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Come Usa e Russia si stanno dividendo il petrolio dei curdi siriani

Siglata la tregua che ha fermato la guerra in Siria tra la Turchia e le milizie Ypg, adesso Stati Uniti e Russia si stanno spartendo i giacimenti di petrolio che fino a poco tempo erano in mano ai curdi.

Da quando ha preso il via l’operazione “Fonte di pace”, ovvero l’invasione del Nord della Siria da parte della Turchia, sono stati versati fiumi di inchiostro per cercare di spiegare le ragioni di questa guerra contro i curdi voluta da Ankara.

Il mantra ripetuto dal governo turco era quello della necessità di realizzare una zona cuscinetto lungo il confine siriano, così da allontanare la minaccia terroristica e dare una casa ai milioni di rifugiati presenti nel proprio territorio dopo la prezzolata chiusura della rotta balcanica.

Di mezzo poi ci sono tre spettatori interessati: il governo siriano di Assad, la Russia e gli Stati Uniti. Non pervenuta invece l’Unione Europea, così come l’ONU o la NATO, incapace di prendere una posizione forte di fronte all’invasione turca.

Ora che è stata siglata la tregua grazie a un’intesa tra Erdogan e Putin, emerge il legittimo sospetto che alla base di tutto ci siano ancora una volta i grossi interessi in ballo nella zona, tra petrolio e progetti di riedificazione, con i curdi che ancora una volta sono quelli che ci hanno rimesso.

Petrolio e riedificazione: l’affare Siria

“Tu cerca la persona che ne trae beneficio, e..., e... insomma... “. Così cercava di riferirsi a una espressione di Lenin il Drugo protagonista del film Il Grande Lebowski. Anche se un po’ sconclusionato, il principio può essere applicato anche alla guerra in Siria.

Prima dell’invasione della Turchia, le milizie curde gestivano buona parte del territorio del Nord della Siria dopo averle sottratte con il supporto degli Usa all’Isis, che in quella zona aveva fondato il proprio sedicente Stato Islamico.

Un vasto fazzoletto di terra dove sono presenti la quasi totalità dei giacimenti siriani di petrolio e gas. Durante i tre anni del califfato, si è stimato che l’Isis poteva garantirsi 1,5 milioni di dollari al giorno dal contrabbando di queste materie.

Quando Donald Trump ha deciso di richiamare le proprie truppe di stanza nel Rojava, Recep Tayyip Erdogan ha avuto come il via libera per dilagare quella terra che nelle mire di Ankara doveva diventare una zona cuscinetto.

Sotto il peso delle bombe turche, i curdi per evitare una carneficina hanno quindi chiesto l’aiuto dell’esercito regolare di Damasco che così è tornato a prendere possesso del ricco territorio da tempo sfuggito dal proprio controllo.

Con la tregua prima abbozzata dalla Casa Bianca e poi sancita dalla Russia, la Turchia ha quindi ottenuto il ritiro delle truppo Ypg oltre 30 chilometri dal proprio confine potendo così prendere la gestione della tanto voluta safety zone.

Adesso Erdogan potrà in quel territorio mettere in atto una straordinaria sostituzione etnica: via i curdi e dentro gli oltre tre milioni di rifugiati. Soprattutto adesso potrà partire un piano per la costruzione di case, ospedali e scuole da un valore complessivo di 27 miliardi di dollari, finanziati anche dall’Occidente.

Se la Turchia più sorridere anche il regime di Assad, quindi di riflesso la Russia, può ritenersi soddisfatto. Senza dover sparare un solo colpo, la bandiera siriana è tornata a sventolare in diverse città dove negli ultimi anni prima c’è stato il vessillo del Daesh e poi quello del Kurdistan.

La provincia di Deir Ez Zor, che è quella più ricca di petrolio ed è stata a lungo il vero polmone economico dell’Isis, potrà tornare così a essere sotto la totale egemonia di Damasco con i curdi che rischiano di essere tagliati fuori.

Per ultimo gli Stati Uniti, dopo aver dato l’avvio alla guerra decidendo di ritirare il migliaio di soldati che erano dislocati nel Rojava, hanno ora deciso di lasciare delle truppe a guardia di alcuni pozzi petroliferi, per la gioia di aziende a stelle e strisce, allo scopo di non permettere ai jihadisti di prenderne di nuovo il controllo.

Dopo aver lasciato sul campo 10.000 guerriglieri per non parlare della sofferenza dei civili, i curdi adesso vedono svanire non solo il sogno di una parziale indipendenza del Rojava, ma rischiano di perdere anche quel vitale sostentamento economico che garantiva lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas.

Quello che si è consumato in Siria è stato quindi una sorta di delitto perfetto, messo in atto da Turchia, Stati Uniti e Russia, con il popolo curdo ancora una volta nei panni della vittima sacrificale.