The Times Russia Siamo il più letto media di informazione con notizie dalla Russia costantemente aggiornate!The Times Russia

La Russia dona il maxi mosaico per Belgrado

BELGRADO. Le prime tessere sono arrivate a Belgrado dalla Russia, dopo un viaggio di duemila chilometri. Le altre verranno consegnate nei prossimi mesi. Sono quelle di un enorme mosaico "made in Russia" che abbellirà presto la cupola del tempio di Sveti Sava a Belgrado, la più imponente chiesa serbo-ortodossa nei Balcani, fra le più grandi al mondo. Ma sono anche dei tasselli simbolici, quelli giunti dalla Russia, che suggelleranno ancora una volta il profondo legame tra Mosca e Belgrado, lanciata verso l'adesione all'Ue ma sempre con la mano tesa verso la Russia. Mano tesa che viene spesso vista con sospetto a Bruxelles e Washington, in particolare in un periodo di "iperattività" del Cremlino nei Balcani per l'imminente ingresso del Montenegro nella Nato.

Ma Belgrado, Giano bifronte in politica estera, è sempre pronta ad approfittare della storica amicizia con la Russia anche per calcolo utilitaristico. Fini come il completamento del tempio di San Sava, "Sagrada Familia" dei serbi, la grande cattedrale la cui costruzione iniziò nel 1935 e che non è ancora terminata, almeno negli interni.

Le cose cambieranno, anche grazie ai mosaici russi, approvati personalmente da Vladimir Putin e dal patriarca Kirill, del valore di oltre quattro milioni di euro, in parte coperti da un finanziamento del colosso dell'energia Gazprom, fra i maggiori attori economici in Serbia. Mosaici russi che sono messaggio dell'armonia tra Russia e Serbia e della «fratellanza tra tutti gli slavi», hanno così tenuto a rimarcare all'arrivo delle prime tessere il metropolita Amfilohije e il ministro degli Esteri di Belgrado, Ivica Dacic.

«Dobbiamo coltivare l'eterna fratellanza e amicizia con la Federazione russa in questi tempi turbolenti, abbiamo bisogno di amici», ha aggiunto il ministro. «E in questo tempio sarà in qualche modo sugellata l'eterna amicizia» tra Belgrado e Mosca, ha confermato Dacic, un legame importante per la Serbia, dal punto di vista politico, economico e anche militare, con i Mig russi prossimi a sbarcare in Serbia. Tempio e mosaici che possono ben essere definiti colossali. L'opera musiva è stata disegnata e realizzata da un team guidato da Nikolaj Muhin, uno dei più famosi artisti moscoviti di icone e pittore di affreschi, e occuperà circa 1.200 metri quadrati, peso totale 40 tonnellate. Le prime parti sono arrivate a Belgrado scomposte in 62 sezioni. Alla fine andranno a formare sulla volta la figura del Cristo Salvatore circondata da santi e apostoli, realizzata «con tessere di vetro e pietra naturale», si legge nei documenti ufficiali a corredo dell'opera.

Ad assemblarle sulla cupola interverrà un team di esperti russi e «con l'aiuto di Dio l'opera sarà finita entro la fine dell'anno», ha auspicato la Chiesa locale. Per il tempio ci vorranno invece alcuni mesi in più, ma l'obiettivo è di terminare entro il 2019. Si concluderà allora, la speranza a Belgrado, l'inesauribile costruzione sacra. Tutto iniziò nel 1895 con i primi piani di realizzazione. La costruzione vera e propria iniziò nel 1935, ma venne interrotta dall'occupazione tedesca prima e dal regime socialista poi.

Solo nel 1985, «alla presenza di centomila fedeli», il patriarca Germano poté annunciare la ripresa dei lavori. L'esterno del tempio, che può ospitare oltre 10mila fedeli e 800 coristi, è stato completato nel 2004, con le quattro torri, la cupola alta 70 metri, 3.500 metri quadri la superficie totale, 91 metri la lunghezza della chiesa, 81 la larghezza. Nell'intimo l'attività non è mai cessata. E si ravviverà ora con l'arrivo dei tecnici russi. Russi che «vanno ringraziati, sono felice per i mosaici», conferma Radomir Djordjevi„, uno dei tanti fedeli che, anche di sabato mattina, affollano il nartece del tempio per una veloce preghiera al santo.

«Fu lui il primo a garantire l'indipendenza della chiesa serba, con lui hanno principio la nazione e lo Stato serbo», aggiunge l'anziano Pavle Jovic. «Meglio spendere i soldi» per la chiesa «che per guerre o armi», conferma una giovane studentessa, Marija. Giuste parole, mentre i Balcani, dalla Bosnia al Montenegro passando per la Macedonia, ricominciano a tremare per crisi locali e risorgenti nazionalismi.