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"Divine e Avanguardie": le artiste russe in mostra a Palazzo Reale

Divine e Avanguardie. Le donne nell’arte russa è forse una delle mostre più attese del palinsesto 2020 dell’arte milanese, incentrato sul tema “I talenti delle donne”. A partire dal 28 ottobre la mostra aprirà una finestra sul mondo artistico russo e il ruolo della donna nello Stato più grande del mondo.

Dalle icone ortodosse della Vergine e delle sante di devozione popolare, fino alla donna operaia della Rivoluzione sovietica e alle artiste delle Avanguardie, dal Futurismo al Suprematismo. La donna russa viene indagata nella sua rappresentazione storica e artistica e nel suo ruolo nella società, in una mostra curata fin nei minimi dettagli da Evgenia Petrova e Josef Kiblitskij.

La mostra è divisa in sette sezioni, più una macrosezione dedicata unicamente alle donne artiste del Novecento sovietico. Davanti al visitatore la figura femminile si trasforma nell’aspetto e nel ruolo, passando dalle classiche icone devozionali ortodosse della prima sezione (“IL CIELO – La Vergine e le sante”) agli austeri ritratti delle zarine della seconda sala (“IL TRONO – Zarine di tutte le Russie”). L’insolenza e l’ufficialità della donna di potere le regalano un posto tra i soggetti artistici, lasciando trasparire la fragilità di Aleksandra, ultima regina di Russia, contrapposta al sorriso superbo di Caterina la Grande, colei che portò il regno allo sviluppo culturale e artistico delle grandi capitali europee.

La terza sezione è dedicata a quel mondo sommerso che componeva il 90% della popolazione totale nella Russia pre-rivoluzionaria: i contadini, che nel regno degli zar erano a tutti gli effetti servi della gleba, cioè appartenevano ai grandi proprietari terrieri, che li potevano vendere, scambiare e maltrattare a proprio piacimento. Abolita ufficialmente nel 1861, la servitù della gleba proseguì di fatto fino agli anni Trenta del Novecento.

Le opere esposte raccontano la durissima vita delle contadine russe: donne povere, temprate dal lavoro duro nei campi e fiere nello sguardo e nella posa. Ritratti realisti, idealizzati o puramente iconici come le contadine suprematiste di Malevič. In ognuno di essi traspare l’essenza della donna al lavoro nei campi, caratterizzata dal fazzoletto in testa, dalla lunga gonna e dalle grosse scarpe; un abbigliamento rimasto invariato per secoli, simbolo dello sfruttamento dello zar prima e della dittatura poi.

Parallela alla vita nei campi dove si invecchiava in fretta e i vestiti erano una necessità per ripararsi dal freddo, c’era la vita cittadina, espressa dalle opere della sala VERSO L’INDIPENDENZA – Le donne e la società. In questi dipinti le donne non sono sante o regine, ma nemmeno ruvide coltivatrici. Sono mogli, figlie e modelle della classe media del primo Novecento russo, vestite alla moda e ritratte nei loro lussuosi appartamenti. Dietro i ninnoli e gli abiti preziosi si nascondono le crepe di una società patriarcale, dove la brava donna è la moglie del soldato, la sposa che ascia le tradizioni familiari e la piaga dei matrimoni combinati, fortemente condannata dagli artisti in mostra, che ne ritraggono le fasi più umilianti e grottesche.

Nelle sale della mostra la donna viene mostrata trasversalmente nel corso degli anni più turbolenti della storia russa. L’iconografia della madre passa da essere un ritratto intimo della maternità profana fino al simbolo di propaganda della brava donna sovietica, madre e lavoratrice. Anche il nudo, esplorato con enorme capacita dagli artisti russi fino agli anni Trenta, venne sostanzialmente censurato fino agli anni Sessanta. Questo non impedì agli artisti di eseguire meravigliosi nudi femminili per il collezionismo privato, in aperta opposizione al Realismo socialista.

La seconda parte della mostra si concentra sulla donna dall’altra parte del cavalletto. In Russia fin dal XIX secolo le donne occupavano un posto di rilievo nel mondo dell’arte, e alla pari degli uomini esponevano le loro opere alle mostre e partecipavano ai concorsi pubblici.

Il Novecento delle Avanguardie investì anche la Russia, durante un periodo storico più che turbolento. Furono moltissime le donne a rispondere alla chiamata, diventando tra le principali esponenti delle correnti artistiche dell’era.

Dai ritratti fortemente espressivi di Marija Baškirceva ispirati a Manet e all’entusiasmante autoritratto di Zinaida Serebrjakova, la donna russa si impose nel Futurismo, corrente paradossalmente misogina nel suo Manifesto, realizzando opere di altissima qualità, come la Città di Notte di Aleksandra Ekster. Il Suprematismo russo, per il quale si ricorda a torto solamente Malevič ebbe una grandiosa esponente in Olga Rozanova, che l’autore del Quadrato Nero considerava come l’unica vera artista suprematista.

Le donne furono attive anche nella monumentale arte di regime, come mostra l’opera conclusiva della mostra: il lavoro sulla monumentale statua L’operaio e la kolkotsiana di Vera Muchina, che vinse il premio Stalin di primo grado nel 1941 e divenne un mastodontico gruppo scultoreo di 24 metri, che ancora oggi domina Mosca.