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LA RUSSIA, LA NATO, GLI USA, L’IRAQ E LO YEMEN

Chi ha vinto la seconda guerra mondiale?
Putin, di attuale, sta operando una serie di “aggiornamenti di linea”.
In politica interna, e, più specificamente, in politica economica, la scelta di un tecnico per la presidenza del consiglio sembra aprire la strada a un abbandono della linea del rigore (causa prevalente del calo di popolarità nei sondaggi; Mussolini o Hitler, per tacere di Stalin, non avevano questo problema…); in questo senso è previsto un forte rilancio della spesa pubblica in particolare, ma non solo, per investimenti. L’obbiettivo è quello di affrettare la crescita: l’1.5/2% degli ultimi anni è sufficiente per raggiungere determinati obbiettivi; ma non quello di ridurre le disuguaglianze e di migliorare il tenore di vita della popolazione.
In politica internazionale (vedi le informazioni contenute nell’ultimo numero di Limes) il Nostro si sta amaramente pentendo per l’appoggio dato a Trump nel 2016. Un’operazione tutta politica, effettuata su richiesta di quest’ultimo, ma che lo stesso Trump si è ben guardato non dico dal difendere ma almeno da rappresentare nella sua giusta luce; soggiacendo anzi, senza reagire, all’ondata di sanzionismo russofobo scatenata dall’establishment e dai cultori dell’interventismo democratico.
Dove guardare allora? E in un contesto in cui l’isolazionismo identitario può avere una certa utilità nel breve periodo ma non porta da nessuna parte?
Un nuovo asse russo-cinese? Ma gli assi si costituiscono in una prospettiva, se non di guerra, di scontro frontale; e questo non è, almeno per ora, lo scenario previsto a Mosca e a Pechino. Con l’aggiunta che di questo asse la Russia sarebbe il partner più debole.
L’Europa? Ma l’Europa sembra essere (e non certo per responsabilità del Cremlino), troppo divisa e, soprattutto, troppo debole e subalterna per scommetterci sopra.
Rimane, allora, il rafforzamento del proprio ruolo attuale e, nel breve periodo, la richiesta che questo ruolo sia, in qualche modo, magari anche informalmente, riconosciuto. A partire dal fatto che la Russia (allora Urss, guidata da Stalin) sia stata, assieme a Stati Uniti, alla Gran Bretagna (e con la partecipazione della Francia e della Cina, non a caso i 5 stati titolari del diritto di veto al Consiglio di sicurezza) uno dei paesi vincitori della seconda guerra mondiale.
Questo il senso dell’invito rivolto a partecipare alle cerimonie solenni per il settantacinquesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale. “Cogliendo l’occasione” per riflettere insieme – questo l’auspicio della Russia – sulle cose del mondo e sul modo migliore per affrontarle e per porvi rimedio.
Un invito che, nel passato attuale, era stato accolto senza difficoltà. Ma che ora, come dire, “suscita problemi”. Riserva ostile degli Stati Uniti. Adesione immediata, invece, di Parigi e Pechino. Incertezza di Londra.
Di mezzo la Crimea, il gas nervino, le interferenze e quant’altro. Ragioni reali? Pretesti? Ad avviso di chi scrive un modo per non affrontare la questione centrale.
E la questione centrale è e rimane questa. Se la vittoria della “grande coalizione antifascista” nella seconda guerra mondiale debba rimanere un punto fermo nella nostra memoria storica oppure no; e se sì, se meriti di essere celebrata insieme non solo da coloro che ne furono protagonisti ma anche dai popoli europei che ne furono testimoni.
A mio avviso sì. Perché sono i popoli europei ad averne bisogno. E non necessariamente le classi dirigenti di Washington e di Mosca. Le forze oggi al potere negli Stati uniti ne farebbero volentieri a meno: riconoscere il ruolo centrale della Russia di Stalin nella sconfitta del nazifascismo minerebbe alla base la persuasione che comunismo e nazismo si equivalgono; e che l’intesa maturata nel 1941 fu dovuta a fattori del tutto contingenti. I russi, dal canto loro, considerano la “grande guerra patriottica” come elemento fondante della loro identità nazionale; che il loro contributo non venga riconosciuto o addirittura cancellato li offende ma non gli toglie nulla.
Per noi la memoria condivisa di quel lontano giorno è, invece, assolutamente essenziale. Perché rappresentò, almeno in Europa, la vittoria della pace contro la guerra, della democrazia e della collaborazione tra i popoli contro il totalitarismo a sfondo razziale e l’odio generatore di mostri. E, infine, se volete, del bene, anche relativo, contro il male assoluto; in un mondo in cui la resistenza di Stalingrado aveva e mantiene lo stesso valore simbolico e la stessa valenza emotiva dello sbarco in Normandia o della liberazione di Parigi.
Che si incontrino, dunque, a Mosca i vincitori della seconda guerra mondiale. Magari solo per scambiarsi cortesie fine a se stesse. Perché ci ricorderanno comunque che il dialogo tra diversi rimane il pilastro di qualsiasi ordine mondiale degno di questo nome.

NATO

Morte cerebrale o cretinismo ambientale?
La (ormai non più tanto attuale) intervista di Macron in cui ha denunciato la “morte cerebrale” della Nato, ha suscitato, nell’immediato, le reazioni prevedibili (valore dell’alleanza, centralità del ruolo degli Stati uniti, evitare inutili divisioni in presenza della minaccia esterna, improponibilità di un modello di difesa europeo e così via) e poi un silenzio che avrebbe dovuto apparire assordante se non fosse stato altrettanto scontato.
Una reazione che, peraltro, avvalorava l’analisi preoccupata del presidente francese. Perchè, se alla politica in generale e all’Europa in particolare è inibito di occuparsi della Nato, delle sue finalità e degli strumenti necessari per garantirle (quale sicurezza, nei confronti di chi e con quali strumenti?), allora a decidere saranno la sua struttura, il personale che la guida, e il complesso militare/industriale che ne costituisce il punto di riferimento. Una specie di pilota automatico; verso una direzione individuata una volta per tutte.
Vista dall’esterno, una condizione di morte cerebrale. Vista dall’intimo, la manifestazione di una malattia sociale tra le più pericolose che esistano: il cosiddetto “cretinismo ambientale”.
Per descriverlo, due scene cui ho, diciamo così, personalmente assistito. La prima fa parte di uno dei primi film di Bergman, “Sorrisi di una notte d’estate”. C’è un ricevimento. E c’è la padrona di casa, una bella signora; e c’è un ufficiale in divisa. La signora , dopo l’opportuna presentazione, gli dice (con un tono peraltro più civettuolo che preoccupato) “ah lei è militare; dunque ci sarà una guerra”? Seguono rassicurazioni galanti. Ma la domanda è pertinente: perché è compito dei militari prevedere il peggio e predisporre tutte le possibili misure per evitarlo. Ruolo essenziale sotto il controllo della politica; missione pericolosa in assenza di questa.
La seconda, molto più banale, è avvenuta nel corso del solito “dibattimento”; questa volta sulle municipalizzate romane.
Eravamo negli anni ottanta; ma già allora quasi tutti, compreso l’esponente dell’allora Pci, le criticavano in modo variamente acceso. A difenderle, come strumento di una nuova civiltà, solo uno; pensavo che fosse di Democrazia proletaria e invece era un esponente del Pli entrato di attuale in un loro consiglio d’amministrazione.
Fu per me come la mela di Newton. Anzi di più. Perché il grande scienziato inglese già aveva in testa la legge della gravitazione universale. Mentre la scoperta del “cretinismo ambientale” leggi del fatto che le persone pensano e agiscono in funzione di ciò che fanno (o dell’ambiente in cui vivono) fu per me un fulmine a ciel sereno.
Pure si tratta di una malattia professionale assai grave. Soprattutto nel nostro caso. Perché la malattia, a livello politico, colpisce quasi sempre persone di sinistra (portandoli talvolta dal pacifismo più intransigente al militarismo senza se e senza ma). Perché la Nato non è uno strumento neutro ma portatore di ideologie e di interessi concreti consolidati da decenni. E, infine, perché il pilota automatico,in assenza di un centro di comando esterno e di carattere politico, è sensibile di portarci tutti a sbattere in qualsiasi momento.
E qui è giusto dare la parola a Stoltenberg. Una volta un onesto socialdemocratico norvegese (e quindi non necessariamente intelligente). Da qualche tempo segretario generale della Nato. Fino a dichiarare, ieri, irricevibile il linea di principio la riflessione di Macron. E fino a reagire, oggi, dopo l’assassinio di Soleimani con questa sequela: primo dichiarando che si trattava di una “soluzione americana” (e, come tale, non sensibile di critica); secondo ammonendo severamente l’Iran a “non compiere ulteriori provocazioni”; terzo aderendo immediatamente alla richiesta americana di una “presenza Nato nell’area” e nel breve spazio di tempo intercorso tra la dichiarazione di Trump e la sua smentita.
Il Nostro è evidente affetto da “cretinismo ambientale” nella sua forma più acuta. E non ci possiamo fare niente. Ci basti, allora, capire il fenomeno; e anche l’ambiente in cui è nato e tende a manifestarsi in forma addirittura epidemica.

USA E I FARMACI

Da qualche tempo la Food and Drug Administration tende ad essere, diciamo così, più lassista nei suoi comportamenti. Prima ci volevano mediamente 35 mesi per dare corso alla richiesta di commercializzazione di un nuovo farmaco; mentre esistevano molti o almeno molto significativi i casi di un suo ritiro dal commercio. Oggi il tempo medio è di 12 mesi; mentre i casi di ritiro sono estremamente rari sino ad apparire eccezionali.
Perché? Verrebbe da puntare il dito su Trump e sulla sua sistematica demolizione di tutte le strutture pubbliche di controllo: che si tratti di ambiente, di clima o della stessa salute dei cittadini.
Ma, purtroppo, c’è anche dell’altro.
C’è, in primo luogo, la pressione congiunta dei cittadini, dei medici e della case farmaceutiche. I primi sono sempre più avidi di pillole miracolose atte a curare anzi a risolvere definitivamente i molteplici mali di cui soffrono. I secondi sono sempre più inclini a ricorrere al soccorso esterno atto a venire immediatamente convegno alle esigenze dei loro pazienti (esami, controesami diagnostici, nuovi e più appropriati farmaci e via discorrendo). Le ultime hanno bisogno di riscontri finanziari sempre più solleciti a ricerche sempre nuove e più costose.
E c’è, ancora, la necessità di mantenere in qualche in modo in commercio i farmaci già approvati; magari per utilizzarli per terapie diverse e per diversi tipi di malattie. Così da non suscitare ulteriori ansie in consumatori già ampiamente provati. E, per inciso, da non esporre le case farmaceutiche – già nel mirino della contestazione – ad ulteriori tempeste mediatiche.
E, infine, c’è il fatto che l’autorità di controllo americana vede coperto oggi il 45% dei propri costi dalle aziende farmaceutiche. In un mondo ideale, un’armoniosa collaborazione, un circolo virtuoso tra pubblico e privato. Nel mondo reale, qualche cosa che dà da pensare; e magari anche da pensare male.

DOPO SOLEIMANI
IRAQ, YEMEN, MONDO

In Iraq, prima del 4 gennaio la piazza era occupata da centinaia di migliaia di manifestanti che chiedevano le dimissioni del governo a guida sciita e la fine delle interferenze iraniane. Come premessa per una riedificazione consensuale del paese. Tra essi c’era anche Moqtada-al- Sadr, protagonista politico della resistenza antiamericana dopo il 2003 e, successivamente, capo, in contrapposizione ad ali Sistani, della fazione sciita filo iraniana.
Oggi, l’unità del popolo si è rotta. E la piazza è oggi occupata da centinaia di migliaia di manifestanti che chiedono – e vogliono ottenere con metodi pacifici – la partenza dei militari americani. E a guidarli c’è, ancora, al Sadr.
Nello Yemen un missile ha colpito un centro di addestramento militare nel Sud del paese. Più di cento morti. Nessuna rivendicazione. Nessuna ansiosa ricerca del colpevole. Cose che capitano.
Nel mondo, e a partire dagli Stati Uniti, sono ricominciate le marce per la pace e contro la politica di Trump. Non sono ancora arrivate in Italia. Ma è solo questione di tempo. Almeno speriamo.