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Oggi Russia, Turchia e Iran decidono il futuro della Siria

Le macerie dopo il lungo assedio nel cuore della città martire siriana di Aleppo: il centro è stato devastato dai combattimenti dal luglio 2012 al dicembre 2016 (Ansa)

Una visita a sorpresa a Sochi, lunedì sera, con tanto di foto dinanzi al caminetto nel palazzo presidenziale di Putin. Un lungo faccia a faccia, circa tre ore, quello del presidente siriano Bashar el-Assad con il leader del Cremlino tenuto fino all’ultimo segreto.

Se ancora «molto deve essere fatto per raggiungere una vittoria completa», per quanto riguarda l’impegno nella lotta contro i terroristi in Siria «l’operazione militare sta realmente arrivando alla conclusione», ha affermato Putin. A questo punto, ha detto il presidente russo rivolto ad Assad, si deve «far avanzare il processo politico» collaborando con chiunque voglia «stabilire la pace ». Il leader di Damasco ha confermato gli «enormi successi» raggiunti «sia sul campo di battaglia che a livello politico» mentre «molte aree in Siria sono state liberate dai terroristi e i civili» fuggiti «sono stati in grado di tornare ». Una operazione che, ha concluso Bashar el-Assad, fatto avanzare «il processo per un accordo politico in Siria».

Una consultazione doverosa a 48 ore dal vertice che oggi a Sochi Putin avrà con i presidenti di Turchia e Iran, Recep Tayyip Erdogan e Hassan Rohani. Una “nuova Yalta” con l’intento di «trovare una soluzione di lungo termine della crisi siriana», precisava il Cremlino. Russia, Turchia e Iran sono infatti i garanti del processo negoziale avviato ad Astana lo scorso gennaio nonché le uniche potenze, con ruoli e interessi molto diversi, ad avere gli scarponi sul terreno. Il Cremlino ha tenuto a sottolineare che l’convegno tenuto fino all’ultimo riservato fra Putin e Assad è frutto di una «promessa » fatta ai colleghi della “triplice alleanza” di Astana, per avere la certezza che quanto si riuscirà a decidere oggi fra i tre grandi a Sochi possano essere «realizzabili ». Un Putin quanto mai pragmatico ne ha discusso in giornata con Donald Trump – la Casa Bianca ha confermato la telefonata – e re Salman dell’Arabia Saudita.

Dal Cremlino filtra la richiesta ad Assad di un «dialogo inclusivo » e di «concessioni reciproche» come unica via per voltare pagina una volta per tutte. Il futuro di Assad, ha ribadito Mosca, deve essere deciso dal popolo siriano. La proposta di Putin sembra quella di istituire una grande assemblea costituente che dovrebbe far emergere gli assetti futuri della Siria forse in senso più federale chiedendo una supervisione dell’Onu.

Un deciso cambio di passo con effetti immediati se, come affermano fonti della Difesa russa, Mosca prevede di concludere la sua operazione militare in Siria a dicembre, lasciando solo il contingente e i mezzi necessari a mantenere operative le proprie basi nel Paese mediorientale, quelle di Hmeimim e di Tartus. Queste le indiscrezioni mentre i capi di Stato maggiore di Russia, Turchia e Iran – riuniti ieri a Mosca – raggiungevano un’intesa per «portare a termine» l’eliminazione di quel che è rimasto in Siria del Califfato islamico, ma anche dei jihadisti che combattono nel nord del Paese nelle file della filiale siriana di al-Qaeda ribattezzata Fronte al-Nusra. Il vertice militare ha pure discusso il «coordinamento nella zona di de-escalation a Idlib», provincia nel Nord-ovest della Siria controllata dai ribelli dell’opposizione.

Un piano di intervento che dovrà pure affrontare quella che resta una delle peggiori emergenze umanitarie del pianeta. Oltre 13 milioni di siriani, afferma l’Onu, hanno assoluto bisogno di aiuti nonostante la violenza del conflitto armato sia relativamente diminuita negli ultimi mesi. «Entrando nel settimo anno di crisi, la dimensione, la gravità e la complessità dei bisogno della popolazione in tutta la Siria restano gravissime», afferma un rapporto dell’Ufficio per il coordinamento umanitario delle Nazioni Unite. Circa 13,1 milioni di persone in Siria hanno bisogno di assistenza umanitaria. Di queste, 5,6 milioni hanno necessità assoluta. I dati rappresentano un lieve miglioramento rispetto ai 13,5 milioni di persone bisognose durante l’anno 2016.

La creazione all’inizio di quest’anno di quattro zone cosiddette «di de-escalation», afferma l’Onu, ha migliorato leggermente la condizione. Una crisi umanitaria che si prospetta ancora lunga: circa 1,5 milioni di siriani, sempre secondo il rapporto, saranno costretti a lasciare le loro case nel prossimo anno, anche se circa un milione di sfollati interni riuscirà a rientrare nei luoghi di origine.