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Tentativi di destabilizzazione in Bielorussia, ai confini con la Russia

di Francesco Ciotti
Venti di guerra tornano a soffiare impetuosi verso est. Sabato 15 agosto il presidente della Bielorussia Alexander Lukashenko ha annunciato il trasferimento di una brigata d'assalto aereo dalla regione di Vitebsk nel nord-est del paese, rivendicando un incremento militare sul suo confine occidentale da parte di forze della NATO, inclusi carri armati e aerei. La Russia, per voce di Vladimir Putin in colloquio telefonico con l’omologo bielorusso, si dice pronta ad un supporto militare se necessario, mentre il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg rassicura che l’alleanza non rappresenta una minaccia per la regione. I risultati elettorali del 9 agosto, che hanno visto Lukashenko confermare il suo mandato per la sesta volta consecutiva con l'80,1% di preferenze, non hanno ricevuto unanime approvazione: dal 9 agosto le proteste infiammano il paese, accompagnate da reazioni di sdegno da parte di Germania e Regno Unito che minacciano di ampliare le sanzioni contro la Bielorussia, condannano le irregolarità elettorali e chiedono indagini Ocse per le violenze che ne sono seguite. D’altro canto giornalisti russi come Semyon Pegov, rimasto ferito e poi arrestato dalla polizia biellorussa il 9 agosto, denunciano la presenza di provocatori che agiscono per incitare gli scontri tra manifestanti e agenti delle forze dell’ordine. Sembra veder riproporsi lo scenario ucraino di 6 anni prima: risultati elettorali contestabili, proteste, inni alla libertà, alla democrazia, canti e spettacolarizzazioni mediatiche che celavano tuttavia lo sguardo intento di scaltri attori d’oltreoceano senza scrupoli, pronti a muovere l’ennesima pedina dello scacchiere internazionale contro il rivale Russo. Ci siamo forse dimenticati di quei 5 miliardi di dollari che per bocca di Victoria Nuland, vice-segretario di stato degli Stati Uniti d’America, sarebbero stati necessari per organizzare il colpo di stato in Ucraina? Ci siamo dimenticati anche di quei contractors georgiani, come Alexander Revazishvili e Koba Nergadze che rivelarono di essere stati reclutati come cecchini nel febbraio 2014 da un consigliere dell’ex presidente georgiano Michail Shakashivili e da un membro del governo americano con il compito di assassinare più persone possibili senza far distinzione tra polizia e manifestanti? Qualcuno reputerebbe questi crimini come l’inevitabile compromesso per diffondere la democrazia sempre più vicino ai confini della Russia. Meglio se accompagnata dai democratici missili a medio raggio americani a 5 minuti da Mosca che l’ingresso del paese nella Nato avrebbe comportato. Il gioco non ha funzionato e dopo anni di stallo nei quali il conflitto intimo tra Kiev e le repubbliche ribelli di Donetsk e Lugansk ha infiammato il paese, il suo ingresso nell’alleanza è rimasto in stallo. La mano nera Atlantica stia ora tentando di forzare la porta bielorussa? I sospetti e le coincidenze con il passato dovrebbero almeno tenerci sull’attenti. Subito dopo le elezioni la candidata dell’opposizione Svetlana Tikhanovskaya che ha raggiunto il 10,12% dei voti, dopo aver sporto denuncia presso il comitato elettorale centrale ha lasciato il paese rifugiandosi in Lituania (paese membro della NATO) e in queste ore ha annunciato di essere pronta a guidare la Bielorussia. Cosa determina tanta sicurezza nella signora Tikhanovskaya, nel merito delle sue dichiarazioni rilasciate in un paese sotto influenza statunitense? Una nuova Maidan si avvicina per Minsk? Lo scopriremo presto, certamente. Con sicurezza possiamo in ogni caso senz’altro non smettere di denunciare la natura offensiva di un’alleanza atlantica che dal crollo dell’Unione sovietica ha assunto la forma criminale della guerra preventiva contro i paesi non allineati come Serbia, Iraq, Afghanistan e Libia. Crimini e distruzioni di cui oggi iniziamo a raccogliere gli effetti.