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I formaggi autarchici di Oleg e i dubbi sulle sanzioni alla Russia

Sochi, 17 ott. (askanews) - Oleg Sirota produce formaggi semistagionati e stagionati a Istra, 60 km da Mosca, e promette "un monumento a Obama, Merkel, Hollande", perché grazie alle sanzioni contro la Russia la sua impresa cresce a ritmi del 200-300 per cento l'anno. Trent'anni, entusiasta del suo lavoro, Oleg è diventato al Valdai Club 2018 una sorta di testimonial dell'economia russa 'autarchica' in tempo di isolamento dai mercati occidentali. Il giovane imprenditore è convinto che in Russia oggi si producano mozzarella e burrata migliori che in Italia. E sul beneficio dalle sanzioni ha buoni argomenti: rappresenta il comparto caseario, che in effetti lo Stato russo ha deciso di sostenere attivamente dopo il varo delle sanzioni occidentali, dal 2014, e relative contro-sanzioni adottate dal governo russo, quelle che per il settore agroalimentare italiano hanno provocato una perdita del 50 per cento del proprio export verso la Russia. All'inizio la tecnologia per produrre era un problema, racconta il giovane imprenditore, "ora è tutto made in Russia, molto è stato copiato e gli occidentali, anche gli italiani si arrabbiano, vanno in tribunale, ma dove trovi di questi tempi un giudice che dia ragione a un imprenditore straniero".Ma Oleg non è il solo a credere che le sanzioni stiano facendo bene a certe parti dell'economia russa. O, piuttosto, fanno notare diversi analisti, le misure anti-Putin non hanno l'effetto negativo auspicato, o vantato.Secondo Andrey Movchan del Carnegie Center, dal 2014 ad oggi l'economia russa è riuscita in più di un modo a parare l'effetto delle sanzioni (che nel 2017 sono costate alla Russia 'solo' lo 0,32 per cento del Pil) e in fin dei conti trarne vantaggio, anche politico. Grazie alla politica monetaria 'ortodossa' della Banca centrale guidata da Elvira Nabiullina, approvata dal Fondo monetario internazionale come garanzia di stabilità finanziaria, e all'aumento dei prezzi del petrolio, le riserve russe di moneta estera sono arrivate ad un livello record di circa mille miliardi di dollari: l'equivalente di un terzo del Pil russo, quanto basta a coprire 17 mesi di importazioni. E anche il crollo del valore del rublo torna utile in termini di bilancio statale, perché a fronte di costanti entrate in dollari dalle esportazioni di idrocarburi, la spesa russa e relativi progetti è denominata in rubli.In più, oltre l'80% dell'economia russa e è di proprietà dello Stato, oppure controllato da magnati vicini al potere. Quasi il 40% della forza lavoro è impiegato dallo Stato. In pratica, la tenuta dell'economia russa dipende molto meno dalle dall'andamento dei mercati di quanto non sia conseguenza delle politiche ufficiali di redistribuzione delle risorse. Infine, sostiene Movchan, le sanzioni danno a Putin la possibilità di addossare i problemi, o la necessità di prendere decisioni dolorose per la popolazione, alle conseguenze delle sanzioni.Il dubbio è venuto anche al Wall Street Journal, che proprio ieri rifletteva sulla combinazione di prezzi del petrolio in crescita (+14 per cento da agosto) e svalutazione del rublo: un binomio che fa aumentare il valore delle entrate da petrolio, gas e materie prima in genere, vendute in dollari, e rimpolpa senza grandi sforzi le casse dello Stato.