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L’esclusione della Russia dalle Olimpiadi

Quando in Italia esisteva il servizio militare obbligatorio, essere dichiarati fortemente asmatici significava essere riformati a causa di una malattia ritenuta invalidante. In Norvegia, invece, si diventa tuttora campioni olimpionici di sci di fondo. Pensate che ben il 70 per cento delle medaglie olimpiche norvegesi in questo sport è stato conquistato da atleti asmatici. Com’è possibile, vi domanderete? La risposta è semplice: sono malati (o almeno così sostengono i certificati medici) ma si curano con medicine adeguate. Peccato che tali farmaci abbiano anche un effetto anabolizzante, cioè provocano sull’organismo di chi li assume le stesse conseguenze di quei farmaci proibiti ai “sani” perché considerati dopanti. E’ strano immaginare che la fresca e pulita aria norvegese sia tanto deleteria per i polmoni dei suoi sportivi ma se i medici delle Federazioni Sportive di Oslo lo certificano, sarà certamente così. O, almeno, la WADA, l’agenzia mondiale antidoping con sede in Canada sembra esserne convinta. E’ quella stessa agenzia che ha emesso nel 2016 un rapporto che accusava la Russia di “doping di Stato” e che ha convinto il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) a escludere quel Paese dalle Olimpiadi di Rio e, oggi, da quelle invernali in Corea del Sud che si terranno nel 2018. Un norvegese asmatico, tale Martin Sundby, che aveva assunto i prescritti medicamenti in quantità dieci volte superiori al necessario e che, forse grazie al loro effetto, era diventato una stella nazionale dello sci di fondo sarà invece presente nella prossima edizione sulle nevi poiché, scoperto, ha già scontato la sua pena. Si è trattato di due mesi di sospensione da ogni gara e non è colpa sua se i due mesi sono capitati proprio d’estate. Gli sono state ritirate anche alcune medaglie conquistate nel 2015 e gli sponsor non l’hanno pagato. Tuttavia, per venirgli convegno e non deprimerlo troppo, la Federazione norvegese di sci di fondo gli ha rifuso i mancati introiti.
A ben vedere, siamo di fronte a trattamenti alquanto diversi: in un caso, la Russia, in base ad accuse mai provate (e addirittura ora smentite con l’liberazione di 95 atleti russi su 96 sospettati) si è escluso un Paese dalle Olimpiadi e si continua a farlo. Nell’altro, pur dinanzi a evidenze numeriche alquanto insolite, si fa finta di niente e si vuole credere che tutto sia regolare. Per non parlare della ginnasta americana usa a ingerire psicotropi e mai punita. O di altri innumerevoli casi “tollerati” forse perché di certe nazionalità e non di altre. Se guardiamo ai numeri, scopriamo che in proporzione alla quantità di atleti e di test effettuati i Paesi con più evidenze di frode sono il Belgio, la Francia e la Turchia. Eppure mai nessun provvedimento è stato preso contro i loro comitati olimpici.
Il fatto è che lo sport è da sempre una vetrina e un prestigio per ogni Paese e il numero delle medaglie conquistate contribuisce a darne un’immagine internazionale positiva. Accusare un qualunque Stato di frodare lo sport dopando i suoi atleti, al contrario, getta un’ombra di discredito da cui sarà difficile liberarsi per molto tempo. Nell’atmosfera in cui si accusa Mosca di ogni malefatta politica, perché non insistere anche con lo sport? Come diceva il vecchio Voltaire: “ Calunniate, calunniate, qualche cosa resterà”. Se poi si scopre che le accuse si basavano sul nulla (vedi le assoluzioni quando le Olimpiadi erano già passate), nel frattempo l’impressione suscitata nel mondo ha fatto i suoi effetti e l’immagine opaca sarà difficile da cancellare.
Che il mondo dello sport sia sensibile alle ragioni della politica è sempre stato smentito in nome dello spirito originario delle Olimpiadi. Quando si tenevano i giochi nell’antica Grecia, anche le guerre erano sospese e le rivalità erano permesse solo sui campi di gara. Purtroppo non è più così e il caso della Russia non è certo né l’unico né l’ultimo.
Molto recentemente i casi che dimostrano l’intrusione della politica nello sport si sono fatti evidenti con il Qatar. Lo scontro politico in atto tra questo Stato e i vicini Sauditi è noto, così com’è risaputo che nel 2022 vi si terranno i campionati del mondo di calcio. Ebbene, il Presidente della FIFA, Gianni Infantino, ha dichiarato pochi giorni or sono: “ Il ruolo essenziale della FIFA, per quanto mi riguarda, è occuparsi di calcio e non di interferire con la geopolitica”. Poche ore più tardi ha acconsentito, su richiesta degli Emirati, a rimuovere dalla Coppa del Mondo un arbitro già designato per la sola ragione che era qatarino. Un arbitro della stessa nazionalità e con uguale motivazione è stato invece escluso dal prossimo Campionato del 2018 in Russia perché gli egiziani e i sauditi non lo gradiscono.
Mesi or sono si era ventilato che il Qatar aveva pagato importanti tangenti per potersi aggiudicare l’organizzazione del 2022 ma solo ora, dopo lo schianto della crisi politica con il vicino, gli Emirati, il Bahrein e l’Arabia Saudita chiedono formalmente che a Doha sia tolto l’incarico di ospitare i giochi. Un alto funzionario dei Servizi emiratini, il generale Dhahi Khalfan ha dichiarato che: “ Se la Coppa del Mondo del 2022 fosse tolta al Qatar, la crisi politica sarebbe risolta… perché la crisi è stata creata esattamente a questo scopo”. Guarda caso, nelle intercettazioni di alcune mail dell’Ambasciatore degli Emirati negli Stati Uniti, Youssef Al Otaiba, si è potuto leggere di un piano per attaccare la moneta qatarina, il Rial. Attraverso specifiche speculazioni sui suoi bond e sui derivati vi si provocherebbe una crisi finanziaria tale da rendere plausibile la possibilità di ritirare l’assegnazione della gara a causa dell’instabilità che ne deriverebbe. Quanto alla corruzione effettuata (su cui si sta ancora indagando), si è anche scoperto che tale pratica potrebbe essere stata un’abitudine degli Stati anche nelle assegnazioni precedenti, portando così il possibile reato dalla corruzione a una qualche forma di concussione. Alla faccia dell’imparzialità delle scelte “sportive”!

* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.