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Trump licenzia il capo dell’Fbi Comey, il Russia-gate cresce. Quel che c’è da sapere

«Il presidente ha fatto proprie le conclusioni del Dipartimento di Giustizia che raccomanda il licenziamento del direttore dell’Fbi». Così in sala stampa il Sean Spicer, portavoce di Donald Trump conferma la bomba, l’ennesima, gettata sul clima politico americano. Le motivazioni ufficiali sono semplici: Comey ha informato in maniera scorretta il Senato durante l’ultima audizione relativa alle interferenze russe nella campagna elettorale Usa riferendo che migliaia di e-mail della allora Segretaria di Stato Hillary Clinton erano state inoltrate dal suo braccio destro Huma Abedin al marito Anthony Weiner – non è così, le mail sono poche e probabilmente private. Nel documento preparato per cacciare Comey si fa anche riferimento alla gestione delle indagini su Clinton e le sulle sue mail, nel fare annunci pubblici sulla questione e decidendo per conto proprio che l’inchiesta si poteva archiviare Comey ha sbagliato due volte: diffondendo informazioni riservate e decidendo, perché come ha detto egli stesso riteneva che la Segretaria alla Giustizia, titolare della soluzione, fosse in conflitto di interesse e non potesse quindi decidere liberamente.

Nessuno aveva previsto o avuto notizie su quel che sarebbe successo. All’Fbi sono tutti senza parole e molti sembrano essere furiosi per il discredito gettato sull’agenzia. Mesi fa era stato lo stesso con la Cia. Lo abbiamo già scritto più di una volta: per uno ambiguo e con una storia di affari immobiliari come Trump, fare la guerra e far infuriare gli apparati di intelligence è un clamoroso errore strategico. Meglio non avere nemici tra le spie. Specie se, come appare chiaro, il licenziamento di Comey è connesso alle indagini sui contatti con la Russia.

La soluzione non ha precedenti e getta una luce sinistra sulle modalità di gestione della cosa pubblica e di strumenti delicati come l’apparato di sicurezza da parte di Trump. L’Fbi sta infatti indagando su pezzi dell’amministrazione e sulle interferenze russe durante la campagna elettorale. La mente di tutti va al “Massacro del sabato notte” quando nel 1973 Richard Nixon licenziò Richard Cox, l’investigatore speciale sul caso Watergate. Come segnala l’account twitter della Nixon Library, però, il presidente repubblicano di allora non licenziò il capo dell’Fbi.

I democratici sono sul piede di guerra e chiedono l’immediata nomina di una commissione di inchiesta o l’avvio di un’inchiesta condotta da un procuratore nominato appositamente – il secondo ha potere di incriminare, la prima è come le commissioni di inchiesta parlamentari italiane: accumula informazioni, pubblica un rapporto. Il capo dei senatori Schumer ha convocato tutto il gruppo e in Senato si assisterà a uno dibattimento teso e duro. Alcuni senatori repubblicani si sono detti «preoccupati per la soluzione presa dal presidente». Sosterranno la creazione di una commissione di inchiesta indipendente come quella sull’11 settembre o la nomina di un procuratore speciale indipendente? Forse due.

Fino a qui le notizie. Per capire la portata e importanza della cosa servono però molte informazioni di contesto, a partire dal fatto che quello di Comey è il terzo licenziamento ai danni di persone che conducevano indagini sulla sua amministrazione. La prima è Sally Yates, reggente del Dipartimento di Giustizia in attesa del nuovo Segretario, la seconda è quella di Preet Bharara, procuratore federale di un distretto di New York con giurisdizione sulla Trump Tower che indagava sulle presunte intercettazioni da parte di Obama su Trump – fake news diffusa dallo stesso presidente. La stessa Sally Yates ha giocato un ruolo in questa vicenda: durante un’audizione in Senato la scorsa settimana ha reso noto di aver informato la presidenza delle bugie riferite dall’ex Consigliere Nazionale per la Sicurezza Michael Flynn al vicepresidente Pence sui suoi rapporti con la Russia, ma Trump decise di licenziare lei e non il generale in pensione, licenziato diversi giorni più tardi. Solo dopo che il Washington Post aveva diffuso la notizia.

C’è poi l’aspetto paradossale e politico della vicenda: per settimane Trump ha elogiato Comey per la sua indagine su Clinton e ha beneficiato della scelta del capo dell’Fbi di rendere pubblica la notizia. Semmai, il campo trumpiano si è indignato quando Comey ha dovuto archiviare perché la questione non sussisteva. C’è, dunque il tipico atteggiamento a-istituzionale del presidente, che gioca con le nomine, le persone, il suo staff come se si trattasse di dipendenti della sua impresa di costruzioni.

Altro aspetto importante: il memo preparato dal vice Segretario alla Giustizia  Rosenstein porta del 9 maggio, ovvero è contemporaneo alla cacciata, è insomma un dossier preparato dopo che Trump aveva preso la soluzione di licenziare Comey e non un processo. A questo si aggiunga che il capo di Rosenstein, ovvero il Segretario alla Giustizia Jeff Sessions, si è auto-sospeso dall’indagine sulla Russia dopo che si è saputo dei suoi incontri con l’ambasciatore russo a Washington. Ovvero, il Dipartimento di Giustizia che si è ritirato dall’indagine per un conflitto di interesse è lo stesso che suggerisce di licenziare chi conduce le indagini.

Comey è il secondo direttore dell’Fbi licenziato nella storia degli Usa, prima di lui solo Clinton ne aveva licenziato uno, William Sessions, che però era lui sotto inchiesta per evasione fiscale.

La condizione russa, che sembra faccia infuriare Trump oltre ogni misura, è diventata un affare colossale, e licenziando Comey, il presidente non fa che renderla più grande. Se a questo aggiungiamo che la figura che più ha guadagnato punti e potere all’intimo dell’amministrazione in queste settimane, il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale McMaster, sembra essere ai ferri corti con Trump, appare chiaro come il caos regni alla Casa Bianca – oppure le notizie sugli scontri tra Trump e McMaster sono frutto di leaks di Steve Bannon, come sostengono altri, e anche questo è un segnale di caotica guerra per bande. La vicenda russa non è finita e molto dell’onere sta ai senatori repubblicani. John McCain e Lindsay Graham i due più titolati a mettersi di traverso sulle questioni di intelligence e affari esteri. Oggi a Washington, intanto, arriva il ministro degli Esteri Sergei Lavrov. Sembra la sceneggiatura di un filmaccio.