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Sale la tensione in Siria tra i fronti contrapposti degli Stati Uniti da un lato e Siria, Russia e Iran dall’altro. Nella sua conferenza stampa di ieri sera, il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer ha dichiarato che gli Usa sospettano che Assad sia pronto a usare di nuovo armi chimiche, mentre l’ambasciatrice all’Onu Nikki Haley ha aggiunto che a pagarne il prezzo non sarebbe solo la Siria ma anche gli alleati Russia e Iran.

“Gli Stati Uniti”, ha dichiarato Spicer, “hanno identificato potenziali preparativi per un altro attacco con armi chimiche da parte del regime di Assad che risulterebbe probabilmente un massacro di civili, inclusi bambini innocenti. Le attività sono simili ai preparativi che il regime ha fatto prima del suo attacco con armi chimiche del 4 aprile 2017. Come abbiamo precedentemente dichiarato, gli Stati Uniti sono in Siria per eliminare l’Isis, ma se Assad compie un altro massacro usando armi chimiche, lui e il suo esercito pagheranno un alto prezzo”. Poco dopo, l’ambasciatrice Haley ricorreva a Twitter per precisare: “Qualsiasi ulteriore attacco fatto al popolo siriano sarà attribuito ad Assad, ma anche a Russia e Iran che lo sostengono nel massacrare il suo popolo”.

Le dichiarazioni di Spicer hanno colto di sorpresa la comunità dell’intelligence statunitense, che non si attendeva che le informazioni da essa raccolte venissero rivelate al pubblico. D’altro canto, è alquanto inusuale che simili minacce vengano rese pubbliche, quando di norma si ricorre a contatti diretti o indiretti tra i governi. L’interpretazione più probabile dell’annuncio di Spicer è che gli Usa abbiano voluto rispondere con la massima enfasi all’atteggiamento minaccioso russo, che dopo l’abbattimento del jet siriano da parte degli Usa la settimana scorsa avevano promesso agli Usa che qualsiasi loro velivolo che avesse varcato la riva occidentale dell’Eufrate sarebbe stato considerato un obiettivo, mentre la Siria dal canto suo dichiarava che l’attacco americano non sarebbe rimasto impunito.

Si stanno materializzando quindi le preoccupazioni di quegli osservatori che intravedono nell’attuale fase della guerra civile siriana un azzardo di potenziale conflitto su larga scala tra le due superpotenze e i loro alleati. Una probabilità che non si può escludere se gli Stati Uniti, qualora effettivamente Assad usasse nuovamente il suo arsenale chimico, ricorressero a una rappresaglia, che stavolta non sarebbe limitata a uno strike isolato come quello alla base siriana di Shayrat dopo l’attacco al sarin al villaggio di Khan Shaykoun del 4 aprile scorso. È probabile invece, come rivelano alcune fonti sentite dalla stampa americana, che gli Usa colpirebbero direttamente e pesantemente il regime di Assad. Con il azzardo di innescare, come si diceva, una reazione russa e iraniana.

Bisogna considerare che in questo momento tutte le parti in gioco nel conflitto stanno convergendo nelle ultime roccaforti siriane dello Stato islamico, in previsione di una caduta della capitale Raqqa e del ripiego dei rimanenti miliziani dell’Isis nella parte orientale del Paese. Qui, da qualche settimana, si stanno avvicinando tanto le truppe governative appoggiate dai russi, quanto le milizie controllate dall’Iran, mentre gli Stati Uniti si sono posizionati al confine con l’Iraq insieme ai ribelli delle Forze democratiche siriane. L’ipotesi di uno scontro tra queste forze, in caso di attacco chimico da parte di Assad e di una potente reazione da parte Usa, non può essere per nulla escluso.

Tutto ciò per dire che, se i giorni dello Stato islamico sembrano ormai contati, quel che verrebbe dopo potrebbe essere assai peggio, con una conflagrazione generale che trasformerebbe un Paese già ridotto in polveriera nel teatro di un conflitto mondiale dagli esiti imprevedibili.