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Russia. Disastro ambientale in Siberia

Rischio disastro ambientale in Siberia, oltre il Circolo Polare Artico: da un impianto della Norilsk Nickel sono fuoriuscite in un fiume oltre 20mila tonnellate di gasolio e lubrificanti. Secondo la responsabile dell’agenzia per la tutela dell’ambiente russa, Svetlana Radionova, la concentrazione di elementi inquinanti nel fiume sarebbe decine di migliaia di volte superiore a quella consentita.
Il presidente Vladimir Putin ha dichiarato lo stato d’emergenza, mobilitato maggiori risorse per portare soccorso nella zona interessata dall’incidente e annunciato l’avvio un’inchiesta per capire le cause della fuoriuscita di gasolio, ma anche il ritardo con cui la compagnia avrebbe comunicato l’incidente che si è verificato il 29 maggio a seguito della rottura di una cisterna di carburante nella centrale elettrica vicino a Norilsk, oltre il Circolo Polare Artico. Dal canto suo Norilsk Nickel, proprietario della NTEK, ha dichiarato che la società ha riferito di ciò che è accaduto in modo “tempestivo e corretto”.
Il 3 giugno il ministro delle Emergenze Evgeny Zinichev, dopo una riunione con il presidente Putin, ha chiesto che la fuoriuscita venga dichiarata emergenza federale, una mossa che avrebbe consentito l’uso delle capacità federali della Russia per affrontare la condizione. Subito dopo si è recato sul luogo dell’incidente. Il Comitato investigativo invece ha annunciato l’apertura di un’inchiesta chiedendo di “avviare rapidamente iniziative per recuperare i prodotti petroliferi che inquinano l’ambiente”.
L’origine della perdita sarebbe da attribuire al cedimento dei pilastri che sostenevano il serbatoio costruiti sul permafrost. A causa dell’aumento delle temperature, questo si sarebbe progressivamente sciolto causando il crollo della struttura e il versamento di materiale altamente inquinante nel fiume. L’impianto è gestito dalla NTEK, una sussidiaria della Norilsk Nickel, una delle più importanti società al mondo di estrazione e fusione di nichel e palladio.
Il World Wildlife Fund WWF ha già pubblicato alcune foto satellitari della zona che mostrano acque rosse cremisi nei fiumi Daldykan e Ambarnaya vicino a Norilsk.
Non è la prima volta che ciò avviene. E sempre in impianti della Norilsk Nickel: nel 2016 da un impianto metallurgico di proprietà della società era fuoriuscito del materiale inquinante che si era riversato nel fiume Daldykan, colorandolo completamente di rosso. Secondo il Barents Observer, la Norilsk Nickel sarebbe uno dei maggiori responsabili dell’inquinamento della regione: nel 2018 oltre la metà delle emissioni in tutta la Russia di biossido di zolfo, un gas tossico monitorato dalla NASA, proverrebbero dagli impianti della società di proprietà di Vladimir Potanin, l’uomo più ricco della Russia, secondo Forbes.
Ora si teme un’ennesima catastrofe ecologica: il contenimento attivato non garantisce infatti che elementi tossici non siano già entrati nel lago, come ha dichiarato Aleksey Knizhnikov del WWF-Russia: “Sfortunatamente gli elementi più velenosi del gasolio sono composti aromatici come benzolo, toluene, etilbenzene, xilene, che si mescolano con l’acqua ed è impossibile raccoglierli usando i boom petroliferi”.
Ingenti i danni non solo per l’ambiente ma anche per l’economia: Dmitry Klokov, portavoce dell’agenzia di pesca statale russa Rosrybolovstvo, ha parlato di una vera e propria catastrofe: “Si può già dire che ci vorranno decenni per il ripristino dell’equilibrio ecologico del sistema idrico Norilo-Pyasinsky interessato”.
Quello avvenuto in Siberia sarebbe il secondo più grave incidente del genere nella storia della Russia moderna, in termini di volume di sostanze pericolose disperse nell’ambiente, ha spiegato l’esperto del Wwf Aleksei Knizhnikov. Il triste primato è detenuto dalla fuoriuscita di greggio verificatasi per diversi mesi nel 1994, nella regione di Komi.
A livello generale il primato spetta forse all’esplosione della piattaforma BP nel Golfo del Messico, avvenuta dieci anni fa, che riversò 4 milioni di barili di petrolio nell’oceano; ci vollero 87 giorni prima che si riuscisse a chiudere la voragine; nel frattempo 1.300 miglia di costa furono devastate e migliaia di persone impegnate nei settori della pesca e del turismo persero il proprio lavoro.
Le estrazioni di combustibili fossili continuano a creare danni incalcolabili all’ambiente e a tutto l’ecosistema terrestre. E le misure adottate ogni volta che si verifica uno di questi “incidenti”, molti dei quali preannunciati e prevedibili, sono incredibilmente insufficienti. Lo dimostra il ripetersi degli incidenti i Siberia. A confermarlo sono anche eminenti studiosi. Frances Beinecke, ex presidente del Consiglio per la difesa delle risorse naturali, riferendosi all’incidente della BP, ha dichiarato che “potrebbe succedere di nuovo, e penso che una delle cose più preoccupanti sia che la nostra capacità di controllare una fuoriuscita è praticamente la stessa di 10 anni prima”. Dello stesso avviso Frances Ulmer, della Kennedy School di Harvard, che ha sottolineato come il governo americano (recentemente Trump ha deciso di allentare le regole di sicurezza introdotte dal suo predecessore Obama) e l’industria non hanno apportato modifiche sufficienti per prevenire o rispondere a un’altra fuoriuscita di combustibili fossili. “Le catastrofi come le fuoriuscite di petrolio si ripeteranno perché si tratta di un’operazione a azzardo estremamente elevato, in particolare quando si parla di trivellazioni di petrolio a profondità elevate”, ha detto. “Ci sono molte cose che possono andare storte”.
Come lo scioglimento del permafrost, in buona parte dovuto ai cambiamenti climatici legati proprio all’utilizzo smodato di combustibili fossili.