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I fatti di Lesbo. Assad, la Russia e l’Europa che non esiste più

La terza volta era stato arrestato mentre consegnava latte in polvere ad un dottoressa, destinato ai bambini assediati nella Duma, periferia di Damasco, un’area “ribelle”. Mazen Alhummada, 45 anni, appena arrivato in Olanda nel 2013 aveva denunciato il regime di Assad al Tribunale Penale Internazionale. Camminava male, aveva gli occhi scavati e raccontava senza reticenze, senza mai vergognarsi di piangere. Era stato torturato per un anno e sette mesi, anche nel famigerato ospedale militare “601”: gli avevano rotto tutte le costole e infilato ferri roventi nelle gambe. Aveva dormito in cella tra i cadaveri, era stato sodomizzato con oggetti metallici, costretto a urinare sui corpi di chi non ce l’aveva fatta.

Per cinque volte in Italia aveva partecipato come testimonial alla mostra nata sul caso “Caesar”, una selezione di trenta delle 11.000 foto di corti torturati e uccisi nelle carceri di stato siriane, scattate e poi trafugate da un militare siriano disertore per denunciare al mondo il destino di chi “dissente” o protesta nel paese che per tenere in piedi una dittatura che va avanti dal 1970, oggi col sostegno di Russia e Iran, si calcola abbia rinchiuso, torturato e ucciso 100.000 persone. Mazen, da tempo psicologicamente molto provato, è scomparso da sabato 22. Rientrato a Damasco attraverso un viaggio pianificato in collaborazione con l’ambasciata siriana a Berlino, pare sia stato prelevato direttamente in aeroporto, convinto con ogni probabilità a tornare in Siria per mediare una “riconciliazione”, la parola con cui il regime sottende la cancellazione dei suoi oppositori: molti come lui sono scomparsi o apparsi nella tv di stato a confessare di essere stati “pagati da Israele”. Confessioni false, naturalmente.

Dove non c’è il carcere, ci sono le bombe. La fedeltà agli Assad è tutto. Meglio un morto in più che il sospetto o la possibilità che si possa dissentire. E quel che accade in Grecia in queste ore, è il risultato dell’ “ossessione per il dissenso” di Bashar al Assad col suo tutor russo. E’ il risultato della guerra in Siria. Gli sfollati sono siriani, non turchi. Se la ricorda qualcuno la guerra in Siria? La Turchia ha accolto 3,6 milioni di profughi siriani dall’inizio delle fasi cruente del conflitto. E’ anche vero che li ha sempre trattati come parìa, odiati dai propri concittadini e privati di qualsiasi diritto. Per gestire “il problema” ha incassato dall’Europa 3 miliardi di euro in tre tranche tra il 2016 e il 2018, che non ha certo usato per piani di integrazione. Ma quei siriani, che avrebbero evitato volentieri sia di stare in un paese così ostile che di tentare di raggiungere un’ Europa che li accoglie con i lacrimogeni, sono civili fuggiti a suo tempo dai bombardamenti di Aleppo, Homs, della Ghuta.

Sono famiglie che vogliono vivere e mandare i figli a scuola nonostante un conflitto che va avanti da 9 anni. Un conflitto più unico che raro, nel quale è ampiamente morto il diritto internazionale e nel quale si sono celebrati i funerali di Ue e Nazioni Unite: la prima è “non pervenuta” sul piano del peso specifico politico dei principi che l’hanno generata. La seconda ha preso atto e assistito all’uso di armi chimiche, agli assedi medievali, alla tortura di stato (vedi Ceasar) e di attuale anche a quattordici veti da parte di Russia e Cina all’ingresso di aiuti umanitari indipendenti in quelle aree di crisi. Assad, stampellato dalla Russia, da sempre assedia e bombarda con un piano strategico gli ospedali, le scuole, i mercati, i panifici, le case di chi gli è ostile, con la scusa che si tratta di “terroristi”.

I jihadisti essendo fanatici ci sono e combattono, ma la maggioranza dentro la quale sono mescolati è fatta di quei sunniti poveri che nel 2011 chiedevano più forte di altri riforme e un governo meno corrotto. Ma i jihadisti non stanno tra i banchi o dentro un panificio. Adesso vuole ad ogni costo riappropriarsi dell’area di “de-escalation” di Idlib (tre milioni di persone, i “terroristi” dei quartieri e delle città ostili al regime sono stati lì collocati come in una zona franca in cambio della resa) in modo da disinfettarla da quel che teme davvero, la “minaccia rivoluzionaria”, e riaffermare il proprio controllo “in ogni centimetro del paese”.

Secondo l’ultimo accordo del settembre 2018 su Idlib, stipulato tra Turchia e Russia, l’area a ridosso della Turchia, con tutti quei civili, sarebbe dovuta rimanere zona franca, ma la smania per la fedeltà di Assad e il corposo interesse turco a controllare il territorio sul confine (vedi l’attacco ai curdi e la creazione di una “striscia di sicurezza” dentro la Siria nell’ottobre scorso in cui trattenere e ricollocare gli sfollati siriani), ora si spera saranno ricalibrati nel nuovo convegno Putin-Erdogan il prossimo 5 marzo. Il destino di quei tre milioni di persone che neppure uno vuole, schiacciate tra la Turchia e l’autostrada M5 (quella che collega Damasco ed Aleppo) appena riconquistata dal regime era un “problema” nostro anche quando Erdogan, fino a due giorni fa, non permetteva a quelli già presenti nel paese di recarsi a nord, per andarsene.

Ci sono 7 milioni in totale di disperati i cui figli o muoiono di freddo o sotto le bombe oppure annegati in mare o intossicati dai gas della polizia greca. E oscenamente cretina è la reazione di gruppi neofascisti che in questi giorni pestano le Ong in Grecia perché sono gli “untori”, gli stessi che scrivono sui social “morte ai ratti di Idlib” e sono invitati per essere usati dalla propaganda, in vacanza in Siria a scattarsi le foto nei ristoranti dell’Aleppo lealista. Il problema non è “Erdogan ricattatore”, ma la “fissa per la fedeltà” di un regime genocidario che agisce liberamente anche in Europa dove va a cercare e riprendersi voci come quella di Mazen Alhummada. Il problema è un sovranismo becero e un’ Europa trincerata ormai solo a difendere la propria fragilità. Il problema è la viltà del non voler vedere dove i fatti hanno origine e del non tentare di affrontarli secondo l’unico principio che conta: l’umanità.