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La gavetta dell’alpino Pittaluga
torna dal ghiaccio della Russia

entomila gavette di ghiaccio: la tragedia dell’Armir, l’armata italiana partita per la Campagna di Russia - decimata dal freddo e dagli stenti prima ancora che dal fuoco - si racchiude nel titolo di un libro e nell’oggetto che accompagnava la vita dei soldati.

I protagonisti di quella pagina di storia sono sempre meno, anno dopo anno. Ma oggi una gavetta di alluminio autarchico - con un nome inciso e la parola “Zena” - riemerge dal passato. E consente di seguire, passo dopo passo, della naja al campo di internamento, la vita e la morte di un ragazzo partito per la guerra a vent’anni - come decine di migliaia di altri - e mai tornato a casa.

Eccolo, l’alpino Vincenzo Pittaluga, classe 1920, matricola 12.779, figlio di Colomba e Luigi, che stringe la sua gavetta in posa insieme a cinque commilitoni ai piedi della camionetta che di lì a qualche tempo li porterà verso «destinazione ignota», come voleva la censura del regime. Da quel momento, il suo viaggio sarà seguito da lontano attraverso rare lettere ai familiari. Poi, dal gennaio 1943, più nulla.

È il salto nel buio che segna l’ingresso nell’esercito dei desaparecidos italiani in terra di Russia: erano 90.143 alla fine della guerra (su oltre 150.000 militari italiani impegnati sul fronte sovietico) solo uno ogni nove avrebbe poi trovato sepoltura in patria, grazie al vento nuovo e all’apertura degli archivi militari autorizzata da Gorbaciov che ha consentito di disegnare la mappa dei cimiteri militari, ma anche quella dei campi di internamento e delle grandi fosse comuni.

Del viaggio dell’alpino Pittaluga restano lettere autografe conservate come reliquie da chi è sopravvissuto e poi passate ai nipoti e - oggi - agli alpini della sezione genovese.

«Cara mamma - scrive Pittaluga, che alla fine del dicembre 1942 ha 22 anni, per rassicurare la madre mentre il gelo già semina morte tra i soldati - ti dirò che Natale l’ho passato discretamente, insieme al mio amico Grasso di Sant’Olcese: siamo alloggiati nelle case insieme con i russi e ci stiamo bene. Natale lo abbiamo fatto insieme con loro, tutti ad una tavola con una buona pasta asciutta... Non puoi credere quanto sia brava gente, i russi dei quali siamo in casa e dividono con noi il loro mangiare».

Il 4 gennaio del 1943, alla sorella: «Apprendo che lì a Sampierdarena ci sono ora i nostri alleati (i tedeschi, ndr) e potrete stare certi che sarete al sicuro da qualunque altro danno... io ci sono stato assieme per un po’ di tempo e riuscivo a capirli e farmi comprendere, se non in tedesco, un po’ in francese, però c’è diversità tra noi e loro...».

E guardando ancora a quello che succedeva a Genova: «Adesso che ci sono i nostri alleati, chissà come andrete a cercarli per la giacca».

Poi, da quel gennaio, più nulla. Il buio durerà decenni, mentre i suoi familiari invecchiano e - inevitabilmente - gli anziani muoiono.

Nel 1997, è una comunicazione a firma della presidenza nazionale dell’Unirr, l’Unione nazionale italiana reduci di Russia, ad aprire un primo spiraglio. La lettera alla sorella Teresa Pittaluga suona fuori tempo, come fosse la notifica di un evento inatteso: «Siamo spiacenti doverla informare che il suo congiunto, dichiarato scomparso nel gennaio 1943, fu ristretto nel campo di concentramento di Bosianovka in Siberia, dove è defunto il 4 marzo 1943 e sepolto - purtroppo - in fossa comune. Non è possibile alcuna esumazione».

È il destino di decine di migliaia di prigionieri deceduti nei lager sovietici, la stragrande maggioranza dei morti italiani in Russia. Fino a che la guerra si combatteva a volto aperto, alla fine di ogni battaglia venivano improvvisati cimiteri da campo e i caduti potevano avere sepoltura.

«Spesso il piastrino di rame talvolta infilato pietosamente nella bocca di un cadavere da un cappellano militare - ricorda Gianni Periz, storico dell’Armir - ha consentito, in qualche caso, l’identificazione e il rimpatrio attraverso Onorcaduti, l’organismo del ministero della Difesa preposto alle onoranze funebri dei militari morti in missione. Ma oggi quelle che vengono trovate sono solo fosse comuni».

E dare un nome o una nazionalità a decine di migliaia di scheletri è praticamente impossibile. «Le ossa sono accatastate tutte insieme, i piastrini venivano strappati ai soldati nel momento stesso in cui venivano presi prigionieri - racconta Ornella Mattarini, presidente ligure dell’Unirr (Unione nazionale reduci dalla Russia) - e oggi sappiamo che le sepolture ritrovate un anno fa a Kirov si stanno riempiendo d’acqua».

La strada di una mappatura del Dna di tanti resti, da paragonare con le impronte genetiche dei discendenti dei familiari più stetti, non sembra percorribile.