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Mario Jacovitti eroe in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale

Fu protagonista e fondatore di una azione che portò alla salvezza un numero rilevante di militari italiani accerchiati nella “valle della morte”. Era nato a Tufillo, in provincia di Chieti, nel 1921

TUFILLO – Mario Jacovitti nacque a Tufillo, in provincia di Chieti, nel 1921 da Antonio e Genoveffa Gabriele. Mario durante la Seconda Guerra Mondiale fu inviato in Russia con come soldato scelto “flammiere”, compagnia lanciafiamme, del 1° Battaglione chimico dell’ Armata. Partecipò a quella che i soldati dell’ARMIR definirono “la battaglia del Vallone della Morte”. Dopo quell’evento , del 1942, di lui non si seppe più nulla. A Tufillo in molti iniziarono a crederlo moto. In realtà Mario, dopo i combattimenti per la caduta di Cerkovo, era stato fatto prigioniero e messo in un campo vicino a Stalingrado successivamente spostato il un “gulag” ai confini con l’Asia.

Liberato e dopo un lungo e faticosissimo peregrinare era tornato, alla fine del 1945, a Tufillo. Nel frattempo il povero padre, aveva sempre creduto nel ritorno del figlio, era purtroppo morto. A riabbracciarlo la sua cara madre e gli altri parenti. Mario raccontò assai poco della sua avventura militare. Eppure lui sulle rive del Don aveva compiuto un qualche cosa di davvero straordinario a Arbusow.

Un atto che però sembrava destinato a non essere accreditato a neppure uno. Fu il sottotenente Mario Ferrazzi, di Busto Arsizio, u n ufficiale ch’era ad Arbusov come comandante di un plotone lanciafiamme, a scrivere e precisare che l’atto fu compiuto da un suo soldato il “fiammiere” Mario Jacovitti da Chieti. Fu così che in ritardo e solo nel 1953 giustizia fu fatta e a Maio Jacovitti venne concessa la “Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Con questa motivazione: “Volontario in durissimi combattimenti difensivi, mentre l’unità di cui faceva parte, completamente circondata, era premuta da soverchianti forze nemiche, sfinito da più giorni di combattimento e con gli arti inferiori menomati da principio di congelamento, in un disperato ritorno di energie, riusciva a montare su di un cavallo e, tenendo alto sulla destra un drappo tricolore, si lanciava contro il nemico, trascinando con l’modello centinaia di uomini all’attacco. Incurante della reazione avversaria, attaccava ripetutamente. Alla quinta carica, rimasto miracolosamente illeso, dopo che una raffica di mitragliatrice gli aveva abbattuto il cavallo, si trascinava ancora avanti, carponi, verso una postazione di arma automatica nemica, della quale, con fredda astuzia e straordinario coraggio, riusciva a impadronirsi con lancio di bombe a mano. Nel prosieguo della lotta disperata, travolto dalla marea nemica veniva catturato. — Arbusow (Russia), 22 dicembre 1942”.

“La settimana INCOM”, grazie a varie testimonianze, ricostruì così l’accaduto: “I sovietici con un ampia manovra avevano cercato di stringere in una sacca alcuni grossi reparti italiani e tedeschi che puntavano verso Cerkovo. La colonna si mise in marcia. Ne costituiva il nerbo la divisione “Torino” , comandata dal generale Lerici. Erano parecchie migliaia gli uomini sparsi nella sconfinata pianura, coperta di neve. La marcia durò due giorni e tre notti, spezzata, ogni tanto, da brevi raffiche di mitraglia, da aspri ma veloci combattimenti, da fulminee puntate di carri armati. La meta pareva vicina. Cerkovo sarebbe stata raggiunta presto, Invece un colpo di scena, accese quella che fu della la battaglia di Arbusow ma che più tardi si chiamò “lo scontro del Vallone della Morte”. I russi tesero una insidia e fu facile per loro sbarrarci la strada con un fuoco incrociato di mortai e mitragliatrici. Faceva freddo e il barometro segnava 32 gradi sottozero. Subito dopo dappertutto s’accese un fuoco d’inferno. Eravamo caduti in trappola. Non ci restava da fare altro che vendere cara la pelle. Ad un tratto, quando lo scoramento e la sfiducia stavano per dilagare gli animi di tutti, si vide un soldato, uno solo, saltare su di un cavallo e correre verso il nemico, agitando una bandiera tricolore e urlando “Savoia!”. Dietro a lui fanti, bersaglieri, artiglieri si lanciarono all’attacco. Mai si vide un assalto all’arma bianca più travolgente. Nessuno era rimasto immobile. Ma la prima ondata si infranse contro quel fuoco di sbarramento delle armi nemiche. Si ritentò ancora. Per cinque volte l’ignorato soldatino, miracolosamente illeso, guidò quell’eroico slancio. L’accerchiamento venne frantumato”.

Mario Jacovitti partito da Tufillo nel 1939, volontario a soli 18 anni, e tornato a guerra finita senza un soldo, senza un mestiere, con la salute minata da tre anni di dura prigionia ora era, per tutti, un Eroe. Sposò Vitina Lo Russo, conosciuta a Nizza Monferrato, che gli diede tre figli: Antonio, Natalina ed Isabella. Visse e lavorò a Roma.