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In Russia creato un vaccino contro il melanoma cutaneo e il carcinoma renale

I ricercatori del Centro nazionale di ricerca oncoligica di San Pietroburgo hanno messo a punto un nuovo metodo per curare il melanoma cutaneo e il carcinoma renale, sfruttando le stesse cellule tumorali dei pazienti in stadio avanzato.

Il Centro nazionale di ricerca medica di oncologia intitolato a N. N. Petrov del Ministero della sanità della Federazione Russa con sede a San Pietroburgo, ha pubblicato i risultati di lunghi anni di ricerca nel campo della lotta al melanoma cutaneo e al carcinoma renale in un articolo apparso sulla rivista specializzata The Oncologist.

L’istituto Petrov asserisce, apportando dovizie di documentazioni, di aver messo a punto un metodo per migliorare le risposte autoimmuni dei pazienti sfruttando le cellule tumorali degli stessi.

Il metodo è di fatto un vaccino, dato che per vaccino si intende una qualsiasi preparazione artificiale costituita da agenti patogeni opportunamente trattati somministrata con lo scopo di fornire un'immunità acquisita e che, appunto, il trattamento proposto dai ricercatori di San Pietroburgo, prevede proprio di utilizzare le cellule cancerose stesse reintrodotte nell’organismo, dopo opportuna modifica, per stimolare la risposta immunitaria dei pazienti.

I ricercatori russi lavoravano allo sviluppo di questo metodo basato su cellule tumorali autologhe (cellule tumorali del paziente) modificate nel gene chiamato tag7/PGRP-S, già dal periodo 2001-2009. A quel tempo, non c'erano farmaci efficaci per l'immunoterapia. Gli oncologi non credevano ancora che fosse possibile ‘risvegliare’ l'immunità antitumorale per aiutarla a rilevare e distruggere le cellule tumorali. I pazienti con melanoma e carcinoma renale in stadio avanzato ricevevano quindi solo trattamento chirurgico dato che la terapia farmacologica in quei casi è poco efficace.

Un gruppo di ricercatori dell'Istituto di biologia genetica dell'Accademia delle scienze russa, guidato dall'accademico Georgy Georgiev, ha scoperto il gene tag7 durante gli esperimenti con i topi. Si è visto come la sua introduzione nelle cellule tumorali ne rallentasse la crescita e se ne dedusse che la proteina tag7 fosse coinvolta nella segnalazione delle cellule malate ai linfociti T per la distruzione.

Quindi gli scienziati hanno scoperto che un analogo del gene tag7 esiste anche nelle cellule del sistema immunitario umano. Hanno quindi pensato che potesse essere usato nella terapia antitumorale.

Per produrre il vaccino gli scienziati nella prima fase hanno prelevato campioni del tumore dei pazienti, quindi hanno trasferito i campioni alla coltura in laboratorio per ‘trasfettare’ (inserire a livello di singole cellule) su questi il gene tag7. Successivamente hanno proceduto a bombardare con radiazioni ionizzate di modo da distruggere la capacità delle cellule tumorali di riprodursi. A quel punto le cellule tumorali trasfettate e rese innocue dalle radiazioni sono state somministrate ai pazienti per via sottocutanea con iniezioni regolari.

Il risultato è stato che le cellule tumorali, caricate con il segnalatore tag7 modificato, ma al tempo stesso innocue, si è verificato attirassero i linfociti aumentandone la produzione. I linfociti T quindi, andavano ad umentare, distruggere prima le cellule bersaglio innocue, ma poi andavano anche ad attaccare le cellule del cancro originale e maligno.

Uno stratagemma che in molti casi ha funzionato allungando notevolmente la durata della vita dei pazienti, nonché migliorandone la qualità.

Nel corso dello studio, gli scienziati hanno anche cercato di scoprire perché questo trattamento con genoma modificato sia efficace per alcuni pazienti e non per altri. Pare dipenda da una proteina chiamata MICA. Se questa proteina viene prodotta eccessivamente dalle cellule tumorali, le sue molecole entrano nel flusso sanguigno e vanno a loro volta ad attaccare quegli stessi linfociti T risvegliati dal trattamento prima ancora che arrivino al tumore. Ma la battaglia continua e i ricercatori stanno già studiando la successiva contromossa anche per combattere contro quei casi.