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Il presidente russo Vladimir Putin ha parlato parecchio dell’omologo americano e dei rapporti con gli Stati Uniti durante Valdai forum of international policy experts di Sochi, e ha usato una retorica piuttosto acida: “È stato eletto dal popolo americano e almeno per questo deve essere rispettato, anche se non siamo d’accordo con la sua posizione”.

Ha detto che la Russia è pronta a sviluppare nuovi sistemi di armamenti, e se gli Stati Uniti dovessero decidere di uscire dai trattati sul nucleare (quello per bloccare lo sviluppo di armamenti a medio e corto raggio), Mosca farà altrettanto. Da ricordare che la scorsa settimana alcuni funzionari appartenenti ai livelli di alto rango della sicurezza nazionale americana hanno raccontato alla NBC che durante una riunione di luglio, nella Situation Room della Casa Bianca, Donald Trump aveva chiesto informazioni sui costi e sulle possibilità di un ampliamento dell’arsenale nucleare statunitense. Sarebbe una discontinuità enorme rispetto a decenni di dottrina americana e la rottura di alcuni accordi internazionali trentennali: detto così basterebbe per spiegare che lo scoop della NBC è fasullo perché si porta dietro un’ipotesi impossibile, ma per dimostrare la tesi basta pensare che Trump finora ha ritirato l’America da molte intese multilaterali globali, in rottura con la filosofia di chi l’ha preceduto.

Putin dice che siccome il trattato del 1987 richiede il disarmo delle armi intermedie (tra 500 e 5000 km di gittata), e siccome la Russia non dispone al momento di quelle a lungo raggio, allora si tratta di un “disarmo unilaterale” che è testimonianza “dell’egocentrismo” americano che aveva visto gli interessi nazionali della Russia ignorati nella sfera nucleare. “Il nostro errore maggiore era che avevamo troppa fiducia. E [gli Stati Uniti] hanno interpretato la nostra fiducia come debolezza e ci hanno sfruttato”, è un altro passaggio critico sulle relazioni Mosca/Washington e sulla politica estera americana: i “nostri” partner occidentali, così li ha chiamati (“Visibilmente arrabbiato” riporta la Reuters) si sono auto-dichiarati “vincitori della Guerra Fredda” e si sono sentiti il diritto di “cominciare ad interferire apertamente negli affari sovrani dei paesi e a esportare la democrazia nello stesso modo in cui, nel tempo, la direzione sovietica ha cercato di esportare la rivoluzione socialista in tutto il mondo”.

Dalla sua critica generale agli Stati Uniti, Putin esonera solo parzialmente Trump, ché è “guidato” da poteri che in questo momento stanno portando avanti un atteggiamento guerresco anti-Russia “senza precedenti”, ma che è comunque troppo imprevedibile per essere affidabile. Ha usato l’modello delle ultime sanzioni approvate dalla Casa Bianca, dopo che in agosto un accordo bipartisan al Congresso le aveva promosse come risposta all’invasione crimeana e soprattutto all’interferenza russa nelle elezioni presidenziali statunitensi: sono solo un tentativo “di estrometterci dai mercati dell’energia”, dice Putin, a cui Trump ha dovuto piegarsi.

Un altro passaggio che sottolinea come, almeno per il prossimo futuro, l’avvicinamento a Mosca che Trump aveva promesso durante la campagna elettorale salta, anche perché sta iniziando un’altra corsa alle elezioni: in Russia. Putin per il momento non ha ancora scoperto le carte e non ha detto se si ricandiderà (è quasi scontato, e farlo per lui significa la vittoria, l’ennesima nella sua quasi ventennale carriera). Intanto però prepara il terreno: i sondaggi suggeriscono che la dura retorica verso l’Occidente va forte con molti elettori russi, perché permette a Putin di tenere alto l’orgoglio nazionale che fa breccia in molti cittadini. “Il prossimo presidente russo dovrebbe assicurare che il paese diventi una società moderna e competitiva economica con una forte difesa e un sistema politico stabile”, ha detto Putin, senza dire, per ora, se vorrà essere lui quel presidente.