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Mentre era ufficialmente impegnato in una riunione della Us Helsinki Comission, agenzia con cui Washington monitora dal 1975 la cooperazione e sicurezza in Europa, l’inviato speciale della Casa Bianca per il conflitto ucraino, Kurt Volker, ha scritto su Twitter: “Una forza di mantenimento della pace con mandato Onu potrebbe sbloccare l’attuazione degli accordi di Minsk e portare al ripristino del controllo ucraino del territorio”.

Dopo i colloqui avuti oggi ad Aquisgrana con il presidente ucraino, anche Francia e Germania (parte del Formato Normandia che monitora il dossier Ucraina), hanno detto che sarebbe impossibile attuare la componente di sicurezza degli accordi di Minsk senza lo schieramento di una missione di pace Onu per avviare il deconflicting. (Nota: ufficialmente le cancellerie tedesca e francese dicono di essere d’accordo con l’idea di Kiev, anche se la missione onusiana è una proposta americana, ma in questo momento – ossia, dopo l’uscita dall’Iran Deal – i rapporti tra alleati americani ed europei non sono dei migliori).

Secondo le ultime stime diffuse dal ministro della Difesa ucraino, Stepan Poltorak, in un’intervista a obozrevatel.ua, l’esercito di Kiev avrebbe perso “3.332 uomini dall’inizio dell’aggressione, di cui 2.394 in combattimento e 938 non in azioni di combattimento”. A questi vanno aggiunti i civili: oltre il doppio.

La condizione continua a essere delicata. Altri paesi, ha aggiunto Volker, hanno già dato la propria disponibilità a mettere “sotto le giuste condizioni” i Caschi Blu sul terreno per fermare il conflitto, che si è allontanato dai riflettori dei media principali, ma non si è mai fermato dal 2014, quando la Russia mosse per annettere la Crimea e scoppiarono gli scontri nelle due regioni russofone del Donbass ucraiano. Secondo Volker, inoltre, la forza di peacekeeping permettere alla missione speciale dell’Osce, l’organismo di sicurezza dell’Unione Europea che dovrebbe monitorare la condizione sul campo, di lavorare protetto e libero.

Successivamente, durante un’intervista al governativo Voice of America, ha spiegato che questa sua proposta è stata avanzata ai russi, ma finora non ha ricevuto risposta, probabilmente perché Mosca “era impegnata con la ri-elezione del presidente” (in realtà si sa che la Russia potrebbe anche starci all’invio di forze Onu, ma le vorrebbe disposte soltanto lungo la linea di separazione tra le due regioni ribelle, e non all’intimo di queste: un non-starter per gli americani).

A VoA ha aggiunto che quella dell’Est ucraino non è una guerra civile, non ci sono ragioni per operazioni armati, se non fosse che i russi continuano a supportare i separatisti: ora, ha spiegato l’inviato trumpiano per la crisi, spetta soltanto al Cremlino decide se smetterla o no.

Volker, che la prossima settimana (il 14 maggio) sarà a Kiev, è l’immagine pubblica della posizione americana sul dossier: Washington, mentre cerca una soluzione negoziata attraverso il lavoro faticoso e poco pubblicizzato di uomini di buona volontà anche coinvolgendo l’Onu (a cui l’amministrazione Trump chiede operatività), ha più volte imputato la Russia di essere per “il 100 per cento dietro ai separatisti”, parole del delegato, e di alimentare la guerra.

Il 30 aprile è stata la data in cui il potenziamento delle forze armate ucraine da parte degli americani è diventato ufficiale: la presidenza ucraina ha confermato (via Facebook) l’invio di armamenti tecnologici americani come i missili anti-carro Javelin. I sistemi saranno piazzati in un deposito lontano dal fronte del Donbass, perché ufficialmente non devono servire come mezzo di aggressione contro i separatisti filorussi, però devono esercitare un valore dissuasivo.

L’amministrazione Trump ha colpito con sanzioni la Russia per l’annessione crimeana (e di riverbero per il conflitto ucraino), il delegato per gestire il conflitto è spesso duro nei confronti di Mosca, ora gli americani hanno rafforzato militarmente Kiev, eppure la Casa Bianca, soprattutto nella figura del presidente, continua a tenere una linea tendenzialmente aperta nei confronti di Vladimir Putin.

“C’è confusione sulla relazione tra Putin e Donald Trump“, ha detto all’Atlantic il generale Volodymyr Havrylov, attaché militare ucraino negli Stati Uniti, uno di quelli attivissimi nelle relazioni Washington-Kiev, dove la politica passa anche dal supporto militare, come si diceva: “È un elemento di imprevedibilità. Ma crediamo nei controlli e negli equilibri negli Stati Uniti”, ha detto il generale.

Trump è stato riluttante nel firmare l’ordine sulle nuove armi da passare all’Ucraina, ma poi sono stati l’ex consigliere per la sicurezza nazionale, HR McMaster, e il segretario alla Difesa, Jim Mattis, a spingerlo verso la soluzione. Tra l’altro, Trump sembra volesse assicurarsi che i missili Javelin non fossero viste come un regalo, e qui si apre una lettura laterale all’approccio americano sul dossier ucraino.

È magari per questa ragione che, per modello, il presidente Petro Poroshenko, che con l’omologo americano condivide la carriera da businessman, ha firmato un deal per l’acquisto di carbone americano da 80 milioni di dollari (il primo della storia) e affidato un contratto ferroviario all’americana GE Transportation (valore 1 miliardo di dollari, business che Washington può rivendicare come affare America First dietro a un interessamento sulla condizione ucraina che potrebbe essere letto come globalismo, di cui l’Onu, richiesto da Volker rischia di essere simbolo; durante la campagna elettorale, infatti, Trump diceva di voler rivitalizzare il settore ferroviario americano).

Il mondo Trump/Kiev è fatto di posture e interessi, dove contano parecchio i lavori diplomatici dei lobbisti di Washington ingaggiati da Kiev; sistema con cui Poroshenko cerca di lavorarsi la Casa Bianca, che però gioca da una posizione di forza e a sua volta pressa gli ucraini. Secondo quanto rivelato dal New York Times, per dire, le settimane in cui si andava materializzando la vendita di armamenti americani all’Ucraina, il presidente Poroshenko ordinò al suo procuratore generale di bloccare la collaborazione offerta al più famoso degli special counsel statunitensi, Robert Mueller, nell’ambito dell’indagine su Paul Manafort. Manafort è stato il capo della campagna Trump alle presidenziali, è imputato di collegamenti illeciti con il precedente governo di Kiev, ed è finito sotto accusa nel Russiagate. Annacquare il lato ucraino dell’inchiesta sarebbe stato una piacere che Poroshenko avrebbe fatto a Trump.

La volontà del presidente americano era di non far passare quei missili come un gentile cadeaux, perché il loro valore è notevolmente superiore a quello materiale. L’accordo sulla vendita di armi è stato il simbolo politico con cui Trump ha fatto sapere al mondo che ci tiene alla sicurezza dell’Ucraina, e dunque al conflitto, sul quale – col passaggio di armamenti – ha dimostrato di poter prendere una posizione contraria alle volontà di Putin e per certi versi in dissidio con la sua storica linea di apertura.

D’altronde Poroshenko sa che deve chinarsi alle volontà americane: il suo tasso di consenso è al 14 per cento (e i suoi avversari non sono messi meglio in vista delle elezioni del prossimo anno); i cittadini vedono la politica come corrotta e in mano a una cerchia oligarchica, e d’altronde l’Ucraina è al 130esimo posto nel mondo secondo l’Indice sulla percezione della corruzione scritto da Trasparency International; le riforme che l’Occidente chiede non arrivano; il Fondo monetario internazionale ha rinviato via via dalla scorsa estate l’ultima tranche del suo intervento per salvare l’economia di Kiev.