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L'Opinione delle Libertà

Che la politica estera russa sia tra le più complesse del panorama mondiale è cosa nota, come è noto che tale ecletticità economica e politica è il frutto di una “storia” unica: il popolo della futura Moscovia cercò e accolse con adorazione i codici giustinianei; la Moscovia accolse la cristianità Ortodossa dopo che l’islam occupò Costantinopoli nel 1453, diventando, Mosca, la “Terza Roma”; la Russia accolse a modo suo l’illuminismo, sia con Pietro il Grande che con Caterina II e finita l’era degli Zar, applicò quell’ideologia di comunismo, forse non ancora completamente “matura”, quindi peculiare rispetto alla “dottrina” originale, ma che tracciò, nell’ambito di una dittatura, il profilo caratteriale del suo popolo ed una concezione dell’operatività con l’estero rigida ma anche cinica. Escludendo la più o meno nota storia della politica estera russa in Europa, ricordo che l’Unione Sovietica ha avuto una presenza significativa nel continente africano, ma la sua influenza economica e politica si indebolì nell’era successiva alla Guerra fredda. Vladimir Putin ha fatto della politica russo-africana una questione da cui non si poteva tralasciare, infatti ha sempre spinto per un rafforzamento dei legami con i Paesi africani.

Mosca vede chiaramente la sua presenza in Africa in termini molto ampi, basandosi soprattutto sui legami dell’era sovietica; in tutte le occasioni di dialogo con gli omologhi africani, Putin ha garantito una sorta di roadmap africana nella quale ha tracciato e assicurato i suoi impegni: aiuti umanitari, istruzione e formazione professionale, consulenza sulla gestione delle malattie, ma soprattutto assistenza economica, aiuti alla difesa, alla sicurezza e un sostegno politico e diplomatico. Già nel 2015 Mosca aveva moltiplicato i suoi contatti politici con il continente africano soprattutto con dodici Capi di Stato e nel 2018 con altri sei presidenti africani, tutti furono presenti a Mosca con la persuasione di rafforzare le relazioni con la “potente” Russia. Come accade sempre gli interessi della Russia hanno destato diverse preoccupazioni tra le maggiori potenze occidentali, soprattutto tra i tradizionali Stati ex coloniali, ma anche agli Stati Uniti che hanno reagito applicando una politica estera verso l’Africa non solo sulla base degli interessi nazionali, ma soprattutto mirata a contrastare sia gli interessi cinesi che russi. Tuttavia su scala generale, è l’Asia e non l’Africa il più grande mercato della Russia soprattutto nell’ambito della fornitura di armamenti. Secondo vari istituti di ricerca sugli armamenti come lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), il Continente africano dal 2014 ad oggi, escluso l’Egitto, ha ricevuto almeno il 18 per cento delle esportazioni di armi russe, buona parte di queste sono state destinate all’Algeria, quindi in termini di volume, le esportazioni di attrezzature belliche verso i Paesi sahariani e subsahariani non sono particolarmente elevati.

Oggi la Russia ha convenzioni per la fornitura di equipaggiamenti militari, compresi aerei ed elicotteri da combattimento e da trasporto, motori a reazione, missili anticarro, droni armati e tattici, con la Nigeria, l’Angola, il Mali, il Sudan, il Burkina Faso, il Niger, la Guinea Equatoriale e non ultima la Cirenaica di Khalifa Haftar. Come sappiamo bene per quanto sta accadendo in Libia e non solo, i rapporti nell’ambito militare della Russia con l’Africa vanno oltre le esportazioni di armi, infatti la messa a disposizione di gruppi privati ​​di mercenari è cosa nota, vedi i Wagner in Libia e le milizie mercenarie in Sud Africa. In questa ottica di mercato con l’Africa, che in cambio da i “tesori” del suo sottosuolo, i miliardari russi, l’esuberante Konstantin Malofeev ed il discreto e quasi misterioso Evgueni Prigojine, incarnano il volto un po’ freddo e a sufficienza segreto della politica estera della Russia made in Putin. Infatti nei loro affari che si distendono dal Donbass, un territorio carbonifero tra la Russia e l’Ucraina, all’Africa, amalgamano molta ideologia ed anche pragmatico cinismo.

Al di là dei loro campi di interesse che spesso li vedono concorrenti, oggi questi grandi imprenditori rappresentano una sorta di “diplomazia privata”, che potremmo identificare anche come “imprenditori geopolitici” in un mercato geostrategico. E’ evidente che in un mercato globalizzante sotto tutti gli aspetti, è sempre più frequente la confusione dei ruoli stabiliti dai rapporti formali tra gli Stati, infatti tali tipologie di imprenditori hanno capacità strategiche, abilità diplomatiche e forza economica che gli permettono di inserirsi sulla scena internazionale, preparati a penetrare negli spazi vacanti lasciati dai diplomatici di ruolo, o a sostituire lo Stato per operazioni riservate o sensibili e a volte anche segrete. Vista l’imponente figura di Putin, che adatta lo Stato a una “gerarchia in verticale”, potrebbe sembrare contro-intuitiva la visione di questi imprenditori che sembra operino autonomamente da Mosca; tuttavia, ad una semplice analisi, si scorge che la loro opera è incanalata nel tracciato della politica estera russa ed è il frutto dell’applicazione di una ideologia aggregante e osservante dei ruoli definiti dallo Stato. Infatti sono pronti a dare il loro contributo in risposta agli ordini impartiti e condivisi, e magari si completano occupandosi all’intimo del proprio Stato di finanziare un partito legato al potere, oppure di aiutare i più deboli e bisognosi con donazioni, o sostenendo i Servizi sociali.

Il vertice Russia-Africa tenutosi a Sochi quasi un anno fa ha visto protagonisti proprio Prigojine e Malofeev; questi due importanti attori della politica economica estera russa hanno confermato le loro caratteristiche comportamentali: Prigojine, con il suo fare non egocentrico, ha delegato un suo uomo di fiducia, il franco-beninese, classe 1981, Stellio Gilles Robert Capo Chichi, meglio conosciuto come Kémi Séba, che è un attivista anticolonialista e risulta anche antisemita, a parlare con i giornalisti e a moderare le riunioni tra imprenditori, affrontando temi sensibili e non casuali, come la sovranità degli stati africani di fronte all’Occidente o come la difesa dei ”valori tradizionali”, concetti apparentemente eterogenei ma invece denominatori comuni delle sensibilità africane; Konstantin Malofeev, un ortodosso forse nostalgico dello zarismo, ha palesato il ruolo determinate della Russia nel contesto africano, consolidando i suoi rapporti economici e di conseguenza quelli russi.

 per più di due mandati consecutivi, ha fatto campagna elettorale a favore del Sì, ovviamente sostenendo Putin. Come previsto il Sì ha vinto con il 77,92 per cento così Putin potrà restare fino al 2036, e questo neo Rasputin conservatore convinto, continuerà ad operare economicamente e politicamente, insieme a Evgueni Prigojine, per il bene della Russia e proprio. Un chiaro modello della peculiarità della politica pubblica e privata, estera e interna, russa legata a doppio filo e che corre su un unico tracciato senza “sbandare” come accade altrove.