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Gioco duro e debolezze della Russia: il declino aggressivo

Nei pochi giorni che ci separano dal Natale appena passato, la Russia è finita nei titoli di testa dei tg, dei siti internet e dei quotidiani per tre notizie dal sapore molto diverso: l’esclusione dalle prossime presidenziali del più noto blogger anti-Putin, l’intensificazione della presenza navale di Mosca nell’Atlantico settentrionale e l’offerta di mediare tra Nord Corea e Stati Uniti.

Apparentemente si tratta di fatti non così immediatamente collegabili gli uni agli altri. La "squalifica" di Alexeij Navalny dalla corsa per il Cremlino della prossima primavera, decretata dalla Commissione centrale come conseguenza di una condanna per frode infertagli nel attuale passato, suona più come una maniacale ricerca della sicurezza assoluta dell’esito (peraltro scontato) del voto che come una manifestazione di arroganza.

C’è un riflesso gogoliano di ottusità burocratica, mescolato con il tipo di sentenze che, nel rispetto formale della Costituzione sovietica, consentiva di mandare i dissidenti in manicomio ai tempi di Breznev. Intendiamoci: Putin è straordinariamente popolare e l’immagine che riesce a fornire della "sua" Russia ai cittadini delle Federazione è molto lontana da quella del tramonto dell’Urss. Se su Breznev, in occasione della sfilata per la celebrazione della Rivoluzione d’ottobre, si poteva ironizzare che fosse «la seconda mummia sulla Piazza Rossa» (dopo quella di Lenin), lo stesso non può dirsi di Vladimir, che anzi ostenta la sua vigoria fisica e la sua determinazione ogni volta che può.

Ma, esattamente come ai tempi dell’Unione Sovietica, il sistema politico della Russia contemporanea appare incapace di proporre leadership non solo in competizione rispetto a Putin, ma neppure in continuità. Vladimir Putin corre infatti per il quarto mandato presidenziale, intramezzato da una premiership, nella totale assenza sia di sfidanti sia di delfini. Con il controllo totale dei media e una salda presa su un’economia sulle quali esercita una ferrea presa (è stimato essere l’uomo più ricco del Paese), e un’approvazione vicina al 70%, Putin non vuole comunque "correre rischi".

La notizia dell’attivismo nell’Atlantico settentrionale, «tornato ai livelli della Guerra fredda» secondo il Segretario generale della Nato, ci ricorda che la Russia è tuttora la seconda potenza militare del Pianeta, la sola in grado di competere con gli Stati Uniti in termini balistici e sottomarini. Complessivamente, nei diciotto anni di potere putiniano (da quando era primo ministro di Boris Eltsin), le forze armate russe hanno conosciuto una formidabile ripresa che le ha riportate agli antichi fasti e, soprattutto nel campo del "comando e controllo", le vede persino migliorate rispetto ai tempi dell’Urss.

Sono anni che la flotta russa ha aumentato la sua presenza e la sua aggressività in Atlantico (in questo coadiuvata dall’aviazione) e, oggi, il timore della Nato è legato alla vulnerabilità delle linee di telecomunicazioni sottomarine che scorrono sotto l’oceano, per connettere Europa e Nordamerica. Se a questo aggiungiamo gli straordinari progressi compiuti nella guerra elettronica da parte di Mosca, con le accuse mosse recentemente al Cremlino, è la sempre irrisolta questione ucraina, non è difficile capire come le mosse russe siano considerate con preoccupazione al quartier generale dell’Alleanza atlantica.

A tanta aggressività fa da complemento la volontà di proporre un volto moderato e pacifico, come l’autocandidatura alla mediazione sulla questione nordcoreana attesta. È un’offerta di facciata più che di sostanza, volta a mettere in difficoltà Washington, con il plauso di Pechino, più che a ottenere un risultato concreto.

Un obiettivo propagandistico che è estremamente facilitato dalla rozzezza, dall’inconsistenza e dall’avventurismo della politica estera di Donald Trump; ma che comunque non dovrebbe mai farci scordare che, per quel che la riguarda – dalle stragi in Siria all’annessione della Crimea – la Russia resta una potenza illiberale, tutt’altro che incline alla moderazione, destabilizzante eppure, alla fin fine, debole. Armi a parte, paradossalmente, con un Pil inferiore a quello della Corea del Sud, un’economia da Paese in via di sviluppo (dipendente dal prezzo dalle materie prime), un’emorragia demografica costante, e un sistema politico impedito, la Russia di Putin è un grande Paese in continuo declino. Ed è per reagire a questo declino che non da oggi Mosca è alla ricerca un 'suo' spazio, di fronte alla prospettiva dell’avanzante duopolio competitivo sinoamericano. Determinata fino al punto di rischiare una collisione con l’Occidente, che neppure uno vuole, ma che neppure uno potrebbe seriamente escludere.