di Francisco Toledo con la sua tradizione molto messicana cosa pensi?
È stato molto importante nella mia gioventù, ora ne traggo piacere come spettatore più che come artista. C’è qualche cosa di culturale che ci distanzia, il mondo organico rurale. A me tocca il materialismo, il realismo concreto e sintetico. Se lui lavora con la terra, io lavoro col cemento.

Damián ci mostra alcuni pezzi di stoffa che odorano di caffè e sembrano setacci dove si raccolgono grani di riso. Sono una serie di mini arazzi che cuce mentre legge audiolibri di Proust, Juan Rulfo, poesie. Ogni tela un capitolo. Sul bordo citazioni, Acostada en la misma cama: Rulfo.

Che relazione hai col mercato dell’arte?
Sento che tutto dipende da come le cose vengono usate. Da anni coltivo un progetto sul mais con cui fatico ad avanzare. Il colono che vende il mais troppo spesso non ha uno spazio dove tenerlo, quindi lo svende. Volevo lavorare nella produzione del mais, ricorrendo alla tecnologia di refrigerazione e producendo tortillas naturali senza intermediari dentro la città, vendendole a prezzi modici. Ma il tempo è un bastardo, una esposizione dopo l’altra, andare a parlare con la comunità, patrocinare sono tutte cose che richiedono molta cura e concentrazione.

Accarezzando le bellissime pagine del libro Casas Acariciadoras: Arquitectura Rural, di Mariana Yampolsky, con immagini di architettura tradizionale messicana dal Chiapas a Oaxaca e Puebla, confessa: “Ho creato differenti varietà di mais, un collezionista le ha comprate, e per raccontarti di come non sempre il mercato sia il male, con quei soldi voglio dare stimolo proprio a questo progetto di sostenibilità agricola. Un lavoro diventa mercanzia e genera altre opere, sono processi di trasformazione ed esperienza e un’attività politica ed economica. La storia di un’opera continua. Un’opera diventa continuamente un’altra”.