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Il futuro delle relazioni tra Russia e Iran secondo l’Atlantic Council

Il futuro delle relazioni tra Russia e Iran secondo l’Atlantic Council

Il Brent Scowcroft Center on International Security dell’Atlantic Council ha recentemente pubblicato un approfondimento relativo all’evoluzione storica dei rapporti tra Russia e Iran. Il report è stato realizzato dall’Amb. John Herbst e si intitola “Partners or Competitors? The Future of the Iran-Russia Power Tandem in the Middle East”.

Obiettivo del lavoro quello di analizzare la storia delle relazioni centenarie tra due potenze che hanno vissuto periodi di comunanza di interessi e fasi di accentuata competizione. Tutto il lavoro è rivolto a meglio inquadrare l’attuale contingenza storica, che vede un significativo ravvicinamento delle Russia di Putin a Teheran, in un momento assai particolare per l’Iran di Rohani e della Guida Suprema Ali Khamenei.

Sin da quando l’impero persiano ha esercitato le proprie mire espansionistiche verso i territori mediorientali oggi sotto influenza russa (e prima sovietica), il sovrapporsi di interessi geostrategici tra due paesi assai diversi per storia e cultura ha determinato l’alternanza di periodi di dialogo, pacificazione e finanche attiva collaborazione a periodi di contrapposizione e scontro.
Il report si concentra su tutte le fasi storiche del rapporto, focalizzandosi in maniera particolare sulla seconda metà del novecento, era di guerra fredda per l’unione sovietica e di rivoluzione per la Repubblica islamica.

Il 1979, anno della rivoluzione, segnò anche l’inizio della seconda invasione sovietica dell’Afghanistan, evento che scosse il grande Medio Oriente. Mentre in Iran si assisteva alla cacciata dello Scià e all’instaurarsi di un regime teocratico e fondamentalista, Mosca interveniva nella regione per assicurare la sopravvivenza di un regime comunista che rischiava di implodere.

Secondo il report entrambi gli eventi hanno influenzato le relazioni russo-iraniane. L’repulsione rivoluzionaria verso gli Stati Uniti – o “il Grande Satana” nella retorica di Khomeini, fu inizialmente considerata da Mosca come un incentivo all’apertura delle relazioni tra i due paesi. Fattori ideologici e geopolitici impedirono però che la rivoluzione di Khomeini fungesse da slancio per una secolarizzazione del regime, che anzi si caratterizzò per la durissima reazione religiosa contro una possibile laicizzazione del Medioriente. L’Unione Sovietica, stato comunista che promuoveva una politica di ateismo, era considerata un anatema agli occhi degli ayatollah iraniani e Khomeini si riferiva a Mosca come il ” Satana minore”.

Le differenti strategie geopolitiche accrebbero la distanza ideologica, proprio a partire dall’invasione sovietica dell’Afghanistan. Le mire espansionistiche del regime comunista all’intimo della regione finirono con l’accrescere anche il senso di accerchiamento che l’Iran ha sempre vissuto nei confronti dei paesi limitrofi, fino al punto di considerarsi un corpo estraneo, espressione di una storia imperiale, all’intimo di un’area sempre più permeata di influenze esterne e potenzialmente instabile.

Il report evidenzia come l’implosione dell’Unione Sovietica nel dicembre 1991 e la conseguente nascita di quindici stati indipendenti portò a una nuova era per le relazioni tra l’Iran e la Russia. Il crollo dell’ideologia comunista significava anche la fine di un impero rivolto all’ateismo. Il venir meno di quell’ostacolo ideologico avrebbe potuto portare a migliori relazioni tra i due paesi. Inoltre, la comparsa improvvisa di nuovi stati indipendenti avrebbe determinato una dissimile declinazione degli interessi strategici tra Teheran e Mosca. L’Iran e la Russia erano accumunate dalla stessa repulsione verso gli interessi occidentali negli ex territori sovietici. L’attenzione verso le risorse energetiche in Azerbaigian e nelle aree limitrofe dell’Asia centrale ancora segnavano un sostanziale punto di contrapposizione tra est ed ovest del mondo.

In particolare i progetti occidentali per la costruzione di gasdotti e condotte petrolifere avrebbero potuto condizionare gli interessi di Iran e Russia. Questi interessi concordanti portarono anche a punti di vista simili su altre questioni scaturite dal crollo dell’Unione sovietica. Basti pensare al tema della demarcazione del Mar Caspio. Anche in questa materia, il comune obiettivo di tenere fuori dalla regioni interessi esterni fu utile a rafforzare il dialogo tra i due Paesi.

Un dialogo che ha attraversato, con fasi alterne, la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo millennio con l’arrivo al potere di Putin a Mosca e l’alternarsi di governi più o meno moderati a Teheran, nel rispetto della peculiare forma di stato iraniana sulla quale si erge il volere incontrastato della Guida Suprema.

Il report rimarca il costante ravvicinamento che ha caratterizzato il rapporto tra Mosca e Teheran nel periodo post-sovietico e ancor di più da quando Vladimir Putin è giunto al potere in Russia nel 2000. Il vertice del marzo scorso tra i due capi di stato ne è una prova evidente. Putin e Rouhani hanno rafforzato il loro impegno congiunto in Siria e hanno espresso consenso per l’accordo sul nucleare, opponendosi a sanzioni unilaterali e manifestando la loro reciproca preoccupazione per l’integrità territoriale dell’Iraq.

Le relazioni tra i due paesi attraversano oggi una fase per molti aspetti inedita, sebbene negli ultimi secoli Iran (Persia) e Russia siano stati vicini da un punto di vista geografico ma abbiano espresso culture, orientamenti politici e religiosi spesso distanti. Per la maggior parte della storia passata, contestualmente all’espansione dell’impero russo (e dell’Unione Sovietica), Mosca ha esercitato pressione su Teheran così da essere percepita come un avversario. Ciò ha determinato alti e bassi nelle relazioni bilaterali e anche nei rapporti con l’occidente.

Entrambi i paesi percepiscono gli Stati Uniti come il loro principale avversario. Nel caso dell’Iran, questo convincimento è iniziato sotto una fortissima spinta ideologica. Dalla rivoluzione islamica, il regime teocratico iraniano ha identificato gli Stati Uniti come il “Grande Satana”. Tale caratterizzazione ha assunto presto importanti dimensioni geopolitiche nelle dinamiche interne alla regione. Gli ayatollah hanno strutturato la loro strategia in Medio Oriente cercando di destabilizzare i regimi arabi sunniti. Sotto il presidente Khatami, Teheran ha flirtato brevemente con Washington in due sole occasioni, prima subito dopo la sua elezione e di nuovo dopo l’attacco dell’11 settembre. In entrambi i casi il “flirt” ha avuto breve durata e si è interrotto per contingenti ragioni di politica interna o estera.

Nel caso della Russia post-sovietica, il report evidenzia una simile alternanza di alti e bassi nei rapporti con gli Stati Uniti e conseguentemente nelle relazioni bilaterali tra Mosca e Teheran.
Dopo la fine delle guerra fredda, obiettivo principale del presidente Eltsin in politica estera fu quello di migliorare le relazioni con gli USA e con le altre potenze occidentali, anche attraverso un ammodernamento del paese e una maggiore apertura dell’economia verso investimenti esterni. Eppure, anche in quel periodo, il Cremlino perseguiva la politica illiberale dei “frozen conficts“, con l’obiettivo di ridurre al minimo la presenza USA nei territori di influenza. Questa politica è stata un fondamentale punto di partenza per la cooperazione con l’Iran. Con Vladimir Putin, poi, si è assistito ad una netta inversione nelle relazioni multilaterali e bilaterali russe.

Nel tempo, l’ostilità verso Stati Uniti è diventata un importante, se non il principale, tema di politica estera. La reciproca animosità di Teheran e Mosca verso gli USA ha contribuito a consolidare la adiacenza tra i paesi solo a partire dalla fine del secolo scorso. L’odio verso l’America, infatti, è stato un tratto distintivo della rivoluzione del 1979; quando il clero ha erto gli Stati Uniti a massimo modello di corruzione nei costumi, cavalcando il malcontento e il disagio sociale all’era dello Scià. Ma, indietro nel tempo, non vi sarebbe una storia di scontro tra USA e Iran o anche semplicemente di tensioni latenti.

La spinta verso la fine della parentesi rivoluzionaria dimostra come un gran numero di iraniani sarebbe stanco del regime clericale. Il report mette anche in evidenza come una buona parte dei cittadini guarderebbe oggi con occhi diversi ad un rapporto più stretto con gli Stati Uniti. Se il regime clericale legittimasse un leader liberale o lasciasse spazio ad un governo secolare, ne conseguirebbe un sensibile avvicinamento agli USA e gran parte delle tensioni che attualmente contraddistinguono l’Iran clericale verrebbero meno. Gli Stati Uniti potrebbero trarre beneficio da tale cambiamento epocale e avrebbero una base su cui migliorare i rapporti nel Golfo e con gli altri attori nella regione.

Da parte russa, l’emergere di un Putin sempre più autoritario in politica estera celerebbe un bisogno di maggiore legittimazione del proprio potere. Il report afferma che se la popolarità del presidente russo dieci anni fa era legata al boom economico che riuscì a promuovere, oggi si baserebbe su una campagna mediatica e su una politica estera aggressiva per celare lo stallo dell’economia e numerosi problemi interni cui far fronte.

Secondo l’Atlantic Council questo suggerirebbe che, in un futuro non troppo lontano, l’asse Mosca-Teheran potrebbe perdere importanza. Fino ad allora, dovremmo aspettarci una maggiore cooperazione tra le due capitali, e sarà difficile, per modello, per il nuovo presidente americano fare leva su Mosca per forzare la revisione dell’accordo sul nucleare.

Fino a quando gli Stati Uniti avranno la capacità diplomatica e la deterrenza militare per esercitare pressione sui due paesi, vi sarà un equilibrio ancora potenzialmente precario a unire Mosca e Teheran. L’emergere di divergenze in politica estera e con riferimento specifico al Medioriente potrebbe però incanalare nuovamente le relazioni nella storica alternanza tra fasi di accostamento e fasi di allontanamento che da secoli si susseguono per i differenti interessi geostrategici e le significative diversità culturali.