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Russia, così «Mister Niet» Lavrov tenta di spezzare l'Europa

Nessun problema internazionale, di qualsiasi portata, può essere risolto senza la partecipazione sovietica». Furono parole ormai leggendarie di Andreij Gromyko, il ferrigno bielorusso che per quasi trent’anni occupò il cruciale dicastero degli Esteri, passando da Breznev a Andropov, a Chernenko, fino ae guadagnandosi il meritatissimo soprannome di «Mister Niet» per la sistematica propensione a porre il veto russo alle Nazioni Unite. Non è difficile immaginare che Gromyko sia in un certo senso l’idolo privato del settantenne di origine armena Sergeij Viktorovic Lavrov, per dieci anni ambasciatore di Mosca a Palazzo di Vetro e da 17 ministro degli Esteri. Non è difficile, visto che ricalca con sagacia e grande prontezza diplomatica le orme del suo temuto predecessore dall’alto del sontuoso grattacielo (una delle “Sette sorelle” volute da Stalin in stile classico-socialista) sulla piazza Smolenskaya. Una riprova? Il balletto in stile poliziotto buono-poliziotto cattivo giocato nelle ultime ore con il portavoce del Cremlino Dimitrij Peskov a proposito delle sanzioni europee alla Russia dopo l’arresto di Alexseij Navalny e l’espulsione di tre diplomatici della Ue. «La Russia – ha scandito Lavrov in un’intervista al canale Soloviev Live – è pronta ad interrompere le relazioni con l’Ue se saranno emesse nuove sanzioni che mettono in pericolo settori sensibili dell’economia russa».

Prontamente corretto da Peskov, nel sottolineare che per quanto la Russia sia «pronta a reagire ad atti ostili da parte della Unione Europea non ha tuttavia intenzione di recidere i legami con l’Europa». Dov’è la verità? Da nessuna parte, perché dietro la cortina di parole c’è un precedente illuminante, uscito dalle labbra dello stesso Lavrov in occasione della fallimentare visita a Mosca dell’Alto Rappresentante Josep Borrell: «Mosca non ascia lezioni e continuerà caso per caso a dialogare con i singoli Stati, non con l’Europa». Un cuneo inserito nel cuore di quel disomogeneo club di nazioni che di fatto è l’Unione Europea, lasciando aperta la possibilità di fare affari e accordi con i singoli Paesi membri. Che dire? Mosca è nervosa, e lo sketch dei due poliziotti non basta a nasconderlo. Come non si può nascondere (e Merkel stessa non lo ha fatto) che il futuro del gasdotto russo-tedesco North Stream2 sia parte integrante della difesa della sovranità energetica della Germania, come è impensabile – considerata la congiuntura internazionale – sciogliere i legami commerciali di altri Paesi fortemente industrializzati come Francia, Italia, Gran Bretagna con la Russia.

A Mosca, insomma, si fa la voce grossa, per poi smentirne la portata e lanciare comunque un messaggio. Ma il «niet» di Lavrov stavolta rischia di essere assai meno perentorio di quelli che sibilava Gromyko, ed anzi rivelatore di un’intrinseca debolezza: perché a fianco dell’Europa è da poco sceso in campo un peso massimo di nome Joe Biden. Poliziotto buono e cattivo al tempo stesso, senza bisogno di un portavoce che ne smussi gli spigoli. Ed è proprio questo che Mosca ora teme maggiormente. ​