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Dalle mail di Clinton alle rivelazioni del presidente a Lavrov. Il Russia-gate perseguita Trump

Il 7 luglio 2016 e Paul Ryan, lo speaker repubblicano della Camera, diffondeva il tweet qui sotto e faceva una dichiarazione alla stampa. Il giovane leader della destra Usa spiegava, citando il direttore dell’Fbi James Comey, licenziato da Donald Trump qualche giorno fa, che l’uso di Hillary Clinton di email private per gestire informazioni delicate era «negligente» e che a persone che si comportano così certe informazioni non vanno passate. Le frasi di Comey, che spiegò durante un’audizione in Senato che l’agenzia che lui dirigeva on avrebbe condotto indagini su Hillary Clinton nonostante un atteggiamento “negligente” furono rilanciate in maniera ossessiva dai repubblicani, dai loro media e nei comizi dell’allora candidato Trump. Anche con il tweet qui sotto: «Non pronta, non adatta” scriveva il presidente. E oggi tornano coma una valanga sulla Casa Bianca.

La notizia è nota: il Washington Post ha reso noto che durante l’convegno nello studio ovale tra il presidente Usa, il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov e l’ambasciatore di Mosca a Washington, Sergey Kislyak, Trump avrebbe rivelato agli ospiti russi delle informazioni riservate sull’Isis e sulle minacce relativa ad attacchi e tecniche all’uso dei computer sui voli di linea. Si tratta, scrive il Washington Post che ha fatto lo scoop, di informazioni con il grado più alto di riservatezza possibile, non tanto e non solo perché sono delicate in sé, ma perché rivelandole Trump ha indirettamente rivelato le fonti da cui provengono e le entrature che queste hanno all’intimo del Califfato. Trump ha insomma svelato una fonte e i suoi metodi a un avversario potenziale e bruciato il Paese mediorientale informatore – forse Israele.

«L’informazione trasmessa era stata fornita da un alleato sulla base di un accordo di condivisione delle informazioni considerate tanto sensibili che i dettagli non sono stati riferiti agli alleati e la loro circolazione è stata limitata anche all’intimo del governo statunitense (…) Il partner non aveva concesso agli Stati Uniti l’autorizzazione a condividere il materiale con la Russia e i funzionari hanno affermato che la soluzione di Trump a farlo rischia la cooperazione di un alleato che ha accesso a dati sensibili relativi allo Stato islamico», leggiamo sul Washington Post.

La Casa Bianca e la figura che in questo momento appare centrale per gli equilibri della politica estera e di sicurezza Usa, il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale, Raymond McMaster, ha negato che Trump abbia mai rivelato nulla di segreto: «Ero presente, non è successo». La sicurezza con cui il Washington Post riferisce e la ragione per cui il presidente avrebbe condiviso le informazioni, rendevano la vicenda credibile. Aggiungiamo che all’alba negli Usa il presidente ha twittato: «Da presidente ho voluto condividere notizie con i russi perché voglio che combattano più e meglio l’Isis. Ho tutto il diritto di farlo». Vero: Trump non ha violato la legge perché il presidente ha poteri molto ampi in materia di de-secretazione delle informazioni a sua disposizione. Con i tweet, Trump ha, ancora una volta, smentito la versione dei suoi collaboratori, accorsi a riparare il danno. La verità è che il presidente ha riferito le notizie sull’Isis per mostrare quanto e come la qualità della sua intelligence sia buona: «Ricevo grande intelligence: «Ricevo grandi briefing. Ho gente che mi informa sull’intelligence ad alto livello tutti i giorni». La espressione corrisponde molto al personaggio e alla sua voglia di apparire presidenziale.

Le ricadute non si sono fatte attendere: l’episodio giunge alla fine di una settimana in cui Trump ha licenziato il direttore dell’Fbi che indagava sui legami tra la sua campagna elettorale e la Russia sulla base di un parere preparato dal Dipartimento di Giustizia (il cui capo, Jeff Sessions, è indagato per quei legami), la versione delle ragioni del licenziamento e della sua dinamica diffusa dai comunicatori della Casa Bianca è stata smentita prima da Trump e poi dagli stessi comunicatori – sempre più in imbarazzo. E, in generale, i sospetti che Mosca e la cerchia ristretta del presidente abbiano avuto un filo diretto sono ormai parte del dibattimento pubblico. Tra l’altro appare chiaro, lo si vede da alcune scelte di policy e prese di posizione, che la volontà di buoni rapporti con Mosca sia soprattutto frutto del clan Trump che non dello staff di politica estera dell’amministrazione. Il Segretario di Stato Tillerson, per dirne una, ha voluto sottolineare le differenze di vedute dopo l’convegno a Mosca con Lavrov e Putin.

La rivelazione del Post giunge quindi come un’ennesima tegola su un presidente che sempre più figure di primo piano della politica americana – anche repubblicane – giudicano non adatto a svolgere il ruolo che ricopre per ragioni caratteriali. Il caso farà poi crescere la pressione per la nomina di un procuratore indipendente che indaghi sui legami tra campagna Trump e Mosca: ci sono almeno cinque persone che hanno incontrato privatamente l’ambasciatore russo durante la campagna 2016 e la fase di transizione. E un numero impressionante di connessioni. Secondo un sondaggio Nbc/Wall Street Journal il 73% degli americani vuole un’inchiesta indipendente. Lo stesso sondaggio segnala come l’Fbi sia diventata più popolare dopo che Trump ha licenziato Comey (scelta più disapprovata che approvata) e come gli americani non vorrebbero la cancellazione della riforma sanitaria. Questo nuovo caso e il modo in cui il presidente tende a gestire ogni passaggio critico come questo – accusando i media “falliti” di diffondere fake news attraverso il suo account twitter – non aiuteranno a far depositare la polvere. La vicenda delle email di Clinton, che è stata determinante nel minarne l’immagine nel 2016, stavolta colpisce il partito repubblicano.

Una annotazione va fatta su un altro aspetto: il Washington Post è il primo media a essere stato bandito dai comizi di Trump perché al candidato non piaceva il modo in cui veniva trattato dal quotidiano di proprietà di Jeff Bezos. Durante la stessa campagna il futuro presidente si è lasciato andare a battute sulla Cia – non a caso uno dei primi atti formali è stato proprio recarsi nella sede dell’agenzia a encomiare il personale. Da presidente, poi, Trump ha innescato un conflitto con l’Fbi. L’idea che un presidente possa muovere una guerra preventiva di parole contro le sue agenzie di intelligence e il sistema dei media e poi uscirne indenne è un’idea molto fantasiosa.