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Doping – altro che Russia: l’Italia è il Paese al mondo con più dopati secondo la WADA

E a certificarlo non è qualche agenzia di statistiche presa a caso, ma l’organo meglio deputato a parlare di doping, ovvero la WADA, l’agenzia internazionale che combatte chi fa uso di sostanze dopanti (o ne viola le regole).

Lo studio è relativo al 2017 e il nostro Paese guida in solitaria e in fuga questa classifica della vergogna (anche se ne daremo una lettura diametralmente diversa nel corso di questo articolo). Si parla di 2017 per avere il tempo materiale che i casi arrivino tutti a sentenza: molti dei casi del 2018 e ancor più quelli del 2019, com’è ovvio che sia, sono ancora nel loro iter procedurale e non c’è quindi ancora una statistica certa su casi certi e archiviati.

Nel corso del 2017, scrive la WADA, sono stati aperti 1804 casi relativi a violazioni delle norme antidoping, che hanno coinvolto 114 nazioni e 93 sport. Di questi, ben 1459 casi hanno riguardato l’utilizzo di sostanze dopanti e gli altri 345 relativi ai casi residui, da dati non-analitici e prove basate sulle indagini (e riteniamo anche le violazioni ai whereabouts). Rispetto al 2016, scrive la WADA, c’è stato un aumento-monstre del 13,1%. Ovviamente è da ipotizzare che l’aumento sia dato più che dalla criminalizzazione dello sport, dalle tecniche di ricerca.

Lo sport con più positività al mondo è stato il bodybuilding con il 22% dei casi totali, seguito dall’atletica con il 20% che supera il ciclismo, con il 18%.

E poi viene il dato che ci interessa. L’Italia è il Paese che nel 2017 ha avuto largamente il più alto numero di casi-doping, ovvero ben 171 ovvero il 21%. Altrimenti detto: 1 caso su 5 di soggetti coinvolti in casi di doping al mondo è italiano. Sconfortante? Fino ad un certo punto.

Largamente battuta la Francia, seconda con 128 casi, e terzi gli States con 103 casi. “Solo” 82 casi per la famigerata Russia, dove i dopati fanno però più notizia. Per chi vorrà studiarsi i dati dettagliati del report WADA, può trovare il link qui sotto.

L’Italia guidava la classifica anche nel 2016 con 147 casi, sempre dinanzi alla Francia e agli USA.

Se da una parte, come detto, il dato italiano potrebbe essere considerato sconfortante, dall’altra è anche l’immagine di un Paese che ha preso di petto il problema e lo sta affrontando massivamente. Il fatto che in Italia esista una legge penale che colpisca tutti coloro che, a vario titolo, entrano in contatto con il mondo del doping, con tutti gli strumenti d’indagine collegati, ha aiutato grandemente l’aumento dei casi nel nostro Paese. I controlli vengono peraltro affrontati non solo dal NADO, ma anche dal ministero della Salute. Altro aspetto non secondario: diversi degli atleti italiani colpiti non sono certo di prima fascia, ma nemmeno di seconda e terza: sono non di rado amatori e master. Ovvero: i controlli si estendono su tutti gli aspetti dello sport, e non solo a quello d’elite.

Non a caso al secondo posto troviamo la Francia, anch’essa impegnata sulla stessa linea politica contro il doping e da non molto promotrice di una legge penale contro il doping. Insomma, non lo dice la WADA, ma lo scriviamo noi: il sistema più efficace per assaltare la diffusione del doping, è la sua criminalizzazione, ovvero il varo di una legge penale che punisca con pene commisurate alla gravità del fatto (fino al carcere) chi decide di imbrogliare.