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La grande strategia della Russia tra Medio Oriente, Mediterraneo e Africa

Qual è il ritrovato ruolo della Russia di Vladimir Putin in Medio Oriente e nelle regioni ad esso vicine dopo gli sviluppi geopolitici degli ultimi anni? Come si proietta Mosca nel Mediterraneo e nell’Africa, nuova frontiera della sua sfera d’influenza? Verdiana Garau intervista oggi sul tema Mauro Indelicato, giornalista agrigentino classe 1989. 

Analista esperto di Medio Oriente, Nord Africa e Mediterraneo, studioso delle dinamiche militari dei conflitti dell’area e delle strategie geopolitiche degli attori attivi nella regione, Indelicato collabora con “Inside Over” e con l’edizione online de “Il Giornale” e dirige nella sua città natale “Info Agrigento”. Negli scorsi anni ha seguito in prima persona il G7 di Taormina del 2017 e la conferenza di Palermo sulla Libia del 2018.

Il Mediterraneo fa gola a chiunque. A tutti coloro che vogliano incidere nel contesto geopolitico mondiale. Dopo la Cina è l’area dove si concentrano maggiori interessi esteri. Sul Mediterraneo si affacciano 3 continenti.

Già la sola base di Tartùs in Siria ci riporta indietro nel tempo, nei rapporti tra Siria e Russia. Fu il padre di Bashar al Assad , Hafiz al Assad, a concedere la base alla Russia. La base in Siria viene vista come braccio meridionale della Russia.

Nel contesto del Mediterraneo orientale è importante per Putin mantenere una base. Come la stessa Sebastopoli, con la differenza che dalla Crimea ci vorrebbero giorni di navigazione per raggiungere il resto del Mediterraneo.

La Russia di Putin in realtà punta ad un ritorno nel suo rango di potenza riequilibratrice.

Da “iperpotenza solitaria” come definì gli Stati Uniti a suo tempo il ministro degli esteri di Jacques Chirac, Dominique de Villepin, la Russia si riqualificherebbe come “potenza regolatrice” del Medio Oriente e non solo. In Medio oriente lo scontro fra sciiti e sunniti è ormai perenne. C’è l’Iran, c’è l’Iraq… e c’è Israele con la quale la Russia vanta ottimi rapporti, quasi fraterni.

No, perché altrimenti verrebbero immediatamente sostituiti dagli Hezbollah. Assad non vuole altre incursioni ed è uno dei maggiori alleati dell’Iran. Punta alla stabilità, purché non si metta mano alla regione. Secondo Indiscrezioni Putin e Bibi Netanyahu si sentono praticamente ogni settimana. C’è un rapporto di grande fiducia nonostante la presidenza di Bibi sia messa in discussione al momento.

Putin dialoga con Assad, dialoga con l’Iran, con Israele, con l’Arabia Saudita e tutti hanno bisogno a loro volta di rivolgersi a Putin.

Ad modello Erdogan, ne è uscito irrigidito dall’convegno Mike Pence, mettendo gli esiti dello stesso convegno quasi in discussione. Mentre con Putin le cose paiono essersi risolte in modo del tutto liscio e amichevole.

Proprio in quei giorni Putin, e non è un caso, volava a Riad, per discutere sui cartelli di Opec e Opec Plus, che riuniscono i principali esportatori di petrolio, per decidere con le presenze sui prezzi del petrolio.

L’equilibrio si gioca dunque in virtù di due fattori, uno politico e l’altro energetico.

Per tornare al Mediterraneo, la Libia sarà il prossimo fronte di negoziazioni per Putin.

A proposito di basi nel Mediterraneo: parliamo del Forum di Palermo, pareva da principio che Putin volesse disertarlo, con le conseguenti tensioni di Italia e Francia

Ho preso parte a quel forum e con me erano presenti ben cinquanta giornalisti russi. C’erano più russi che italiani. Il presidente Conte a fine ottobre volò al Cremlino perché il vertice, di vitale importanza, si potesse realizzare. Fu così che dalla Russia inviarono direttamente Dimitri Medvedev, ed era presente Haftar.

Considerando che gli Stati Uniti in definitiva inviarono una figura meno pesante e meno incisiva, il consigliere speciale del dipartimento di Stato per il Medioriente, David Satterfield…

Si parlò principalmente di Bengasi e della Cirenaica.

Con molta probabilità. In questi mesi la presenza mediatica del caso libico si è fatta da parte lasciando spazio e attenzione alle vicende in Siria.

Ma alcune indiscrezioni evidenziano questa intenzione. Durante tutto l’arco dell’anno 2019 gli incontri tra i libici di Haftar e con la Difesa russa sono stati numerosi. La Russia sta soltanto aspettando il momento giusto.

Come attrice è inevitabile.

In questi giorni sono anche morti almeno dieci mercenari russi della Wagner sotto i colpi delle milizie di Al Serraj.

I soldi che circolano in Est Libia sono stampati in Russia. Il danaro stampato a Tripoli può circolare soltanto in Tripolitania. Gli interessi sono evidenti.

Il discorso in Libia è più complicato di quello siriano.

Assad ha perso il 60% del territorio, però c’è un governo e quindi Putin ha soltanto dovuto aiutarlo a riprendere il territorio e a mantenere delle garanzie.

In Libia da quando non c’è più Gheddafi, il territorio è a pezzi, diviso tra fazioni, milizia, gruppi, tribù. Lo stato libico non esiste e resta in difficoltà instaurare una vera stabilità. Ci sono le milizie di Al Serraj e le milizie di Haftar, ma non c’è né un governo, dell’uno o dell’altro, né un vero esercito dell’uno o dell’altro.

La Russia aspetta le prossime mosse dei paesi europei, sempre che ne facciano. Di fatto la Libia resta la dirimpettaia europea e la Francia e l’Italia non potranno restare indifferenti.

Ma non sarebbe dunque più facile per Putin approfittare della condizione e “dividi et impera” prendere in mano direttamente la questione libica dal momento che gli Stati Uniti si sono sfilati anche da lì?

Beh in Libia ci sono 140 tribù. Ricucire il tessuto sociale è vitale e potrebbe essere difficile per la Russia da sola. Avrà necessariamente bisogno di aiuto, non potrà farlo da sola.

Inoltre gli operatori commerciali che operano in loco sono loro ad avere il know-how, non certo i contractors russi.

L’attuale guerra intorno a Tripoli è una guerra per procura: ci sono il Qatar e la Turchia da una parte con Al Serraj e gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita con Haftar dall’altra. La Russia è il potenziale anello unificatore degli interessi in un contesto dove dovrà muoversi prudentemente.

Esatto, si muove per cui in maniera ufficiosa, per guidare, ma non da sola. Punta ad installare una nuova base militare. Non può curare la stabilità come ha fatto in Siria.

Da un lato in Libia si protrae di fatto una guerra latente tra i paesi del Golfo Persico, i quali finanziano i rispettivi alleati, con la totale inattività di Francia e Italia di fronte alla faccenda.

Il discorso libico torna a galla nell’interesse di tutti soltanto sotto l’aspetto del timore terroristico.

Il timore c’è. Nel 2011 con l’esplosione delle primavere arabe, onda cavalcata dagli Stati Uniti, sono stati installati dei regimi retti dai fratelli musulmani, come in Egitto e ancora oggi i due fronti, quello libico e quello siriano, non sono stati chiusi.

Prendiamo anche l’Algeria: memori del 2011 c’è timore che dal rimescolamento delle carte la miccia possa riaccendersi e le primavere arabe riesplodere. Il governo in Algeria lo si sta cercando con l’auspicabile aiuto internazionale.

In sostanza sì. Intanto in Algeria e in Libano non si spara sui manifestanti. Si ha paura che con la repressione scoppi una guerra civile. Si preferisce quindi far sfogare i manifestanti attendendo il rientro della condizione.

Quindi veniamo al resto dell’Africa. Si è appena concluso il Forum Russia Africa.

Già. Il Forum è stato un forum politico commerciale con neppure uno scopo di mediazione militare. Testimonia infatti il livello politico del ruolo che la Russia vuole giocare in tutta questa partita di cui sopra. Le operazioni in cui la Russia è attualmente coinvolta come in Siria e in Libia, aprono le maglie su tutto il continente africano. Il contesto africano è molto cambiato dagli anni ’90. Mentre fino a quel momento qui si aveva la guerra fredda, in Africa la condizione era calda.

L’ex URSS ha sempre avuti molti rapporti con le organizzazioni africane e quando ha ceduto ha perso i pesi dell’est e l’Africa.

La Russia si propone come attore importante a mantenere gli equilibri militari e commerciali: creando un legame militare e quindi garantendo la sicurezza, riceve in cambio materie prime.

La Russia non è la Cina, non ha gli stessi mezzi economici per costruire infrastrutture, ma può sfoderare le sue armi.

Dal 2003 la Repubblica Centrafricana è immersa nella guerra civile che viene a deteriorarsi proprio nel 2013 con un colpo di stato che vedrà i ribelli Séléka salire al governo. Nel governo centrafricano destabilizzato la Russia stringe così rapporti importanti per riequilibrare la rottura.

In Russia il Pil è basso, come la sua popolazione, come rispetto ad modello alla potenza americana.

La Russia ha bisogno dell’Africa, dove non sarà un semplice do ut des con la Cina, ma in virtù di un impegno politico tra la Russia e la stessa Cina, che insieme potranno diventare i protagonisti nel continente nero. L’Africa rappresenta da una parte una grande opportunità economica per la Cina, e un’opportunità politico-militare per la Russia.

Ne esce malissimo. Inoltre la Repubblica Centroafricana è francofona. La Francia è già in allarme e non vede affatto di buon occhio l’attivismo russo. La Francia non sembra nemmeno avere mezzi e carte per rispondere.

Si. Nel 2006 la Francia ha distrutto l’aviazione della Costa d’Avorio. Si è intromessa nella guerra del Mali nel 2014. Ha fatto pressioni alle elezioni dello scorso marzo in Senegal poiché i due candidati minacciavano di uscire dal CFA. Gli africani in definitiva possono inoltre trovare soluzioni soltanto grazie all’attivismo russo-cinese.

Ma in quel caso si parla soltanto di materie prime e di militari. Non di vicende politiche.

Gli Stati Uniti in questa geometria potrebbero giocare il ruolo dell’avvocato nel contratto di futuro governatorato mondialista in chiave russo-cinese?Bipolarismo senza gli Stati uniti? O Tripolarismo?

Gli Stati uniti non escono di scena, ma riposizionano i propri interessi.

Nel Pacifico contengono la Cina, nel Mediterraneo e nel Medio Oriente non hanno più interesse diretto essendo ormai indipendenti energeticamente grazie al cracking e alle ingenti riserve di gas a disposizione.

Saranno protagonisti, in uno scenario bipolare, dove questo sarà un nuovo bipolarismo russo-cinese in virtù di un matrimonio di interessi.

Comunque il mondo si vedrà diviso tra l’influenza occidentale da una parte e quella russo-cinese dall’altra.

Già, dove il Mediterraneo frammentato e non filoatlantico fa da ago della bilancia e c’è la questione turca molto importante. La Turchia di fatto non ha obbedito agli accordi e stiamo di fatto assistendo alla fine della Nato. La Turchia rappresenta il secondo esercito più grande e più importante nella Nato, ma non ha mai concordato con gli alleati le sue azioni.

L’Unione europea, sia essa economica che federalista, si presta a diventare una colonia. Una macroarea agganciata al contesto USA.

Come di fatto è sempre stata e non ha mai avuto un piano a sufficienza lungimirante in politica estera per smarcarsi da questa condizione e rendersi indipendente e sovrana…e la Brexit? Dove si colloca la Gran Bretagna nel contesto Putincentrico?

Nel Commonwealth.

Di fatto è stato il lancio della Brexit a sancire il via libera a questo nuovo riassetto geopolitico mondiale, la mossa più violenta strategicamente parlando dai tempi della guerra fredda…

Nel 2005 la U.E. sembrava essere un processo irreversibile. Un flusso che pareva inarrestabile. La bocciatura della Costituzione segnala che l’insofferenza avvertita nel continente europeo non è cosa di poco conto.

E la Brexit lo ha ampiamente dimostrato.

Tutto sommato la moneta unica e le politiche finanziare europee hanno di fatto scongiurato l’insorgere di guerre civili che potevano verificarsi con la bancarotta dietro l’angolo…

Nel 2016 noi avremmo potuto tagliare le sanzioni alla Siria, fare operazioni e imporre i nostri tempi, per un progetto nel Mediterraneo. Abbiamo preferito dare 3 miliardi ad Erdogan ed arrestare il flusso dei migranti che sono poi stati trattenuti in Turchia. Una scelta comoda, ma perdente.

Infatti Trump non poteva fare altro se non dopo dieci anni di presenza americana in Siria ritirare le truppe USA e defilarsi dalla faccenda, probabilmente a questo punto anche per lui ingestibile.

E se la torta non ce la possiamo permettere, potremmo sempre prendere parte ad una nuova dieta mondiale con sul piatto il nostro modello politico democratico occidentale?

Domande a cui cercheremo di dare risposte.