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Libri da Russia Marina Cvetaeva e Ljudmila Ulitskaya autrici

La Russia terra imponente, la dittatura di Lenin e Stalin e due grandi autrici donne, determinate e ricche di sentimento.

Caro iCrewer, ci ritroviamo per il nostro consueto itinerario virtuale: questi viaggi rappresentano, a mio avviso, un toccasana per l’anima perché ti regalano una visuale, magari a te ignota o poco conosciuta, di un Paese diverso ogni volta, tanto che ciò che apprendi va ad aggiungere un tassello in più a quello che è il tuo personale bagaglio culturale. Ed io, francamente, lo trovo assolutamente inebriante.

Detto ciò indossa subito colbacco e pelliccia perché ce ne andremo in una Nazione molto, molto fredda: ti porto in Russia o Federazione Russa. Credo che tua sappia già che si tratti di una Nazione glaciale ma credo che tu non sappia che la temperatura più bassa registrata in una zona abitata, precisamente ad Ojmjakon, è stata il 26 gennaio del 1926 quando, apri bene le orecchie, la temperatura annotata è stata quella di ­-71 gradi! Beh, credo che, in quella circostanza, neanche tutti i colbacchi della Russia sarebbero serviti ad evitarti di andare in ipotermia!

La Federazione Russa è una Repubblica federale di tipo semipresidenziale. Il Presidente è il capo dello Stato e di un sistema multipartitico dove il potere esecutivo viene esercitato dal governo, guidato dal Primo ministro; quest’ultimo viene nominato dal presidente e approvato dal parlamento. Il potere legislativo viene gestito dalle due camere dell’Assemblea federale.

La Russia è il più grande paese al mondo: la sua superficie equivale a quella del pianeta Plutone. Più di un terzo del territorio russo è situato oltre il Circolo polare artico. È uno stato multietnico con  maggioranza russa, mentre il secondo gruppo etnico più numeroso sono i tartari, seguito dagli ucraini. I monti Urali sono i più antichi al mondo e che dividono la parte europea dalla parte asiatica della Russia.

La Russia, questo immenso Paese, confina con ben 16 paesi. In terra con Norvegia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Bielorussia, Ucraina, Georgia, Azerbaigian, Kazakistan, Cina, Mongolia, e Corea del Nord, in mare con Stati Uniti e Giappone.

La lingua statale è il russo in tutto il territorio ma in ben 24 regioni, su un totale di 85, lo status di lingua statale viene riconosciuto anche alle lingue locali. Il territorio russo è talmente vasto che attraversa ben 11 fusi orari: quindi se a Mosca sono le 15.00, a Petropavlovsk-Kamchatsky, nell’Estremo Oriente, sarà mezzanotte.

Le vicende storiche e/o politiche della Russia sono state alquanto travagliate, ricche di sfaccettature che, non sempre positivamente, hanno segnato profondamente questa Nazione, modificandone l’assestamento storico/politico, per tale ragione potrei stare qui a ripercorrere assieme a te la storia della Federazione Russa sia dal punto di vista geografico, che dal punto di vista storico o culturale ma questa non è una lezione né di storia né tanto meno di geografia o educazione civica, e lungi da me dal volermi sostituire ad un valido manuale didattico, quello che voglio fare quest’oggi è metterti in risalto solo taluni aspetti di questa Nazione. Intanto ti ricordo che il 30 dicembre del 1922 nasceva, sulle ceneri dell’Impero zarista, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, acronimo URSS, abbreviato Unione Sovietica. Questa, però, si sciolse ufficialmente il 26 dicembre del 1991.

La Russia ha subìto, oltre tutte le vicende a noi ben note, tre Rivoluzioni, la prima, senza esito, avvenne nel 1905, e fu successiva alla sconfitta contro il Giappone. La seconda e la terza avvennero nel 1917, rispettivamente a febbraio (stando al calendario giuliano) e ad ottobre, entrambe dettate da un proliferare del malcontento nei confronti della monarchia, nonché dalla crisi sofferta dall’Impero Russo durante la prima guerra mondiale. All’intimo dell’arco temporale storico si  collocano, in particolare, due dittatori noti alla storia, ed è proprio di loro che ti parlerò.

Lenin, al secolo Vladimir Ilic pseudonimo di Vladimir Ilic Uljianov, nacque a Simbirsk nel 1870 e morì a Gorkij, Mosca nel 1924, fu un’attivista rivoluzionario nonché un uomo politico russo che fondò l’Unione Sovietica della quale ne divenne il primo capo di governo. Suo padre era un funzionario statale; nel 1887 la polizia arrestò, e fece impiccare, il fratello maggiore accusandolo di aver tramato un complotto volto all’assassinio dello zar Alessandro III. Lenin, proprio in quello stesso anno, si iscrisse all’università di Kazan, essendo però considerato un sovversivo radicale ne fu ben presto bandito. Così, iniziò a studiare – in segreto – le teorie rivoluzionarie dei socialisti europei, ed in special modo Il Capitale di Marx, iniziando a tracciare una propria concezione del processo rivoluzionario, prendendo le distanze dai populisti che imperniavano la loro strategia su azioni terroristiche dimostrative, che avrebbero dovuto incitare alla rivolta antizarista le masse contadine.

Riuscì a laurearsi in giurisprudenza a San Pietroburgo nel 1891, e lavorò come avvocato dei poveri nella città di Samara, sul Volga e nel 1893 si trasferì a San Pietroburgo.

Lenin fu anche un organizzatore sindacale che contribuì a fondare il circolo Emancipazione del lavoro, che aveva come scopo precipuo quello di creare un unico movimento tutti i gruppi rivoluzionari; la polizia, però, ben presto arrestò il leader dell’associazione condannandolo a 14 mesi di prigionia. In tale circostanza, seppur tutt’altro che piacevole, conobbe la sua futura moglie, Nade da Krupskaja, un’altra attivista. Lenin venne esiliato in Siberia sino al 1900,  durante questo periodo scrisse il pamphlet Che fare? (1902), nel quale delineò la propria strategia rivoluzionaria. Il dittatore tornò in Russia solo dopo molti anni, allo schianto della Rivoluzione del 1905, ma la reazione del governo lo costrinse di nuovo a espatriare nel 1907.
Nel 1909 scrisse il suo più importante trattato filosofico, Materialismo ed empiriocriticismo.

Lenin condannò persino la prima guerra mondiale, avvenuta nel 1914, sostenendo che i lavoratori si sarebbero battuti gli uni contro gli altri a vantaggio totale della borghesia. Allo schianto della rivoluzione di febbraio del 1917, Lenin partì immediatamente per la Russia, attraversando la Germania, ma giunse, suo malgrado, un mese dopo che l’sollevazione dei lavoratori e dei militari aveva deposto lo zar. I membri del Soviet (Consiglio) degli operai e dei militari si mostrarono favorevoli alla collaborazione con il governo provvisorio civile di Kerenskij e i bolscevichi di Pietrogrado, tra cui vi era anche Josif Stalin, appoggiandone le loro decisioni. Lenin, dal canto suo, ripudiò la delineata strategia politica tanto che nelle sue tesi di aprile sostenne che solo il Soviet poteva rispondere alle speranze e alle esigenze dei lavoratori e dei contadini russi. Allo slogan tutto il potere ai Soviet, il partito accettò il programma di Lenin; nei successivi mesi compose la famosa opera Stato e Rivoluzione, ponendosi, poi, alla guida dell’sollevazione di Ottobre che si concluse con la formazione del primo governo sovietico da lui capeggiato. Gli anni successivi sono quelli della costruzione del nuovo stato comunista e dei forti contrasti con Stalin, celebre lo scritto Quello Stalin è pericoloso, nel quale ne profetizzò, appunto, la pericolosità.

Lenin si ammalò gravemente e poco prima di morire, nel gennaio del 1924, all’età di 54 anni, fece testamento politico nel quale suggerì che Stalin, nominato quale segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS), venisse rimosso dalla carica che ricopriva. I raggiri politici, che a quanto pare sono sempre esistiti sin dalla notte dei tempi, dimostrano che Stalin manipolò questa indicazione, restando, quindi, inamovibile. Nel 1924, infatti, Stalin sovrintese al varo della costituzione sovietica che sancì la struttura federale dell’URSS limitando i margini di autonomia delle repubbliche della nuova federazione, ergo, il potere rimaneva a Mosca.

Iosif  Dzugasvili (Stalin), nacque a Gori, Tbilisi nel 1879 e morì a Mosca nel 1953. La famiglia di Stalin era di umili condizioni sociali, il padre era un ciabattino, e si dice fosse addirittura un alcolizzato, mentre la madre era una lavandaia; il padre nei momenti d’ira scatenava  la propria violenza, e senza ragione alcuna, sulla moglie e sul figlio che, benché fanciullo, durante una delle consuete aggressioni del padre  non esitò a lanciargli contro un coltello. Il padre, che esercitava anche la propria coercizione in maniera non solo fisica, impedì a Josif, durante l’infanzia, di frequentare la scuola imponendogli di lavorare come ciabattino. Lo stesso padre, con estremo sollievo della madre e del figlio, decise di allontanarsi dal nocciolo familiare, lasciando solo Josif con la madre che dovette occuparsi della sopravvivenza del suo unico figlio. Josif, che non ebbe di certo avuto un’infanzia né facile né felice, dapprima, si ammalò di vaiolo  – malattia tipica dei tempi passati che lasciava sulla pelle dei terribili segni, il più delle volte, indelebili – , successivamente contrasse una terrificante infezione del sangue, curata in maniera blanda, o alla meno peggio, che gli lasciò postumi al braccio sinistro, che rimase offeso. Josif, nonostante la malattia prima, l’infezione dopo, dalla quale riuscì a venirne fuori in modo strabiliante, divenne bello e robusto tanto che con un certo orgoglio il ragazzo cominciò a fregiarsi di essere forte come l’acciaio, da qui lo pseudonimo stal, da cui Stalin.

Josif ereditò tutta la forza dalla madre che, rimasta sola, per guadagnarsi da vivere iniziò a svolgere dei lavori di cucito per i vicini, riuscendo, in seguito, ad accumulare qualche risparmio i quali risparmi le consentirono di acquistare una moderna macchina da cucire: ciò le permise di aumentare i propri guadagni, tanto da iniziare a progettare delle ambizioni per il proprio figlio. Stalin si distinse per intelligenza, volontà e memoria, cercando di riscattarsi degli anni truci vissuti a lato al padre, grazie ad una borsa di studio seguì gli studi nel seminario teologico ortodosso di Tbilisi. Il contatto con le idee e con l’ambiente dei deportati politici, piuttosto numerosi nella regione, lo portò a conoscenza del grado di ingiustizia e degradazione nei quali il popolo era costretto a vivere sotto l’algida del regime zarista. Stalin, di spirito intollerante e ribelle, rimase parecchio impressionato da questa condizione, tanto da spingersi ad impegnarsi in un’azione concreta che potesse contribuire a modificare tale condizione. Entrò quindi nel movimento clandestino marxista nel 1898 e per qualche tempo lavorò all’osservatorio astronomico; iniziò una politica di propaganda insurrezionale che lo portò, suo malgrado, all’arresto nel 1900. Nel 1902 si trasferì a Batum ove venne condannato ad un anno di carcere e, successivamente, a tre anni di isolamento in Siberia. Nel 1904 fuggì per tornare a stabilirsi a Tbilisi, partecipando attivamente al movimento insurrezionale. Nel 1905, pubblicò il suo primo saggio A proposito dei dissensi del partito, e divenne il direttore del periodico notiziario dei lavoratori caucasici e in Finlandia; l’convegno con Lenin avvenne alla conferenza bolscevica, ne accettò le tesi sul ruolo di un partito marxista compatto e rigidamente organizzato, quale strumento inevitabile per la rivoluzione proletaria. Gli anni di vita di Stalin furono piuttosto movimentati, in considerazione, appunto, del suo essere dissidente per natura, tanto che nel 1913, fu persino internato a Kurejka, dove vi rimase per quattro anni. Dopo la rivoluzione dell’ottobre del 1917  lo stesso si impegnò per vincere la guerra civile, divenendo segretario del comitato generale nel 3 aprile 1922: Stalin, quindi, diede avvio a delle riforme per perseguire le sue idee – che vedevano un distacco dalla tradizione internazionale del Marxismo -, realizzò la collettivizzazione delle campagne e ideò i piani quinquennali per industrializzare la Russia. Quando, poi, nel 1936 iniziò a porsi il problema del nazismo, Stalin, per poter agire più liberamente, decise di eliminare ogni tipo di opposizione, e questo fu l’inizio delle cosiddette purghe staliniane. Fece esiliare, o addirittura uccidere, leader come Kamenev, Zinov’ev, Trozkji, Radek che avrebbero potuto sostituirlo in caso di crisi. Nel 1939 iniziò la guerra e benché mise a dura prova le capacità dello stesso Stalin, quest’ultimo diede prova di saper fronteggiare anche le più inside situazioni; usò il conflitto per reintrodurre i valori tradizionali, come il patriottismo, la solidarietà slava, la valorizzazione della storia russa. A fine guerra riuscì a imporre regimi comunisti in quei paesi occupati dall’armata rossa, e in un certo senso si accontentò di quei risultati, tornando alle sue idee conservatrici, anche se i contrasti con i paesi capitalisti si accentuarono. Stalin subì un colpo apoplettico nella sua villa suburbana di Kuntsevo nella notte tra il 1 e 2 marzo 1953; le guardie di ronda dinanzi alla sua camera da letto, seppur allarmate dalla sua mancata richiesta del pasto notturno, non osarono forzare la porta blindata  se non fino al mattino seguente, quando Stalin si trovava già in condizioni disperate: metà del corpo era paralizzato, ed aveva inoltre perso l’uso della parola. Josif Stalin morì all’alba del 5 marzo, dopo che i suoi fedelissimi sperarono in tutti i modi, e fino all’emanazione dell’ultimo respiro, in un miglioramento delle sue condizioni. Il funerale fu maestoso: il corpo, imbalsamato e vestito in uniforme, venne solennemente esposto al pubblico nella Sala Delle Colonne del Cremlino (dove, peraltro, era già stato esposto anche Lenin). Nella furia di voler andare a rendere omaggio alla salma del grande dittatore, almeno un centinaio di persone, morirono schiacciate. Venne sepolto a lato a Lenin nel mausoleo sulla Piazza Rossa.

La popolarità di questo uomo rimase intatta anche dopo la sua morte, considerato da sempre capo del movimento di emancipazione delle masse oppresse di tutto il mondo; tutto rimase invariato fino a quando, il suo successore Nikita Kruscev, al XX Congresso del PCUS, nel 1956, denuncò apertamente i crimini commessi da Stalin nei confronti degli altri membri del partito: iniziò allora il processo di destalinizzazione. Il primo provvedimento, che seguì a tale processo, fu proprio la rimozione della mummia di Stalin dal Mausoleo di Lenin: le autorità non poterono tollerare la adiacenza di un tale sanguinario a quella di una mente così insigne. Da allora la salma riposa in una tomba poco distante, sotto le mura del Cremlino.

Va detto, e riconosciuto, il merito all’opera di Stalin portata avanti con forza e personalità, che ha avuto ad ogni modo un’influenza determinante nel corso della storia contemporanea, non è di poco conto il fatto che il dittatore rimase al potere per trent’anni e, solitamente, nessun capo può governare così a lungo se la società non gli promette consenso.

Se sulla Federazione Russa avremmo potuto spendere fiumi e fiumi d’inchiostro, sulla letteratura ne potremmo spendere altrettanto, se non di più. Sappiamo bene che questa Nazione ha dato i natali a grandi letterati, esponenti di somma cultura e notoria conoscenza, ti cito solamente Lev Tolstoj che è stato al contempo uno scrittore ma anche un filosofo, educatore, attivista russo oppure Fëdor Dostoevskij, considerato, insieme a Tolstoj, uno dei più grandi romanzieri e pensatori russi di tutti i tempi. A lui, infatti, è titolato il cratere Dostoevskij sulla superficie di Mercurio. Io, personalmente, li considero, naturalmente nell’accezione positiva del termine, mostri sacri di cultura, cultori studiati non solo sui banchi di scuola ma anche nelle Accademie universitarie, assunti come argomento per tesi di laurea o finanche tesi di dottorato, insomma, trovarti dinanzi a loro, naturalmente qui la metafora è palpabile, considerato che, ahimé, incontrarli non è più possibile, è come essere investiti, con la stessa potenza di un’onda d’urto, da una cultura spropositata. Tuttavia, proprio perché si tratta di autori che tutti, chi più chi meno, conosceranno, quest’oggi, caro iCrewer, ho deciso di parlarti di due donne, due donne tra loro diverse ma accomunate non solo dalla stessa nazionalità ma anche dalla grande e sconfinata passione per la letteratura e scrittura, ti sto parlando della poetessa Marina Cvetaeva, considerata la poetessa sfortunata, e Ljudimila Ulitskaya che ha sempre scritto di gente comune e di donne. La prima annoverata fra le autrici russe del passato, la seconda fra le scrittrici russe contemporanee, tuttora vivente. Su, scopriamole insieme!

Marina Ivanovna Cvetaeva, nacque a Mosca l’8 ottobre del 1892, a soli sei anni iniziò a scrivere poesie. Marina, sin da adolescente, rivelò di avere un carattere determinato, forte, ribelle, e anziché dedicarsi agli studi preferiva dedicare il proprio tempo ad intense e appassionate letture private: Pushkin, Goethe, Heine, Dumas – padre, e così proseguendo sulla stessa scia di lettura. Nel 1909 si trasferì da sola a Parigi per frequentare lezioni di letteratura francese alla Sorbona. Il suo primo libro, Album serale, pubblicato nel 1910, conteneva le poesie che la stessa aveva scritto tra i quindici e i diciassette anni. Questo primo libro fu pubblicato a sue intere spese, a tiratura limitata, e nonostante ciò riuscì a far breccia fra i maggiori poeti di quel tempo, che addirittura lo recensirono, poeti del calibro di Gumiliov, Briusov e Volosin. Marina è una poetessa dall’animo romantico, non maschera solo ribellione, cela quel delicato romanticismo che emerge con trasporto nelle sue poesie, in una breve nota autobiografica del 1939/1940 scrisse «Nella primavera del 1911 in Crimea ospite del poeta Max Volosin convegno il mio futuro marito, Sergej Efron. Abbiamo 17 e 18 anni. Decido che non mi separerò da lui mai più in vita mia e che divento sua moglie.» , e nonostante il contrario parere da parte del padre, lei, espressione del suo spirito ribelle, sposò Sergej Efron. La sua seconda raccolta di liriche si intitolò Lanterna magica, e nel 1913 fu la volta di Da due libri.

Il 5 settembre del 1912 avvenne la nascita della prima figlia, Ariadna (Alja) e il suo consorte, nel frattempo, decise di arruolarsi quale volontario su un treno sanitario. Marina, quindi, nel 1917, si trovò a vivere la seconda Rivoluzione: frattanto anche la sua seconda figlia venne messa al mondo. La donna, però, con il marito ancora arruolato, si ritrovò da sola, con due bambine da crescere, sfamare, proteggere mentre la carestia imperversava. A tutto ciò va soggiunto che la nostra poetessa non godeva di un vero e proprio lavoro, e non avendo, quindi, i mezzi di sostentamento idonei, fu costretta a lasciare la figlia minore presso un orfanotrofio, la bambina morì a causa di denutrizione solo qualche mese dopo. Il tempo passava e Marina, finalmente, riuscì a ricongiungersi al suo amato Efron, celebrando, poco dopo, la nascita del terzo figlio: un maschio.

Ma la vita della Cvetaeva non fu affatto gioiosa e lineare, già gli anni passati sono stati duri: la perdita della secondogenita, la lontananza dal marito, l’insoddisfazione per non sentirsi realizzata quale poetessa, ma il peggio, suo malgrado, non era ancora giunto: il marito, infatti, venne imputato di essere un omicida,  ritrovandosi invischiato nel sistema polito dell’era, e lei venne sempre più emarginata e considerata una traditrice. Per Marina si susseguirono tutta una seria di eventi tragici uno dietro l’altro: l’unica figlia rimastale venne deportata nel Gulag e il marito arrestato e poi fucilato. Per la poetessa sono momenti di difficile risoluzione, nei quali non riuscì ad intravedere una via d’uscita, è distrutta, sconsolata, non sa come risollevarsi, iniziò quindi a chiedere aiuto ai suoi amici poeti e scrittori, ma questi, dal canto loro, le rifiutarono qualsiasi tipo di supporto sostenendo che la stessa fosse una traditrice. Si ritrovò sempre più sola ed abbandonata, con l’unico figlio maschio rimastole che non faceva altro che chiedere e richiedere denaro, se non fosse che gli unici soldi che possedevano erano a malapena bastevoli per l’acquisto di due tozzi di pane.

E così, in preda allo scoraggiamento più assoluto, una domenica, esattamente il 31 agosto del 1941, Marina,  rimase sola in casa e pensò ad un gesto estremo: salì su una sedia, rigirò una corda attorno ad una trave e si impiccò. Lasciò un biglietto, peccato che lo stesso scomparve negli archivi della milizia, chissà quale messaggio ai posteri aveva deciso di lasciare. La cosa veramente triste è che neppure uno si recò ai suoi funerali,  che si tennero tre giorni dopo nel cimitero cittadino, non si conosce neppure il punto preciso dove fu sepolta.

Tra le sue innumerevoli opere si ricordano Lettere ad Ariadna Berg (1934-1939) Amica, Dopo la Russia, Natal’ja Goncarova, Diario moscovita (1917-19), Poesie, Racconto di Sonecka, Accalappiatopi, Satira lirica, Arianna, L’armadio segreto, Deserti luoghi. Lettere (1925-1941), Paese dell’anima. Lettere (1909-1925), Il poeta e il tempo. Un’opera che ha attirato la mia attenzione è A Rainer Maria Rilke nelle sue mani, edito da Passigli Editori, nel luglio del 2012 «Questo volume raccoglie tutte le opere di Marina Cvetaeva legate a Rainer Maria Rilke, il poeta prediletto su tutti, che Marina non poté mai incappare ma che entrò nella sua vita con la potenza di un turbine. Oltre infatti al rapporto epistolare fra i due – e anzi fra i tre, perché è a un altro grande poeta, Boris Pasternak, che si deve la loro amicizia – quell’convegno letterario fece sì che Rilke dedicasse alla Cvetaeva la grande elegia dell’8 giugno 1926, e che Marina, ben oltre la scomparsa del grande poeta praghese avvenuta il 29 dicembre 1926 nel sanatorio svizzero di Val Mont, continuasse a rivolgersi a lui in una serie di opere che sono fra le più intense e importanti nella sua produzione, sia in versi che in prosa. Non opere dedicate’a Rilke, ma, come scrive la stessa Cvetaeva, veri e propri colloqui con Rilke, e ancora di più: la presonanza e la risonanza – in me della sua morte. Così, da questo punto di vista, i grandi poemi Tentativo di stanza, Lettera per l’anno nuovo e Poema dell’aria, si illuminano di una luce ulteriore e forse più netta; e con le meno note ma bellissime prose di La tua morte e di Alcune lettere di Rainer Maria Rilke vanno a costituire un originale insieme di straordinaria forza espressiva.»

Come vedi, e come forse tutti i poeti d’un tempo che si rispettino, Marina ha avuto una vita altalenante, una vita tutt’altro che felice, eppure aveva un marito e tre figli, il dono della scrittura ma il destino le è stato avverso. Questa storia, sono sincera, mi ha colpita molto, tanto da commuovermi.

Un’altra scrittrice russa contemporanea che mi ha conquistata per il suo modo di essere e di pensare, è Ljudmila Evgen’evna Ulitskaya Davlekanovo, nata in Russia nel 1943. Ljudmila è considerata una delle scrittrici contemporanee maggiormente affermate nella scena russa internazionale, è autrice di romanzi, racconti per bambini e novelle.

Questa nostra autrice nasce in una famiglia benestante di intellettuali e ricercatori, la stessa acquisisce una laurea presso l’Università di Lomonosov di Mosca in genetica. Ljudmila cresce nella Mosca del dopoguerra, e lo scenario che le si presenta dinanzi, con la gente che ne esce provata, sia fisicamente che psicologicamente, dove le masse popolari spesso patiscono le pene più dure, la segna profondamente, ed è proprio di questa gente che la stessa racconta nei propri scritti, gente comune, gente che soffre, insomma la gente del popolo; narra le loro storie con rispetto, devozione, ammirazione. Risente del regime sovietico; Stalin,  che dà inizio alla campagna antisemita, accusando i medici ebrei di essere untori nonché avvelenatori, e a tal proposito Ljudimila scrisse «Io imparai a combattere per strada, a fare a pugni. Sono riuscita a resistere bene in questa prova, ne sono uscita fortificata.»

L’istituto di genetica dove Ljudmila lavora viene chiuso e, nel contempo, la stessa viene accusata di diffondere quelli che sono libri proibiti, addirittura subisce il sequestro della sua macchina da scrivere; a quell’era la sete di sapere veniva colmata centellinando i libri fra amici, e questi stessi amici passavano poi la notte a ricopiare questi libri, o anche a tradurli: sapevano bene che così facendo rischiavano il carcere, perché questa punizione era prevista per chi compisse azioni del genere, ma a loro non importava, correvano il azzardo perché desiderosi di nutrire l’anima di cultura, tanto da non far temere loro di essere arrestati: la pena prevedeva dai cinque ai sette anni di carcere, sembra quasi un paradosso che si venisse arrestati solo per volersi acculturare. Ljudmila, che nel frattempo ha messo al mondo due figli, si ritrova improvvisamente sola a crescerli, i genitori, infatti, periscono, e divorzia dal primo marito. Solo negli anni ’80 sembra giungere la svolta: diventa direttrice artistica per il Teatro Ebraico a Mosca; il racconto Sonja segna, invero, l’inizio della sua carriera da scrittrice, tanto che le vengono riconosciuti degli importanti premi come Booker Prize Russia Premio Nazionale, il Big Book, i suoi romanzi vengono pubblicati anche in Italia da parte di E/O, Einaudi, Bompiani, Frassinelli. Viene insignita dei premi quali Penne (1997, 2006), Grinzane Cavour (2008). Ma Ljudmila non riceve solo questi riconoscimenti, perché la sua carriera ne é colma, la sua bravura, la sua profondità di scrittura viene premiata attraverso ulteriori  approvazioni, come ad modello, solo per citarne alcuni, Austrian State Prize for European Literature (2014, Austria), Officien de la Legion d’honneur (2013, Francia), Premio Nazionale Olympia (2007, Russia), Romanzo dell’anno (2004, Russia) per Sinceramente Vostro Surik.

Ljudmila è una donna di grande spessore, sia culturale che morale, sceglie i personaggi dei suoi romanzi tra la gente del popolo, tra le donne, raccontando le loro storie, la loro vita, costruendo delle vicende supportate da devozione, reverenza, stima, nei confronti di tutta questa gente che spesso si trova ad affrontare situazioni avverse, gente con le quali, il destino, non è stato di certo clemente. Questo suo essere così profonda, così delicata nel raccontare le storie altrui la porta ad essere fregiata, nel 2011, del premio Simone Beauvoir in Francia, premio che solitamente viene riconosciuto a coloro che con le proprie opere e/o azioni, aiutano a promuovere la libertà delle donne nel mondo. Anche in Italia è alquanto famosa per i romanzi che hanno come protagoniste potenti figure femminili. Le sue storie parlano di donne indimenticabili, donne coraggiose, donne che non si arrendono. Questo ruolo preponderante che riconosce alle donne, questo descriverle così ardimentose, piene di forza, è dovuto al fatto che in Russia, nel XX secolo, la popolazione maschile era numericamente inferiore a quella femminile, a causa delle guerre e delle rivoluzioni che hanno scosso la Russia, e quindi, le donne, volenti o nolenti, hanno dovuto rimboccarsi le maniche e darsi da fare, mai dandosi per vinte, e questo, secondo il mio modesto parere, è veramente inammissibile perché le donne sono una forza, una vera forza della natura, potrebbe sembrare una espressione trita e ritrita ma in realtà è proprio così e non c’è espressione migliore per definirle.

Ljudmila stessa è una forza della natura, lodevole è il suo essere attivamente impegnata per la tutela e il riconoscimento dei diritti umani e delle libertà individuali, sappiamo bene come oggi, nostro malgrado, sia gli uni che gli altri siano spesso calpestati, violati, a causa di forti poteri che brandiscono l’oppressione e la violenza come arma per ledere diritti e libertà, soprattutto nei confronti dei deboli e degli oppressi che supinamente soccombono: occorrono più persone come Ljudmila perché qualche cosa possa realmente cambiare.

La sua opera Le bugie delle donne, che mi ha particolarmente  affascinata «dove si narra la storia di una donna, appunto, Zenja ha il dono di catalizzare le confidenze delle altre donne. Chiunque l’avvicini sembra disposto a raccontarle la propria vita. Non sempre, però, ciò che sente corrisponde alla verità; a volte le narratrici si fanno prendere la mano e i racconti si dilatano, si intrecciano, si colorano di dramma e di tragedia. E Zenja ascolta, armata di affettuoso senso di sopportazione, anche se a volte verrebbe la voglia di sottrarsi e… cominciare a raccontare. Magari altre bugie.» Questo libro è stato edito da Frassinelli, il 22.3.2005. Altra opera di grande introspezione dell’animo umano è Il dono del dottor Kukockij o ancora La figlia di Buchara edito da E/O dove, anche qui, le protagoniste sono le donne, donne con particolari storie alle spalle, donne che amano, donne che lottano per il bene dei propri figli, donne che comunque ed ovunque trovano sempre la forza per riemergere.

«Mi sento una studiosa delle frontiere e dei confini, non solo geografici – nella vita di una persona ci sono tante frontiere».