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Rudolf è ancora out nella Russia di Putin

Non era mai accaduto che il teatro Bolshoi di Mosca cancellasse una prima mondiale a tre giorni dal debutto. Il linguaggio del politically correct, sceglie una comunicazione utile a smorzare i toni, tuttavia la sospensione del balletto sulla vita di Rudolf Nureyev, morto di Aids a Parigi il 6 gennaio 1993, e sulla sua relazione con il danzatore danese e direttore Erik Bruhn, suona, nella Russia di Putin, come un atto politico. E se il quotidiano Vedomosti conferma che la messa in scena del regista Kirill Serebryannikov avrebbe dato molto spazio alla relazione omosessuale tra il ballerino russo e quello danese che vissero una lunga e tormentata storia d’amore, spetta allo stesso Vladimir Medinski, ministro della Cultura russa, blindare il sipario.

A riportarlo è la Tass, l’agenzia di stampa ufficiale russa, che cita una fonte vicina al dicastero. Stando alla sopracitata fonte, il ministero avrebbe deciso che lo spettacolo presenta elementi di propaganda di valori sessuali «non tradizionali». Si aggiunge che a dirigerere il balletto sarebbe stato Kirill Serebrennikov, di attuale indagato per appropriazione indebita. Una vendetta? Non secondo il direttore del teatro. «Già al momento in cui ho dato il via libera a questo progetto – spiega Vladimir Urin -, sapevo che Nureyev era una figura controversa. Non mi sono però lasciato sconfortare e nonostante questo, ho comunque puntato su questo balletto. Sapevo che il tema dell’omosessualità sarebbe emerso e che avrebbe potuto incitare in alcuni una reazione di rifiuto». Il motivo della cancellazione, infatti, sarebbe dunque da ricercare nella discussa legge contro la propaganda LGBT in vigore in Russia da qualche anno. Nureyev, il primo danzatore fuggitivo, era il 1961, ballò a Udine, al Carnera, causa pioggia, con il Boston Ballet, nel 1983.

Per la sua versione del Don Quixote servivano dei figuranti. Fu scelta Michela Bastianutti, della scuola di danza Ceron, per il ruolo della cortigiana. Lei si portò dietro due ragazzi, Giovanni Tentori e Andrea Romanello. A loro il ruolo del cavallo, nel primo atto. «Ci abbracciò tutti a fine spettacolo», ricorda Bastianutti. «Fu un’esperienza indimenticabile».

Nel 1989, il 9 luglio, il tempo fu clemente e il pubblico regionale lo vide a Villa Manin. Il Mike Jagger della danza, furiosamente sexy in pelle nera, salutò i fan fuori dall’hotel Astoria, prima delle prove. Agli appassionati di danza che lui fosse omosessuale non gliene importò mai un bel niente, così come ai fan di Freddie Mercury, amico del danzatore, morto della stesso male. Il Tartaro Volante era la danza, e anche in regione arrivò quando la sua carriera era in lenta discesa, il carisma era intatto e la sua esibizione scatenò le ovazioni del pubblico a fine spettacolo. Dal treno in corsa sul quale era nato, Rudy saltò nel mondo come una stella. Dal Kirov nell’allora Leningrado, scappò ventitreenne, voltando le spalle al potere di Kruscev, scegliendo la libertà, la gloria e il successo. Oltre la cortina di ferro, l’ex ragazzo povero — inseguito non solo dagli agenti del Kgb, ma anche da quelli della Cia che lo credevano una spia, divenne l’ospite più conteso dal jet set, invitato dal presidente Carter alla

Casa Bianca, amico dei Kennedy, degli Onassis, dei Niarchos.

Un’icona di stile, con dimore da zar. Per 12 anni combattè contro l'Aids. Rivide l'amatissima madre in Russia grazie a un permesso firmato da Gorbaciov. Altri tempi. Un’altra Russia.

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