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Bielorussia: Lukashenko, la Russia e l’Ue

Anche al pokerista più incallito può capitare di rimanere vittima del suo stesso bluff.
È ciò che è successo a Lukashenko, padre e padrone della Bielorussia da circa 30 anni. Il dittatore, forte di un diffuso consenso popolare (almeno fino a poco fa) gioca da tempo il suo bluff con il russo Putin per cercare di ottenerne il massimo vantaggio per la propria economia e per il suo personale potere. Con la inconsapevole complicità di alcuni ingenui europei, ha sempre cercato di mostrare a Mosca di avere un’alternativa al rapporto previlegiato che lega i due Paesi strizzando l’occhio a Bruxelles. Il suo braccio di ferro con la Russia continua da diversi anni e, pur a capo di un Paese relativamente povero e di dimensioni infime rispetto alla federazione russa, è arrivato perfino a proporre l’unificazione dei due Stati purché si realizzasse un’alternanza tra lui e Putin alla guida del nuovo Stato unificato. A Mosca ridevano di questa ipotesi, ma era chiaro ad entrambi che tenere la Bielorussia nell’orbita russa era geopoliticamente inevitabile.
Le ultime querelle riguardano il prezzo del gas che Gazprom fornisce a Minsk e la tassazione recentemente decisa dal Cremlino sull’esportazione di quel prodotto. Pensando di poter ricattare il Cremlino, Lukashenko è arrivato perfino a ventilare l’ipotesi di poter comprare il gas liquefatto americano attraverso i Paesi Baltici o la Polonia.
Prima di queste ultime elezioni, aveva voluto dimostrare agli europei la propria presunta indipendenza arrestando 33 sospetti mercenari russi con l’accusa di trovarsi in Bielorussia per influenzare le elezioni contro di lui. Che a Mosca si possa aver pensato a qualche azione che indebolisse il potere politico di quel dittatore non è da escludere. Un Lukashenko più debole sarebbe stato costretto ad abbassare le sue pretese e più disponibile ad ammettere le condizioni moscovite. È tuttavia improbabile che una manovra russa in quella direzione potesse essere stata condotta in modo così maldestro da venire scoperta. Quegli arresti poco prima delle elezioni presidenziali avevano piuttosto l’obiettivo di continuare a nutrire le illusioni di Bruxelles sul fatto che la Bielorussia potesse diventare più “amica” dell’Europa e anticipavano una implicita richiesta a Bruxelles di un occhio affettuoso sulla sua prossima e sicura rielezione.
Il consenso ottenuto in questo ultimo voto popolare, ufficialmente dell’80%, può essere stato, come sostengono gli oppositori, esagerato grazie a brogli e condizionamenti, ma è difficile ipotizzare che la maggioranza della popolazione non sia stata veramente favorevole alla sua riconferma. D’altra parte, nonostante le scarse ricchezze del Paese, l’economia ha sostanzialmente tenuto e, per quanto neppure uno possa affermare che la popolazione bielorussa sia diventata benestante, il tasso di povertà reale è basso perfino in confronto all’Ucraina, potenzialmente più ricca. Sicuramente il Paese era, ed è, ben lontano dai canoni di una moderna democrazia: i gerarchi sono tutti personalmente selezionati dal leader e ruotati negli incarichi per impedire loro di poter apprendere un forte potere personale.
I disordini di questi giorni erano in un certo senso già previsti. Lo stesso si può dire per la repressione che ne è seguita. Ciò che c’è di nuovo e che sta costringendo Lukashenko a scoprire il bluff è che, dinanzi alla enorme violenza di questa repressione, anche molti di quelli che lo avevano votato hanno reagito indignati. Che per questo padre-padrone le cose siano cambiate nel sentimento popolare è confermato non solo dal grande numero dei dimostranti, ma soprattutto dagli scioperi operai che hanno toccato anche le più insospettabili e antiche aziende industriali.
Lukashenko si è reso oggi conto di trovarsi di fronte a fatti inattesi e ha finalmente capito che la sua stessa posizione è seriamente in pericolo. Non a caso ha cominciato a ventilare l’ipotesi di una nuova Costituzione e di rinnovate elezioni, purché successive a quella modifica. Anche a Mosca si sono resi conto della delicatezza della condizione e, pur non amandolo per nulla, Putin ha immediatamente dichiarato di sostenere il governo “legittimo” e di essere pronto a tutto per impedire la destabilizzazione della Bielorussia. Per ora solo a scopo simbolico si dice che siano state mandate truppe al confine tra i due Paesi mentre Lukashenko, urlando all’intromissione di potenze straniere, ha fatto la stessa cosa mandando i suoi soldati sul confine occidentale.
È certo che il Cremlino non accetterà mai che Minsk possa dar vita ad una sua propria Maidan e tanto meno che il Paese possa avvicinarsi alla Nato come fu fatto in Ucraina. Minsk è ancora più vicina a Mosca di quanto lo sia Kiev, sia geograficamente che economicamente, e la Bielorussia è considerata uno “Stato cuscinetto” inevitabile per la sicurezza della Russia.
Ciò che potrà ora succedere dipenderà sostanzialmente da quanto dureranno e come potrebbero svilupparsi le proteste. L’ipotesi che truppe russe possano realmente entrare in territorio bielorusso per sostenere Lukashenko non è da escludere ma è oggettivamente l’ultima istanza per Mosca. Lasciare che Lukashenko cada e che il Paese sia preda idi una qualche forma di anarchia è altrettanto inaccettabile. Se le proteste dovessero aggravarsi, la soluzione più facile che Mosca tenterà è quella di cercare di convincere Lukashenko ad ammettere una dorata e durevole via di uscita e sostituirlo con un nuovo presidente giudicato ammissibile dalla piazza e controllabile dai russi.
A differenza degli ucraini che nel nord-est del Paese hanno storici legami con i polacchi e che sono divisi linguisticamente ed etnicamente, i bielorussi si sentono nella stragrande maggioranza dei veri russi e numerosi sono anche gli intrecci familiari tra i locali e gli abitanti della Federazione. Quando una delle leader oppositrici si è rivolta all’Europa chiedendo che la stessa non riconosca il risultato delle ultime elezioni ha commesso un errore che può alienarle la simpatia di gran parte dei suoi possibili sostenitori.
Se qualcuno in Europa od oltre-Atlantico immagina di poter giocare in Bielorussia una nuova partita geopolitica come quella giocata a Kiev è totalmente fuori strada. È molto probabile che la gente, oggi e dopo così tanti anni, non ne possa più di Lukashenko ma immaginare nei bielorussi dei sentimenti anti-russi e filo-occidentali è un’illusione che potrebbe diventare realtà solo se a Mosca si faranno le mosse sbagliate.

* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.