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Studio ZDA, dacie prefabbricate per la Russia | Abitare

Produrre un pezzo unico prefabbricato può sembrare un paradosso, data la logica seriale presupposta. In realtà, se è vero che da tempo i pensieri e i mercati sono orientati alla “mass customization” e a sempre più capillari personalizzazioni seriali, la contraddizione è solo apparente. E d’altra parte l’idea di “serie variata” ci accompagna già da decenni, attraverso le ricerche di un maestro come Gaetano Pesce per modello, tramite la casualità programmata, l’approvazione del difetto e la valorizzazione del “malfatto” come temi di una diversa estetica (politica) anche in funzione di mutanti condizioni della manodopera. Il progetto che Umberto Zanetti (ZDA Zanetti Design Architettura) sta sviluppando da circa dieci anni in Russia e ora anche in Mongolia fa di tali cortocircuiti o antinomie una leva diversa, di qualità esemplare: non una serialità spuria che incorpora le imprevedibilità delle contingenze, ma una controllata prefabbricazione industriale della singolarità. L’occasione è data dai progetti di due dacie per uno stesso cliente russo, costruite con il legno come da tradizione: la prima (2010) immersa nella foresta di Sestroretsk, a nord di San Pietroburgo sul golfo di Finlandia; la seconda (2013-2014) nella natura più “addomesticata” del Golf Club di Pirogovo, vicino a Mosca (dove una terza, più grande, è in via di realizzazione con tre corpi di fabbrica tra dacia, spa, servizi ecc.).

«L’idea della prefabbricazione, suggerita dal cliente stesso, sembrava una “boutade”», commenta Zanetti, che tuttavia essendo un esperto in materia si è subito domandato come portare avanti quella lunga storia che va dalle cellule-bagno degli anni sessanta, alle ricerche di Jean Prouvé, all’eccellenza di alcuni distretti italiani. Indubbiamente la prefabbricazione consente non solo un maggior controllo del progetto (costi e tempi di realizzazione) ma anche un livello di dettaglio sofisticato e definito a priori, che ovvia alle difficoltà esecutive delle maestranze locali. Le due realizzazioni illustrate qui hanno innescato un processo gestionale oltre che progettuale che ha visto via via affinarsi i rapporti tra disegno, esecuzione e logistica, modulando gli apporti tecnici locali, le formule contrattuali, le soluzioni strutturali. È nata così un’architettura “da remoto” fabbricata in Italia e spedita a migliaia di chilometri di distanza, ma in relazione sensibile con il contesto climatico in cui “atterra” – 60 °C di sbalzo termico stagionale – e con tradizioni imprescindibili che riguardano i materiali, la preservazione dei boschi, il rapporto con la luce e l’orientamento che determina le piante.