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La Russia rafforza la lotta contro le “notizie false” relative al COVID-19 e i procedimenti penali aumentano

Ancora una volta la Russia è al centro di uno scandalo internazionale riguardante le “fake news” (notizie false). Da febbraio, alcuni media hanno imputato Mosca di aver scatenato una campagna di disinformazione sul coronavirus [en]. Questa accusa è poi apparsa nuovamente in un documento internazionale scritto [en] dalla divisione di politica estera dell'EU, il 18 marzo.

Tra tutte queste notizie, è facile scordarsi che lo stesso governo russo sta già combattendo una guerra alla disinformazione, e la definizione di fake news è perlopiù negli occhi di chi guarda.

Al momento della pubblicazione, secondo la Johns Hopkins University Map [en], si contano 68.000 casi confermati di coronavirus in Russia. Il paese è ora sottoposto a rigorose misure di contumacia, ma per molte settimane la Russia è stata l'eliminazione: ha registrato un numero di decessi [en] significativamente minore rispetto ad altri grandi paesi e un tasso di infezioni insolitamente basso, nonostante il numero di test effettuati elevato. Non sono mancate speculazioni su questi dati [en], la maggior parte delle quali incentrate sull'efficacia delle attrezzature per effettuare i test. Fino al 21 marzo, il paese riportava solamente 306 casi confermati, mentre gli ospedali cominciavano a riempirsi con casi insolitamente gravi di polmonite [en]. “Ho la percezione che ci stiano mentendo,” afferma Anastasia Vasilyeva, capo dell'unione medica del paese.

Mentre la pandemia si intensifica in Russia, alcuni cittadini hanno cominciato a dubitare [en] dei dati ufficiali. Sembra sia stata questa tendenza ad aver portato il presidente Vladimir Putin ad annunciare [ru, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] il 4 marzo che migliaia dei casi annunciati in Russia fossero in realtà falsi, che perlopiù fossero importati e che fossero solo serviti a seminare il panico tra la popolazione.

Le controversie sul probabile numero di casi sono state al centro dell'attenzione tra le fake news di alto profilo durante l'epidemia in Russia. Il 20 marzo, la stazione radio indipendente Eco di Mosca ha rimosso dal suo sito web sia la trascrizione sia la registrazione di una conversazione con il politologo Valery Solovey. La richiesta arrivava dal Roskomnadzor, (Servizio federale di vigilanza sulle comunicazioni, l'informatica e i mass media, considerato il ‘cane da guardia’ dei media russi), che il 18 marzo ha minacciato di rimuovere le licenze delle agenzie di stampa russe o di bloccare i loro siti web se avessero pubblicato fake news legate al coronavirus. Il Roskomnadzor ha spiegato la necessità di “rimuovere le informazioni socialmente significative e imprecise che rappresentavano un significativo turbamento dell'ordine pubblico”, ma non ha menzionato il contenuto offensivo della trasmissione dell’ Eco di Mosca. Si ritiene ora che ciò che ha irritato le autorità sia stato non solo la stima di Solovey secondo cui il coronavirus aveva già causato la morte di 1600 persone in Russia, ma anche il confronto tra la gestione della crisi da parte del Cremlino e la risposta dell'Unione Sovietica al disastro nucleare di Chernobyl del 1986.

Allo stesso tempo, a Magadan, anche una pubblicazione online è stata presa di mira dal Roskomnadzor. Il 20 marzo, la testata giornalistica Govorit Magadan è stata minacciata con un'ingente multa in relazione a un articolo che affermava la morte di un uomo con una sospetta infezione da coronavirus nella città dell'Estremo Oriente russo. Sebbene l'infezione dell'uomo non sia mai stata confermata, la pubblicazione ne ha difeso la denuncia. Come ha ha riferito un editore alla testata giornalistica statale RIA Novosti: “o il paziente non era in ospedale, o non era sospettato di avere il coronavirus, o non è morto. Tutte queste cose sono successe”.

Quando l'edizione locale dell'importante quotidiano nazionale Kommersant ha riferito della preparazione di 1000 tombe per le vittime del coronavirus in un solo cimitero della città di Ufa, il 12 aprile, i suoi redattori hanno ricevuto esattamente la stessa chiamata: il Roskomnadzor ha chiesto la rimozione dell'articolo. E quando la giornalista della Novaya Gazeta Elena Milashina ha pubblicato un articolo critico sulla gestione della crisi da parte delle autorità cecene, il procuratore generale ne ha chiesto la rimozione il 16 aprile a causa di imprecisioni. Milashina è stata poi pubblicamente minacciata dal leader ceceno Ramzan Kadyrov.

Non sono solo le pubblicazioni ad essere cadute in disgrazia di questa tendenza. Diverse persone nelle ultime settimane sono state accusate di aver condiviso “informazioni socialmente significative non accurate”. O, per tradurre dal russo legalese: “notizie false”.

Una legge contro le fake news

Una legge contro la pubblicazione di “informazioni inattendibili e socialmente significative fatte passare per notizie veritiere” è entrata in vigore in Russia a marzo 2019. La legge, introdotta insieme al controverso divieto di “offendere” le autorità, aveva reso le notizie false un illecito amministrativo, punibile con sanzioni pecuniarie.

È stato usato raramente, e in modo incoerente, dal pubblico ministero fino a questo marzo, quando il numero di processi dovuti a questa legge è aumentato notevolmente.

Il 1° aprile di questo anno, Putin ha alzato la posta in gioco firmando una nuova legge che rende la condivisione di notizie false un reato. È stata accompagnata da un decreto successivo che rende anche la violazione delle misure restrittive un reato, se così facendo si incorre nella possibilità di causare morti. La responsabilità penale per la condivisione di fake news potrebbe ora significare una multa fino a due milioni di rubli e pene detentive fino a cinque anni. Se la diffusione di “informazioni inattendibili” interferisce con il funzionamento dei servizi essenziali, il colpevole può essere multato fino a 400.000 rubli.

Secondo Stanislav Seleznev, avvocato dell'ONG per i diritti umani Agora, uno dei punti critici della legge risiede nella necessità da parte delle autorità di dimostrare che i colpevoli sapevano di avere a che fare con informazioni presumibilmente false prima di diffonderle. Questo permette alle autorità di punire un solo individuo piuttosto che l'intera catena di persone che hanno condiviso le presunte fake news, rendendole sempre più significative con ogni condivisione.

Seleznev e i suoi colleghi temono che la legge possa avere effetti agghiaccianti sulla libertà di parola. Nelle quasi tre settimane trascorse da quando è entrata in vigore la legge, RuNet Echo ha individuato almeno sei casi penali dovuti alla diffusione di fake news.

La prima causa penale è stata intentata contro Anna Shushpanova, residente a San Pietroburgo, a causa di un post che la donna aveva pubblicato nel gruppo “Sestroretsk Asset” sul social network VKontakte il 2 aprile, dove sosteneva che a un paziente di una clinica locale erano stati diagnosticati lievi sintomi di coronavirus, ma che era stato poi mandato a casa con i mezzi pubblici.

Pavel Yasman, l'avvocato di Shushpanova, ha affermato in un'intervista con il giornale online Meduza che il caso è complicato, dato che è impossibile provare che Shushpanova stesse “consapevolmente condividendo” notizie false. La donna, infatti,  credeva che la sua fonte fosse del tutto affidabile. Shushpanova ha anche riferito a Meduza la persuasione che il caso sia legato al suo personale attivismo.

In ogni caso, continuano a essere annunciati procedimenti amministrativi per la condivisione di fake news. Le forze dell'ordine sembrano preferirli, e ne hanno avviati almeno 12 da quando il 1° aprile sono state inasprite le misure amministrative per questo particolare reato. I casi riguardano in gran parte anche gli utenti dei social media che hanno messo in dubbio le notizie ufficiali riguardanti la pandemia.

Ad modello, il 9 aprile, la polizia a San Pietroburgo ha avviato un procedimento amministrativo contro Vladimir Vorontsov, amministratore di un gruppo su VKontakte chiamato “Police Ombudsman.” Il post offensivo di Vorontsov, datato 2 aprile, afferma che il 70% delle persone frequentanti l'istituto FSB a San Pietroburgo erano state infettate. Secondo la società RBK, Vorontsov ha affermato di aver scoperto le accuse contro di lui sulla rete televisiva RT e che quando è andato a cercare il post offensivo si è reso conto che VKontakte aveva già provveduto alla sua eliminazione. Più recentemente a Surgut, il 21 aprile un giovane è stato imputato di reato amministrativo per aver sostenuto in un post sui social media che le autorità locali non avevano il diritto di arrestare persone non infette per non aver rispettato il regime di autoisolamento. Va sottolineato che queste accuse sono state mosse più che altro contro utenti di social media colti a pubblicare affermazioni particolarmente pericolose: il 15 aprile, un uomo di 38 anni di Vladikavkaz è stato arrestato per aver condiviso un video online che invitava i cittadini a uscire dall'isolamento e insisteva sul fatto che farlo non rappresentava una minaccia per la loro salute.

Con il COVID-19 che occupa ormai la mente di tutti, è chiaro che le autorità russe non possono applicare la nuova legge contro ogni utente dei social media che abbia un'opinione controversa sul coronavirus. Potrebbero non avere intenzione di farlo: il 15 aprile, il sito web di notizie dell'opposizione MBK-Media ha denunciato un documento, presumibilmente dell'amministrazione presidenziale, che sosteneva “a scopo dimostrativo” l'applicazione della legge sulle fake news contro “alcuni bloggers” e “un paio di canali mediatici”.

Tuttavia, il numero crescente di accuse di fake news relative al coronavirus, sia amministrative che penali, ha lasciato alcuni utenti di RuNet amareggiati per quella che vedono come la sua applicazione selettiva. Quando il videoblogger Alexander Thorn ha registrato un video satirico dove deride le teorie del complotto riguardo il COVID-19, si è ritrovato a dover fronteggiare un'azione penale secondo la nuova legge:

Un netto contrasto è stato rappresentato dalla nomina del Dott. Alexander Myasnikov [en] a capo del centro informativo statale per il Coronavirus. Myasnikov, che appare regolarmente in TV come ospite dell'opinionista filo-Cremlino Vladimir Solovyov, a febbraio e marzo ha sostenuto che la pandemia non sarebbe entrata in Russia, che si trattava solo di una malattia stagionale e che si sarebbe placata a metà aprile. In seguito ha fatto marcia indietro, sostenendo di aver raccomandato di attendere l'immunità del gregge.

Tra i compiti di Myasnikov ci sarà quello di guidare la lotta contro le fake news legate al coronavirus.

Rimanete al sicuro, rimanete in silenzio

Non è insolito che la Russia sostenga la necessità di ripercussioni contro coloro che diffondono informazioni dannose, capaci di nuocere alla salute pubblica. Ma con l'aumento del numero dei procedimenti amministrativi e penali, secondo la nuova legge, gli attivisti dei diritti digitali si preoccupano della particolare frequenza con la quale questa venga utilizzata, soprattutto contro coloro che mettono apertamente in discussione il resoconto dello Stato sulla lotta contro il virus o le statistiche ufficiali.

Per ora, chiunque abbia intenzione di condividere le proprie opinioni sul coronavirus su RuNet farebbe bene a prendere in considerazione questo consiglio di Sarkis Darbinyan, uno dei fondatori di Roskomsvoboda, l'ONG russa in difesa della libertà di informazione online. Questo è ciò che ha suggerito, durante un suo commento su TV Rain l'11 aprile: