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Russia, quattro posti misteriosi con resti di antiche civiltà

Petroglifi, mummie sacre, viali di ossi di balena, città sepolte in mezzo alla steppa. Un tour alla scoperta di tesori dell’archeologia, di cui vanno pazzi anche gli amanti del soprannaturale

A prima vista questo pittoresco promontorio sulla costa orientale del Lago Onega (il secondo lago più grande d’Europa dopo il Ladoga) sembrerebbe essere solo uno dei tanti bei posti dove gli abitanti della Carelia dei villaggi circostanti vanno a caccia e a pesca. Apparentemente, infatti, non c’è niente di diabolico qui. Ma questa è solo la prima impressione.

Quando i monaci ortodossi arrivarono da queste parti nel XVI secolo, scoprirono che il promontorio è diffusamente decorato con petroglifi scolpiti sulla roccia dagli antichi. In particolare uno attirò la loro attenzione, il secondo per grandezza (lungo 2,46 metri), in cui credettero di riconoscere la raffigurazione del demonio, con forme antropomorfe e testa quadrata. I monaci temevano così tanto l’immagine che incisero una grande croce vicino al “demonio”, confidando che Gesù avrebbe sopraffatto la stregoneria pagana.

Gli archeologi hanno esaminato per anni le incisioni rupestri del Promontorio del Naso dei Demoni (in russo: Besov nos – Mys) e ritengono che i disegni sulla pietra risalgano approssimativamente a 5.000 anni fa. A lasciarli sono stati probabilmente gli antenati dei finlandesi e dei careliani, ed è difficile dire se abbiano o meno qualche oscuro potere sovrannaturale. Nessuno vive su questo promontorio (c’è anche un vecchio faro in disuso). Gli ultimi abitanti lo hanno lasciato negli anni Settanta.

Scoperto nei tardi anni Ottanta del Novecento, l’antico insediamento di Arkaim è situato nel mezzo del niente, nel senso letterale del termine: intorno c’è solo la steppa. Gli archeologi hanno iniziato gli scavi negli anni Novanta e i lavori continuano.

Arkain era un luogo vivace e animato in qualche tempo nel secondo o terzo millennio avanti Cristo, ed era una città grandicella, con una piazza centrale, protetta da mura fortificate e da un fossato. Secondo gli storici, gli abitanti di Arkaim erano stanziali, cosa piuttosto inusuale per l’era, quando i popoli della steppa erano principalmente allevatori nomadi.

Il ritrovamento di questa antica città rappresenta un tesoro per gli scienziati, ma ad amarla ancora di più sono gli appassionati delle pseudoscienze e del paranormale. Secondo molte leggende che sono fiorite in questi anni, Arkaim sarebbe stata la “Città del sole”, la culla di tutte le civiltà, il che proverebbe che i russi sono gli antenati dell’intera umanità. Gli storici seri, ovviamente, sono piuttosto scettici riguardo a queste teorie.

Gli altaici credono che l’Altopiano di Ukok, situato nella parte meridionale della loro repubblica (che si trova in Siberia, vicino al confine mongolo, 3.800 chilometri ad est di Mosca) sia sacro. Sarebbe il posto dove vivono le anime dei loro antenati, e quindi richiede un profondo rispetto. È addirittura proibito parlare ad alta voce, qui, per non disturbare i morti. Ma è esattamente quello che hanno fatto gli archeologi nel 1993, quando hanno trovato la mummia di una donna straordinariamente ben conservata, morta circa 2.500 anni fa. I giornalisti l’hanno ribattezzata “la principessa degli Altai”, e anche se questo era un po’ un’esagerazione della stampa, è però sicuro che appartenesse alla nobiltà locale.

Dopo il ritrovamento, gli scienziati portarono “la principessa” a Novosibirsk, città più grande della Siberia, dove avevano le strutture necessarie per studiare la mummia, ma la cosa è stata vissuta come un oltraggio dalla popolazione altaica. Secondo la loro fede (sono in maggioranza animisti) la donna ha poteri sovrannaturali e proteggeva gli Altai dalle disgrazie, e l’averla portata via avrebbe causato delle calamità.

La disputa tra altaici e archeologi è proseguita per quasi vent’anni, poi, finalmente, nel 2002, la mummia è stata riportata nella Repubblica degli Altai. I locali, in ogni caso, credono che la donna, che loro chiamano Ak-Kadyn, sia ancora arrabbiata con loro e così spiegano la catastrofica alluvione del 2014, che ha causato molti danni e morti.

È difficile trovare, anche nella sconfinata Russia, un luogo più remoto dell’Isola di Ittygran (o Itygran), nello stretto di Bering, al largo della costa della penisola dei Chukchi. L’isola è disabitata ma mantiene alcuni (spaventosi) segni del passaggio dell’uomo. La costa è decorata con decine di ossa delle mandibole di balena della Groenlandia, piantate seguendo un preciso ordine geometrico. Ogni osso misura più di cinque metri.

Nel medioevo gli eschimesi costruirono questa strana struttura architettonica (che comprende anche una piramide di teschi di balena). Non vivevano sull’isola, ma la consideravano alla stregua di un santuario.

In seguito, qualche cosa accadde, e gli eschimesi lasciarono la zona per sempre e neppure uno pregò più qui. Ma il Viale delle ossa di Balena è rimasto al suo posto, silenzioso e misterioso.