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Il ritorno della Russia in Afghanistan

La politica estera russa verso l’Afghanistan ha attraversato significativi cambiamenti dal 2001 a oggi. Per molti anni, la Russia ha fattivamente appoggiato l’operazione militare occidentale contro i Talebani nell’ambito della «guerra al terrorismo», fornendo anche un sostegno logistico sino a tempi relativamente recenti.

Con buona pace di una certa retorica sull’accerchiamento NATO nel proprio estero vicino o sugli interventi occidentali sempre e comunque destabilizzanti, secondo fonti ufficiali sino al 2012 Mosca ha consentito il passaggio di oltre 2.200 voli, 45.000 container e 379.000 militari impegnati nella missione in Afghanistan sul territorio della Federazione Russa.

Nel 2012 ha quindi concesso l’aeroporto di Uljanovsk-Vostočnyj, situato nella Russia europea meridionale, come punto di transito intermodale da e verso l’Afghanistan per personale militare ISAF e trasporto materiali, suscitando qualche polemica interna per quella che veniva impropriamente definita una «base NATO in Russia» dagli oppositori del governo.

La cooperazione militare russo-occidentale ha rivestito comunque un supporto strategico non trascurabile per la coalizione, specialmente nel periodo in cui, a seguito dell’incidente di Salala, il Pakistan aveva chiuso le due linee di rifornimento Karachi-Kandahar e Karachi-Kabul (2011-2012).

Con la crisi Russia-Occidente causata dalle guerre in Siria e soprattutto in Ucraina, le cose sono però mutate e da maggio 2015 Uljanovsk-Vostočnyj è stato chiuso agli Occidentali come hub di transito.

Soprattutto, la Russia ha condotto una complessa attività diplomatico-militare che si intreccia all’aggravarsi della condizione sul terreno, in particolare dal 2016 in avanti, da quando sembra che il territorio dell’Afghanistan sia stretto a tenaglia da vecchie e nuove minacce: ascesa dei Talebani nelle province sud-occidentali (Helmand, Kandahar) e in quelle settentrionali (Kunduz e Faryab), arrivo dell’ISIS nella parte orientale del Paese, al confine afghano-pakistano, con la proclamazione della provincia del Khorasan dello Stato Islamico (Wilayat Khorasan).

Il 27 dicembre 2016 a Mosca è stata convocata una consultazione trilaterale tra Russia, Pakistan e Cina sulla pacificazione dell’Afghanistan, senza però invitare il governo di Kabul. Nel comunicato finale, si può leggere che Mosca e Pechino, in qualità di membri del Consiglio di sicurezza ONU, intendono promuovere sforzi per la riconciliazione favorendo «un dialogo pacifico tra Kabul e il movimento talebano».

Nei primi mesi del 2017, sulla stampa internazionale sono quindi apparsi numerosi articoli che denunciavano una inedita liaison tra la Russia e i Talebani, in gran parte fondati sulle dichiarazioni di alti ufficiali statunitensi. Dapprima il Generale John W. Nicholson, Comandante della Missione Resolute Support, e poi il Generale Curtis Scaparrotti, Comandante supremo delle Forze Alleate in Europa, hanno imputato i Russi non solo di aver allacciato legami, ma di avere «forse» fornito anche armi e supporto logistico alle milizie talebane.

Il 14 aprile scorso Mosca ha quindi ospitato una seconda conferenza di pace sull’Afghanistan, a cui stavolta hanno partecipato rappresentanti di vari Paesi (Afghanistan, Cina, Pakistan, India, Iran). Gli Stati Uniti, che hanno boicottato l’evento, proprio alla vigilia della conferenza hanno sganciato sul distretto di Achin (provincia di Nangahar, Afghanistan orientale dove è localizzata la presenza ISIS) la ormai celebre bomba ad alto potenziale GBU-43B nota come MOAB (Massive Ordnance Air Blast).

Una coincidenza cronologica che lascia presagire future tensioni Russia-Stati Uniti in territorio afgano. Alla luce proprio dell’annunciato rafforzamento della presenza USA – che potrebbe avere ripercussioni anche sul contingente italiano schierato a Herat – è più che mai essenziale ricostruire e analizzare come si è mossa sinora la Russia in Afghanistan e sforzarsi di prevedere che tipo di impatto le future scelte di Mosca potrebbero avere sulla missione occidentale.

 Zamir Kabulov, rappresentante speciale del Presidente russo in Afghanistan, è universalmente considerato la figura centrale della politica estera russa in questo Paese. Già diplomatico sovietico di lungo corso, di etnia uzbeka, con una profonda conoscenza della regione e indicato da più parti come ex agente KGB, Kabulov ha sempre smentito ogni tipo di supporto militare russo ai Talebani, riconoscendo tuttavia già da un paio d’anni che il Cremlino mantiene con essi dei robusti canali diplomatici.

Secondo l’analista russo Arkadij Dubnov del Centro «Carnegie» di Mosca, lo scopo di questi contatti sarebbe duplice: da un parte, il contenimento in Afghanistan orientale dell’ISIS, visto da Mosca come un nemico ben più pericoloso e contro il quale il governo di Ghani è giudicato troppo debole o persino colluso nelle sue strutture locali; dall’altro lato, la consapevolezza del peso politico dei Talebani stessi, con cui è impensabile non entrare in trattative per una pacificazione dell’Afghanistan a cui Mosca non può che essere interessata.

 Il primo corridoio attraverso cui la Russia può sostenere i Talebani è l’Iran, che condivide circa 900 chilometri di frontiera con l’Afghanistan sud-occidentale e con cui Mosca fa fronte comune in molti dossier internazionali. Secondo il capo della sicurezza della regione di Farah Gulbahar Mujahid, citato dall’agenzia «Ariana News» in un report del 23 marzo scorso, in base a informazioni di intelligence Teheran fornirebbe ai Talebani supporto addestrativo, ospitando training camp localizzati nella provincia di Zabol (regione iraniana del Sistan e Balucistan) e nella zona di Nehbandan (regione iraniana del Khorasan meridionale) ai confini occidentali dell’Afghanistan. Muhammad Younis Rasooli, vice-governatore della regione di Farah, ha invece dichiarato che l’equipaggiamento dei Talebani viene fornito dai Russi e dagli Iraniani.

D’altra parte, risulta che già a dicembre 2016 la Camera alta del Parlamento afgano (Mesherano Jirga) avesse avanzato accuse analoghe: membri talebani avrebbero trovato ospitalità in Iran, in particolare nelle città di Yazd, Kerman and Mashhad, un’accusa poi reiterata anche da Asif Ning, governatore afgano della provincia di Farah. L’Iran, che ospita circa 3 milioni di rifugiati afgani sul proprio territorio tra cui non è impossibile vi siano anche esponenti talebani, ha sempre respinto tutte queste accuse.

Non deve comunque stupire che possa vivere oggi un certo grado di convergenza fra gli interessi di Teheran, capofila dello sciismo generale, e quelli dei Talebani sunniti, pur se già protagonisti di massacri contro minoranze etniche afgane di confessione sciita (Hazara). In primo luogo, dalla caduta del regime talebano i governi afghani sono visti dall’Iran come espressione degli Stati Uniti (specialmente quello di Ashraf Gani, mostratosi anche assai condiscendente verso l’Arabia Saudita sostenendo ad modello la repressione degli Houthi yemeniti spalleggiati da Teheran).

In secondo luogo, l’apertura ai Talebani potrebbe essere inquadrata nella strategia iraniana di attivazione legami con una parte del mondo sunnita, come ad modello con il Qatar, che non a caso d’altronde ospita da anni sul suo territorio leader talebani, tentando a più riprese di porsi come mediatore.

Le accuse sul sostegno iraniano ai Talebani, e più indirettamente sul supporto russo attraverso l’Iran stesso, si trovano reiterate in molte altre dichiarazioni di ufficiali afgani o di esperti locali: per modello gli analisti di sicurezza Rahmatullah Saihoon e Syed Jawad Farahi, il Generale Dawlat Waziri, portavoce del Ministero della Difesa, Mahbob Shah Mahbob dell’Università di Kabul, tutti citati dall’agenzia «Salaam News».

Come suggerisce l’analista pakistano Ayaz Amed, una delle funzioni strategiche di lungo periodo del sostegno di Russia e Iran ai Talebani nell’Afghanistan sudoccidentale è anche quella garantire la sicurezza del collegamento tra Afghanistan e Golfo Persico.

Tale collegamento si realizza in due tappe: dapprima attraverso l’autostrada Delaram-Zaranj (o «strada 606»), costruita grazie al contributo dell’India e lunga 218 chilometri, che attraversa le province afgane di Farah e di Nimruz, partendo dal distretto di Delaram per giungere alla città di Zaranj, al confine diretto con l’Iran.

Da Zaranj si dipana quindi un’altra arteria di quasi 900 chilometri che, costeggiando le aree in cui Russi e Iraniani sono accusati di addestrare i Talebani (ad modello la già menzionata provincia di Zabol), conduce al porto iraniano di Chabahar.

La linea di comunicazione che unisce Delaram al porto di Chabahar è di fatto l’unica che connette l’Afghanistan al Golfo Persico e al Mar Arabico ed è perciò considerata un «Golden Gate» per tutti i Paesi CSI d’Asia Centrale che non hanno sbocco al mare. La Russia è particolarmente interessata ad usufruire di questa rotta, anche per il trasporto e la commercializzazione di minerali e metalli preziosi scoperti negli ultimi anni nel sottosuolo afghano.

La contropartita di un sostegno a Talebani avrebbe anche questa natura geo-economica: fare in modo che, anche con le province meridionali finite sotto il loro controllo, la sicurezza del collegamento Delaram-Zaranj e Zaranj-Chabahar non ne risulti compromessa.

Da un punto di vista militare, ancora più importante è tuttavia quell’altra finestra russa sull’Afghanistan situata sul lato opposto del Paese, a Nord, e cioè l’ex repubblica sovietica del Tagikistan. In primo luogo, appunto, per la collocazione geografica di questo Stato ex sovietico, che condivide una frontiera di circa 1.300 chilometri con l’Afghanistan, in parte confinante proprio con la provincia afgana di Kunduz dove si sono registrati gli attacchi più violenti da parte dei Talebani.

Il capoluogo omonimo fu conquistato nell’autunno 2015, poi di nuovo presa d’assalto a un anno di distanza; attualmente ancora contesa e a azzardo scontri. A gennaio scorso il governatore afgano di Kunduz, Mohammed Omar Safi, ha dichiarato che i pezzi di artiglieria sequestrati in combattimento dai Talebani all’esercito afghano vengono trasportati in Tagikistan per manutenzione e riparazioni effettuate da ingegneri dell’esercito russo (un’accusa tuttavia messa in dubbio da un portavoce della difesa afghano, Mohammed Radmanish).

L’intesa russo-talebana, secondo Safi, andrebbe avanti almeno dal 2015, cioè da quando si è interrotta la cooperazione con l’Occidente. Un altro segnale indiretto del supporto russo ai Talebani attraverso il Tagikistan è un incidente diplomatico che ha riguardato niente meno che l’ambasciatore afghano in Russia Abdul Qayyum Kochai, zio del Presidente Ashraf Gani. In un’intervista a inizio 2017, Kochai ha affermato che il Tagikistan altro non è che una «piccola Russia» governato da una narco-mafia, biasimandolo per il contributo alla destabilizzazione dell’Afghanistan e costringendo poi il Ministero degli Esteri a dissociarsi dopo le proteste formali di Dushanbe e di Mosca.

Indizi concreti del supporto russo nei periodici assalti talebani a Kunduz sono stati raccolti da una corrispondente di Fox News, che a maggio scorso ha riportato la testimonianza di abitanti del posto, secondo cui elicotteri senza segni di riconoscimento provenienti dai cieli del Tagikistan atterravano nella zona controllata dai Talebani.

Secondo l’osservatore afghano Silab Mangal sempre citato da Fox, al confine afgano-tagiko i Russi avrebbero fornito ai Talebani fucili di precisione Dragunov e fucili anticarro PTRS-41. Queste informazioni potrebbero certo anche rientrare nella propaganda di guerra, ma si inquadrano comunque in uno scenario coerente con dati comprovati sul rafforzamento militare della Russia in Tagikistan.

Qui è presente infatti la «Base militare 201», cioè la base di stazionamento della 201a Divisione motorizzata dell’Esercito Russo. Dislocata in due distinte guarnigioni, nella capitale Dushanbe e nella città di Kurgan-Tyube (provincia di Chatlon, confine con la provincia di Kunduz), con una presenza di militari ufficialmente attestata sui 7.000 uomini, la base costituisce il dislocamento più consistente delle forze armate russe all’estero. All’era dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, nel 1979, la 201a Divisione venne impiegata proprio nell’attacco da Nord attraverso la provincia di Kunduz.

Rimasta in uso anche dopo il crollo dell’URSS, la base russa in Tagikistan – concessa fino al 2042 secondo gli accordi siglati cinque anni fa tra Putin e Rahmonov – ha conosciuto un potenziamento proprio nello stesso periodo in cui la cooperazione con la NATO in Afghanistan veniva interrotta (2015) e presumibilmente iniziava o si rafforzava l’attività diplomatica con i Talebani. Nell’ottobre 2015, cioè proprio mentre i Talebani occupavano Kunduz, la Russia annunciava il dislocamento nella sua base tagika di elicotteri d’attacco Mi-24P e di elicotteri da trasporto Mi-8 MTV.

A giugno 2016 sono stati invece consegnati armamenti terrestri, cioè svariate decine di veicoli trasporto truppe BTR-82 e 10 carri armati T-72B1. Più di attuale, a giugno 2017, circa 2mila militari russi e più di 300 mezzi sono stati impiegati nelle esercitazioni militari congiunte russo-tagike «Dushanbe Anti-Terror 2017».

Il crescente impegno russo sulla frontiera afghano-tagika è testimoniato inoltre dal tentativo di riacquisire un ulteriore avamposto tattico d’era sovietica. Mosca è infatti in trattative col governo tagiko per l’utilizzo della base militare aerea di Aini, che si trova a una ventina di chilometri circa dalla capitale Dushanbe, per farne una struttura incorporata della Base militare 201, con funzioni analoghe a quella di Hmeimim in Siria.

Nel 2007 l’aerodromo di Aini fu quasi integralmente ristrutturato dall’India, ma la Russia sta facendo pressioni affinché – in quanto non facente parte della CSTO – New Delhi non possa utilizzarlo se non con l’assenso anche di Mosca, che secondo fonti russe vi sta invece già facendo transitare caccia Sukhoi Su-24 e Su-25. In conclusione, benché non sia possibile confermare tutte le notizie e le accuse circa il sostegno operativo ai Talebani nell’Afghanistan del Nord, si può rilevare una militarizzazione russa sul confine afghano-tagiko parallela e coeva ai loro attacchi nella provincia di Kunduz.

Naturalmente, il rafforzamento russo in Tagikistan si può spiegare anche in termini essenzialmente difensivi, cioè come volontà di blindare il confine afgano a Nord per evitare sconfinamenti di gruppi jihadisti in grado di colpire la stessa Russia: ma è proprio la sottile dinamica tra salvaguardia della sicurezza interna e ingerenza verso l’esterno a caratterizzare la complessità della politica estera russa.

Non va dimenticato, infine, che nella crescita di relazioni fra la Russia e i Talebani – quale che sia il grado effettivo di tale avvicinamento – l’Occidente non è certo esente da responsabilità, in particolar modo per il modo in cui sono stati gestiti i rapporti con il governo afgano sotto il profilo delle commesse militari.

Nel attuale passato Mosca ha infatti venduto ampie quantità di mezzi e armi alle forze regolari di Kabul, acquistate con il contributo degli USA, che però da un paio d’anni a questa parte finanziano soltanto forniture americane proprio con l’obiettivo di sostituire gli equipaggiamenti di fabbricazione russa in dotazione alle forze afgane.

Le informazioni e i dati qui raccolti permettono di parlare di un coinvolgimento sempre maggiore della Russia in Afghanistan, ma non ancora della definizione d’una strategia precisa sul lungo periodo, che si manterrà duttile anche in base alle forme che assumerà l’impegno occidentale.

La previsione più ragionevole nel breve periodo è che Mosca, nei limiti dell’influenza che è in grado di esercitare attualmente, punterà a mantenere uno stato di «instabilità controllata», continuando a mantenere i suoi canali con i Talebani anche attraverso l’Iran a sud-ovest e il Tagikistan a nord.

Da un lato, questa politica di limitato appoggio sta risultando funzionale a contrastare le fazioni ISIS in Afghanistan orientale. Dall’altro lato – ed è questo forse l’aspetto più importante della politica estera russa – in prospettiva ciò permetterebbe di presentarsi come il broker più capace nel momento in cui divenisse chiaro che con il movimento talebano occorre comunque venire a patti. Né Mosca, né Teheran puntano ovviamente a un ritorno dei Talebani al potere: seguitare a sostenere gli insorti potrebbe però conferire grande forza negoziale proprio per l’influenza acquisita su di essi.

A ciò si potrebbe accompagnare anche il tentativo di dividere lo stesso campo talebano: non bisogna dimenticare che la morte di Akhtar Mansour ha comportato notevoli frizioni, e l’elezione di Hibatullah Akundzada a nuovo leader dovrebbe avere la funzione di ricompattarli, ma uno scenario di divisioni future non è escluso e potrebbe essere persino incoraggiato da Mosca.

Un ulteriore e attuale indice del fine «diplomatico» delle attività russe è il ripristino del Gruppo di contatto «Afghanistan SCO» insieme alla Cina all’intimo appunto dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai. Attivato appena due settimane fa, si tratta di un gruppo di lavoro congiunto per coordinare le iniziative russo-cinesi sull’Afghanistan: da parte russa dovrebbero farne parte l’onnipresente Kabulov, il Vice-Ministro degli Esteri Igor Morgulov e il rappresentante russo alla SCO Bachiter Chakimov.

Infine, questa linea politica permetterebbe a Mosca di ricavare elementi di propaganda anti-occidentale sfruttando future difficoltà della coalizione sul terreno. La Russia ha vissuto sulla propria pelle la difficoltà di controllare l’Afghanistan. Se la sua cognizione delle forze in campo fosse oggi realistica – se cioè risulterà di fatto utopistico sradicare completamente i Talebani, o comunque quel mix di identità etnica pashtun e islam politico che essi rappresentano, dal tessuto politico-sociale afghano – l’Occidente dovrebbe tenerne conto e accompagnare l’annunciato aumento di truppe con una strategia geopolitica conseguente.

Le opzioni potrebbero essere molteplici: si potrebbe valutare il tentativo di ripristinare la cooperazione con Mosca, o viceversa tentare di sottrargli canali diplomatici per intavolare trattative separate con i Talebani allo scopo di sfruttare le loro divisioni interne, anche contando su soggetti terzi. Le evoluzioni recenti suggeriscono soprattutto di ridisegnare la mappa geografica dell’impiego forze per determinare dove è opportuno concentrare lo strumento militare e dove è più utile attivare altre forme di intervento.

Non c’è dubbio che il solo aumento della presenza di truppe occidentali, con il generico scopo di «sconfiggere i terroristi» ma senza un disegno politico-diplomatico d’insieme, renderebbe ancora più lungo e logorante il conflitto con possibilità di errori e ricadute d’immagine che Mosca saprebbe capitalizzare politicamente con grande facilità.