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La guerra dei contractors russi in Libia

All‘inizio ottobre il quotidiano online Meduza ha riportato la notizia della morte di 35 contractors della PMC russa Wagner in Libia.

Pur senza conferme ufficiali – come da prassi, ormai quando si tratta degli uomini dello “chef di Putin” – la notizia rimarca la forte presenza russa al fianco del generale ribelle Haftar e del suo LNA – Esercito Nazionale Libico; non più solo per consulenze e logistica, ma con una partecipazione diretta alle ostilità. Ammassati in attesa di muovere all’assalto di Tripoli, infatti i contractors sarebbero stati colpiti da un raid aereo governativo.

In un copione molto simile a quello siriano, la presenza del Gruppo Wagner sta crescendo sia in termini numerici che di rilevanza anche in Libia; così come i relativi rischi e perdite.

Parallelamente, i contractors turchi, forti di un’avanzata industria bellica interna e delle esperienze maturate in Kurdistan e Siria, riescono ad offrire sempre più prodotti e soluzioni all’avanguardia al Governo di Accordo Nazionale di al-Sarraj.

 A settembre due squadre di contractors che avrebbero dovuto guidare un assalto a Tripoli sono state attaccate dall’Aeronautica del Governo di Accordo Nazionale. Secondo un reduce del conflitto ucraino vicino a due delle vittime, i russi “sono stati colpiti da un attacco aereo sulla linea del fronte. Si trovavano in formazione e qualche cosa è andato storto.” Bloomberg, parlando di supporto dell’Aeronautica turca al governo di al-Sarraj, ha lanciato l’ipotesi di un attacco coi droni di cui, i turchi stanno appunto facendo largo uso nel Paese.

Non si tratterebbe comunque di un semplice raid, ma di un preciso avvertimento affinché Mosca eviti ulteriori coinvolgimenti.

Il generale Haftar aveva iniziato a chiedere aiuto al residente Putin nel 2015, dopo aver attentamente osservato le operazioni della Wagner in Siria. Secondo Meduza, avrebbe avanzato la sua proposta per ottenere uomini, armi ed il veto al Consiglio di Sicurezza: “Verseremo molto sangue, sarà [un lavoro] sporco, ma conquisteremo il Paese. E il risultato vi piacerà. Otterrete petrolio, linee ferroviarie, autostrade, qualunque cosa vorrete.”

Dopo l’iniziale titubanza, dozzine di addestratori e forze speciali russe avrebbero cominciato ad affluire nel Paese, mentre i contractors a proteggere gli interessi petroliferi di Haftar che nel gennaio 2017 firmò a bordo della portaerei Admiral Kuznetsov, in navigazione al largo delle coste della Cirenaica, un accordo di cooperazione militare con la Russia.

Secondo The Times centinaia di mercenari russi sonogiunti nella Libia orientale a marzo, con droni, artiglieria e supporti logistici. Da lì sarebbero poi stati trasferiti nella base di Jufra per poi raggiungere il fronte alla testa della Brigata 106: l’unità d’élite dei ribelli.

Una presenza, quella della Wagner, che recenti rivelazioni del Telegraph attesterebbe sui circa 300 uomini, impegnati in missioni preparatorie e di difesa delle linee di rifornimento.

Tuttavia, quella che era stata lanciata ad aprile come un’avanzata lampo verso la capitale è sprofondata in una fase di stallo: le forze di Haftar non sono riuscite a far breccia nei sobborghi meridionali di Tripoli e l’assedio è ancora in corso.

Notizie sull’accaduto hanno iniziato a giungere nelle regioni russe di Sverdlovsk, Krasnodar e Murmansk – da dove proveniva la maggioranza dei caduti – a partire dal 28 settembre. Tra le vittime vi sarebbero Artyom “Hulk” Nevyantsev e Ignat “Benya” Borichev.

Il fratello di Borichev, guardia del corpo, era morto nel 2015 nell’attentato costato la vita al comandante separatista ucraino Alexander “Batman” Bednov; presumibilmente ucciso dalla Wagner stessa perché troppo “vivace” anche per Mosca.

Dopo lo strike, Borichev, assiduo frequentatore del web, è completamente scomparso e la sua pagina di VKontakte è stata chiusa.

Nevyantsev, trentottenne di Yekaterinburg, veterano della seconda guerra cecena, aveva operato nel Donbass ancora prima dello schianto delle ostilità: come operativo dell’intelligence prima, come operatore dei primi due gruppi tattici della Wagner poi.

Altro nominativo emerso è quello di Vadim Bekshenev, i cui effetti personali sono stati mostrati in un video realizzato subito dopo l’attacco. Egli risulterebbe comandante di plotone del 6° distaccamento del Gruppo Wagner.

Sono trapelati anche i nomi di Denis “Vector,” la cui salma è già stata rimpatriata per le esequie, un certo “Academic” di Murmansk e del comandante Alexander “Ratibor” Kuznetsov che, gravemente ferito, è stato trasferito a San Pietroburgo per le cure.

Per quanto riguarda il numero dei caduti, le versioni sono contrastanti: si va dai 15 indicati da fonti vicine alla Wagner e riprese da al-Jazeera, a quelle del Ministero degli Esteri che, in via anonima e confidenziale, hanno parlato di una vittima, ma causata da un incidente durante un’esercitazione. I dati più accreditati indicano un numero superiore alla trentina; presumibilmente 35.

Maria Zakharova, portavoce del Ministro degli Esteri russo ha negato qualunque collegamento tra i mercenari ed il Cremlino, affermando che c’è poco dal punto di vista legale che la Russia possa fare per evitare che “privati cittadini operino come guardie del corpo all’estero.” Ha aggiunto inoltre che “se cittadini russi si mettono nei guai, le nostre missioni diplomatiche possono fornir loro assistenza.”

I famigliari, intanto lamentano una completa perdita di contatti con i propri congiunti e l’assoluta mancanza di comunicazioni ufficiali e non; perfino dalla Wagner che, nonostante gli scarsi dettagli e gli “inviti” a non pubblicizzare gli eventi, è solita inviare certificati di morte ed onorificenze.

Fatta eliminazione per un paio di corpi già rimpatriati, gli altri dovrebbero esserlo in ottobre inoltrato.

 Quella dei contractors in Libia è stata una presenza assidua e consistente già dai tempi della prima guerra civile.Si pensi a Pierre Marziali, fondatore della PSC francese Secopex catturato assieme a 4 colleghi ed ucciso dai ribelli nel maggio 2011. Alla tragica vicenda dell’ambasciatore americano Chris Stevens nel 2012, oppure ai fatti più recenti che hanno coinvolto l’immancabile Erik Prince: piloti sul suo libro paga impiegati per bombardare la Libia con aerei dell’Aeronautica degli Emirati Arabi Uniti.

Ma anche di piloti e tecnici ecuadoregni, ucraini e georgiani.  Americano di origini portoghesi è risultato, invece il pilota abbattuto e catturato a maggio dalle forze di Haftar. Liberato dopo 6 settimane di prigionia, l’ex pilota dell’USAF ha confessato di esser stato assoldato dal Qatar e dalla branca libica dei Fratelli Musulmani.

Per quanto riguarda i contractors russi, una delle prime notizie riguarda la società RSB-Group, impiegata in operazioni di sminamento a Benghazi. Oleg Krinitsyn, proprietario della società, ha confermato di aver mandato i suoi uomini in Libia tra il 2016 e 2017: un centinaio tra sminatori e sicurezza che non ha preso parte ai combattimenti, ma comunque armati e pronti a rispondere in caso di attacco

Hanno poi iniziato a giungere notizie sulla presenza di due basi russe – nei pressi di Tobruk e Bengazi – sotto stretta vigilanza della Wagner che, nel Paese, aveva da tempo stabilito delle teste di ponte, oltre ad aver addestrato gli uomini di Haftar nella base egiziana di Sidi Barrani, a ridosso della frontiera libica.

In Libia, la Turchia appoggia il Governo di Accordo Nazionale, contrapponendosi, in particolare, agli Emirati Arabi Uniti con i quali pare aver ingaggiato una guerra di droni: di fabbricazione cinese per gli emiratini, di produzione nazionale per i turchi.

hanno condotto numerosi raid ai danni di ribelli e contractors russi. Un ruolo così importante quello dei TB2 da consentire la cacciata di truppe dell’LNA dalla città di Gharyan, a fine giugno e spingere gli emiratini ad attaccare con i propri droni Wing Loong IIs, (nella foto a latro un esemplare abbattuto a quanto pare da un’arma laser turca) la flotta di Bayraktar schierata a Zuwarah.

Le perdite subite il 15 agosto – 6 droni – sono state prontamente reintegrate da Ankara, riportando il numero ad almeno una dozzina.

Il coinvolgimento turco riguarderebbe anche truppe mercenarie di terra. Parte dei 3.000 combattenti stranieri addestrati da SADAT Inc. – compagnia militare private facente capo ad Erdogan – con apposite sovvenzioni governative, avrebbero raggiunto la Libia, allestendo campi d’addestramento e depositi di armi.

Voci che potrebbero trovar conferma nelle frequenti visite d’affari di Adnan Tanriverdi – patron di SADAT Inc. – nel Paese ancora nel 2011; addirittura prima della fondazione della società stessa.

Gli ultimi sviluppi del conflitto hanno visto il 7 ottobre raid aerei di droni emiratini contro i Gharyan, a sud della capitale Tripoli già base logistica dell’LNA conquistata nell’estate scorsa dalle milizie di Misurata che combattono per il GNA.

Il giorno prima velivoli dell’LNA avevano colpito con 4 incursioni contro una serie di siti militari nella città di Sirte, strappata all’Isis dalle milizie di Misurata e ora avamposto del GNA lungo la cista mediterranea a pochi chilometri dalle installazioni petrolifere del Golfo della Sirte.

Attraverso le PMC la Russia sta cercando di recuperare le proprie sfere d’influenza dei tempi dell’URSS; soprattutto in Africa dove nel suo mirino sono finiti almeno 13 Paesi tra cui Repubblica Centrafricana, Madagascar, Sudan, Zimbabwe e Libia.

Sebbene l’uso di Private Military Companies sia illegale in Russia, il dispiegamento all’estero della Wagner – ma non solo – consente al Cremlino di negare ufficialmente il proprio coinvolgimento, occultandone anche il numero dei caduti. E così i morti in Libia possono esser considerati “un piccolo prezzo da pagare per la presa di Tripoli, che garantirà ad Haftar il concreto controllo del Paese,” come sostiene l’ex dirigente di una PMC russa.

Nonostante l’estrema efficacia e professionalità dimostrata, la Wagner pare prestare poca attenzione al potere aereo avversario che per la seconda volta l’ha colta di sorpresa.

Nel febbraio 2018, infatti aveva perso almeno 200 uomini a Deir-Ezzor, in un vero e proprio “tiro al piccione” da parte dell’USAF.

L’attacco ai contractors russi, avvenuto o meno con droni, accende comunque i riflettori su di una questione sempre più preoccupante: almeno un centinaio di Paesi al mondo producono droni ed una dozzina di questi è in grado di impiegarli in attacchi al suolo.

Il numero dei cosiddetti Paesi di “seconda era” in fatto di droni, si sta allargando sempre di più: Israele, Pakistan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Nigeria e Turchia hanno utilizzato i droni d’attacco dal 2015. Tra questi spicca Ankara che compete ormai con Stati Uniti e Regno Unito per il più alto numero di omicidi mirati compiuti coi droni a livello mondiale.

Fonti ufficiali parlano di 449 persone uccise dalla Turchia nel nord-ovest della Sira tra gennaio-aprile 2018 ed almeno 400 nel nord e sud-est dell’Iraq dal 2016.

Considerando il loro contributo nell’attacco alle strutture petrolifere dell’ARAMCO in Arabia Saudita e le relative accuse rivolte all’Iran, la produzione e la possibilità d’acquisto in così tanti Paesi, dovrebbe far trattare l’argomento “droni d’attacco” con maggior attenzione e cautela.