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Marc Chagall, "anche la mia Russia mi amerà"

di Francesca Boccaletto

La guancia di Bella sembra rigata da una lacrima, ma è solo l'illusione di un primo sguardo, la verità è un'altra e viene svelata prestando maggiore attenzione: è una piccola figura umana quella disegnata sul volto della sposa e rappresenta Ida che così, accompagnata dall'abbraccio di un angelo rosso, benedice l'unione dei suoi genitori, Marc Chagall e Bella Rosenfeld. Il matrimonio tra l'artista e la scrittrice, stretti sulla tela in un tenero abbraccio, viene rappresentato nel suo senso più profondo, mostrando sulla pelle il risultato dell'amore: Ida, nata due anni prima delle nozze, è a tutti gli effetti co-protagonista di questa storia. Il matrimonio (1918) cattura lo sguardo del visitatore e dialoga con un altro "sogno" dipinto, La passeggiata (1917-1918), collocato esattamente di fronte, nella seconda sala espositiva di Palazzo Roverella. Sono solo due delle oltre settanta opere esposte a Rovigo - a lato a una selezione di icone, espressione della più alta spiritualità, e di lubki, le vignette popolari russe, litografie spesso colorate a mano -, in occasione della mostra Marc Chagall, anche la mia Russia mi amerà, che inaugura oggi e si potrà visitare fino al 17 gennaio 2020. 

A Rovigo, per l'occasione, è arrivata anche Meret Meyer, nipote di Marc Chagall e figlia di Ida, che del nonno parla volentieri, illuminandosi, e descrivendolo come "uomo di grande vigore, dinamismo e volontà di emergere artisticamente", un nonno che "ha lasciato una traccia importante nella mia vita", un artista sempre ammirato ma che, nell'atto della creazione, "andava lasciato solo, perché ogni quadro è una battaglia, un combattimento".

L'esposizione, curata da Claudia Beltramo Ceppi Zevi, presenta i maggiori capolavori dei musei russi di MoscaSan Pietroburgo e una selezione di opere dalla collezione privata di Marc Chagall, il cui vero nome era Moishe Segal, nato il 7 luglio 1887 a Vitebsk, nell'attuale Bielorussia, al tempo parte dell'impero russo, da una famiglia di ebrei chassidici. Per la prima volta in Italia viene proposta un'esposizione che approfondisce la sua relazione con la tradizione culturale russa, con la patria, lasciata più volte per andare lontano - in Francia, negli Stati Uniti, in Spagna -, ma sempre custodita nel cuore.

Si realizza in lui una magia del sogno - i fondamenti della vita contadina arricchiscono un immaginario popolato di animali, paesaggi e creature fantastiche -, tra favolistica russa e tradizione ebraica. La memoria e le forme tradizionali sono presenti nell'arte e nell'anima dell'artista, convivendo con l'apertura al progresso delle avanguardie. Nell'Autoritratto dinanzi a casa del 1914, Chagall ritrae se stesso, elegantemente vestito, di ritorno da Parigi, inserendo la sua figura in un tradizionale villaggio russo, luogo dove fare sempre ritorno, con il corpo o con l'anima, anche dopo il conclusivo addio del 1922. "Pur partecipando a quella che fu una rivoluzione unica del linguaggio dell'arte in Francia - scriveva -, io sempre tornavo col pensiero, nella mia anima, al mio paese natale. Ho vissuto in qualche modo guardando indietro, voltando la schiena a ciò che avevo dinanzi a me".

La prima parte della mostra è dedicata all'approfondimento di questa relazione tra Chagall e il Paese natale, quando ancora si trova lì. Lascia la Russia per la Francia nel 1911, grazie a una borsa di studio, ma vi fa ritorno nel 1914 (si tratta di un viaggio, quindi, non di un addio). In questo periodo la sua arte è attraversata dalle immagini dello shtetl, il villaggio ebraico dell'Europa centrale di cultura e lingua yiddish, dalle case e dai paesaggi degli ebrei russi.

Nella seconda parte dell'allestimento, dal 1922, con l'esilio conclusivo, ci si concentra, invece, sui simboli cari all'artista: tra tutti, il gallo, archetipo che nella cultura russa rappresenta la virilità e l'arditezza ma che nella cultura ebraica si trasforma in animale sacrificale ucciso dal rabbino come atto di purificazione. E ancora, la pendola, che segna il passare del tempo, oggetto presente nella casa dei genitori di Chagall e custodito come un tesoro, e altri animali, dalle caprette alle mucche.

In questa mostra, dunque, vi è il cuore più puro e profondo dell'artista, il suo universo interiore e il carico di perenne nostalgia per l'infanzia felice in Russia, malgrado le condizioni difficili in cui gli ebrei erano costretti a vivere sotto gli zar. “È soltanto mio il paese che è nell’anima mia. Vi entro senza passaporto, come a casa mia. Vede la mia tristezza e la mia solitudine, mi addormenta e mi copre con una pietra profumata". E c'è l'essenza di un artista visionario, perennemente in volo, abitante di un universo onirico e sottosopra, ma al tempo stesso capace di costruire un linguaggio profondo, complesso e moderno, che di sé e della sua arte scriveva: "Molti hanno fatto dell'umorismo sui miei dipinti, soprattutto sui miei quadri con le teste all'ingiù. Non ho fatto niente per evitare quelle critiche. Al contrario, sorridevo - tristemente certo - della meschinità dei miei giudici. Ma avevo, malgrado tutto, dato un senso alla mia vita... Se sei pittore puoi avere la testa al posto dei piedi e resterai pittore".