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Dopo settanta anni riceve l'ultima lettera del padre morto in Russia - Cronaca - La Nuova Ferrara

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«Una finestra in cui poter guardare, mentre prima era tutto buio». Sono queste le prime parole di Romano Chendi, 79enne argentano (ma dal 1964 vive a Ferrara) figlio di Lino, che domani sarà premiato proprio per il padre nel 71º anniversario della festa della Repubblica italiana. Fra i premiati, la storia più bella è quella di Lino Chendi, argentano che ha combattuto per tanti anni, morendo il 13 gennaio del 1946 a Odessa (ora Ucraina), quando era ormai pronto a rientrare in Italia per la fine del conflitto mondiale, dopo che i russi lo avevano liberato da un campo di prigionia in Germania. Ma la luce sulla sua fine è stata fatta soltanto grazie al lavoro da segugio di Gian Paolo Bertelli dell’associazione Pico Cavalieri.
«Per 50 anni - racconta il figlio - abbiamo creduto mio padre disperso, perché queste erano le notizie. Poteva essere successo tutto, i pensieri sono stati tanti, magari che si fosse fatto una nuova vita in Russia come è successo a tanti. Poi è arrivata l’informazione, una decina d’anni fa, che era morto nel 1946 a Odessa e basta, nient’altro, anche se finalmente mia madre pote mettersi pace. Poi alcuni mesi fa Gian Paolo ha contattato su Facebook mia figlia, chiedendole se era la nipote di Lino. Da lì siamo entrati in contatto, mi ha fornito la documentazione completa, il luogo della sua sepoltura e l’ultima lettera scritta da mio padre alla sua famiglia prima di morire. La medaglia che ci verrà consegnato dopo 71 anni è un tardivo riconoscimento dello Stato italiano a mio padre. Verremo io, mio figlio ed i parenti di mio padre ancora in vita e felici di aver saputo qualche cosa di più».
Di fatto Romano non ha alcun ricordo del padre: «Sono nato nel 1938 e lui era già partito per i primi scontri, lo vidi una sola volta, forse era il ’42, venne in licenza, ma giusto una notte, al mattino ripartì. Le domande sono ancora tante, come è morto intanto, visto che la lettera presenta una correzione dove c’è scritto “artrite”, forse vi era scritto “ferita” e quindi non sarebbe dovuto stare in un campo di concentramento. Poi non capiamo perché i russi lo abbiano portato a Odessa, invece che rimandarlo in Italia. Ma almeno adesso abbiamo qualche notizia in più su di lui...».
Come detto il grosso del lavoro è stato effettuato da Gian Paolo Bertelli, a cui si deve anche il ritrovamento delle informazioni sui caduti di Pontelagoscuro per i quali venerdì scorso è stata inaugurata una lapide. Grazie al lavoro di Bertelli, la Pico ha messo in rete circa 8.400 caduti ferraresi fra le due guerre mondiali e i prigionieri di guerra, i quali si trovano sul sito www.picocavalieri.org in ordine alfabetico con data e luogo di nascita e morte e luogo di sepoltura.